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In vacanza a Melano, un piccolo paese sul lago di Lugano, ho fatto amicizia con un gruppetto di folaghe, che con quei loro piumaggi neri, e con quella loro cuffietta bianca a forma di confetto sulla fronte, proprio sopra il becco rosa, sembravano vestite come le cameriere di una volta. Tutto il pane confezionato che avevo portato via, e che doveva bastarmi per qualche giorno, l’ ho dato a loro. Anche la scatola di dolcetti danesi al burro, che mio padre mi aveva regalato, per far colazione o merenda, è finita in acqua. Ho spezzato uno ad uno tutti i biscotti, per poi gettarli alle mie amiche pennute. Prima becchettavano i cristalli di zucchero, poi inzuppavano i pezzetti di biscotto nell’ acqua del lago, per ammorbidirli, li ingoiavano interi, e infine bevevano, becchettando ancora nell’ acqua, fra i piccoli pesci che risalivano dal fondo per mangiare le briciole.
Due delle mie amiche folaghe a Melano
La scatola di latta dei biscotti l’ ho poi gettata in pattumiera, anche se per un attimo ho desistito, perché aveva un piccolo disegno, sotto la scritta “danish”, che mi ricordava il marchio della casa editrice “Excelsior 1881”. E, curiosa coincidenza, venuta fuori mentre guardavo ancora una volta la scatola prima di buttarla via, “Danesi” era anche il nome di una vicina pasticceria, dove, qualche giorno avanti, ero entrato, con mio padre. Lui aveva ordinato un cappuccio, io niente, e mi ero limitato guardare, fra i banconi di vetro dei dolci, le torte, le crostate di ciliegie, e, sulle pareti, i pannelli decorati a trompe l’ oeil, con scene di campagna dipinte dietro a finte tendine bianche.
Alla pasticceria Danesi sono tornato, da solo, solo un’ altra volta, per comprare ancora un po’ di pane, che volevo fresco e morbido, e così chiedevo quattro pagnotte al latte alla commessa in grembiule e piercing : due per me, due per le folaghe.
Uscito dalla pasticceria, arrivavo al campeggio proprio mentre l’ odore delle salsicce grigliate si spandeva fra le roulotte degli svizzeri, dei tedeschi, degli olandesi. E correvo giù alla spiaggia deserta con il sacchetto del pane, lo aprivo, spezzavo un paio di pagnotte e le gettavo alle mie amiche folaghe, che si precipitavano trafelate verso di me, svolazzando goffamente e incespicando sull’ acqua increspata con le zampe palmate.
A colazione, invece di cedere alla tentazione di raggiungere la pasticceria, e farmi servire qualcosa da una delle giovani commesse, mi fermavo al bar del campeggio: evitavo il caffè, che faceva schifo, e ordinavo un cappuccino. Evitavo la brioche ripiena di marmellata, che faceva schifo, e ordinavo un kiefer. Evitavo di sedermi all’ interno, fra le pareti tutte ricoperte di legno d’ abete, e mi mettevo ad un tavolino, fuori, sotto la tettoia in PVC trasparente punteggiata di pioggia, ad ascoltare, a distanza di cortesia, le conversazioni di un gruppo di inglesi appassionati di parapendio.
Riva San Vitale visto da Melano
Il resto della giornata lo trascorrevo all’ aperto, a ripassare storia dell’ arte o a leggere, e spesso, se alzavo gli occhi dalle pagine del “Lorenzo Lotto” di Anna Banti o da quelle di “Peyton Place”, potevo vedere le giovani anatre, con le teste che si tingevano di verde ogni giorno di più, passarmi accanto, dondolandosi eleganti e stravaganti allo stesso tempo, come un gruppetto di dandies che deviavano la loro consueta passeggiata solo per farsi notare. E più in là, oltre i ciuffi d’ erba del prato che finiva nel lago, potevo vedere le folaghe che scivolavano, come sempre, sull’ acqua. E mi bastava sentirle strombettare un po' più forte per chiudere e mettere all’ ombra tutti i miei libri, alzarmi e correre da loro e vedere cosa stavano combinando.
Ogni sera, alle otto, ero già a letto, e al mattino, presto, all’ alba, ero già sveglio, e potevo sentire il clacson delle mie amiche che strombazzava a riva, nel traffico di cigni, anatre, gabbiani e aironi che intasava la spiaggetta ghiaiosa. Allora mi alzavo, mi vestivo, e infilavo una giacca per ripararmi dalla finissima pioggia che ogni mattina pizzicava e pungeva l’ acqua immobile del lago.
In cielo le nubi si annodavano a turbanti sulle cime dei monti, e nel silenzio, oltre al rumor di trombetta delle folaghe, si potevano sentire solo i treni, che passando per la vicina stazione di Maroggia, andavano a fermarsi a Lugano.
Raggiunta la riva, trovavo le folaghe già allineate sulle pietre, a filo d’ acqua, a sistemarsi il piumaggio, a sgranchirsi le ali e a sbadigliare. Appena mi vedevano, s' immergevano in acqua, nuotavano fino a raggiungermi, inclinando la testolina per guardarmi, da sotto in su. Se non avevo niente con me, né pane, né biscotti, restavo lì, solo, per passeggiare sulla riva, con le mani in tasca, e i piedi nell’ acqua. Allora le folaghe mi seguivano lentamente, e ogni tanto strombazzavano. Allora io mi fermavo, tiravo fuori una mano di tasca, e con un dito sulle labbra sibilavo “Sssst!”, per farle stare in silenzio e non rischiare di svegliare svizzeri, tedeschi, e olandesi: le folaghe facevano finta di niente, e per tutta risposta inarcavano il collo per guardare cosa succedeva, sott’ acqua, fra i piccoli pesci che scappavano al loro passaggio.
Due delle mie amiche folaghe a Melano
Mi lasciavano solo a proseguire la mia passeggiata mattutina, a seguire il filo dei miei pensieri, e tornavano sulle pietre ad arruffare le piume color petrolio, e a bagnarle con l’ acqua che scivolava via, come mercurio, dalle loro ali ripiegate. Chinavo anche io la testa, cercando con lo sguardo qualcosa di interessante fra i legni della spiaggia, e se una folata di vento mi bagnava passandomi sul volto, alzavo gli occhi, socchiudendoli sotto la pioggia, e vedevo i dorsi candidi delle foglie dei pioppi che splendevano, pallidissimi, sullo sfondo grigio delle nubi scure. Immagini che non rivedevo da molto tempo, e che ho lasciato accatastate, come vecchie diapositive, nei ricordi delle mie lunghissime vacanze d’ infanzia, trascorse per anni sul lago di Como, su su, sempre più su, proprio dove persino i satelliti di Google Maps non riescono ancora a guardar bene, dove finisce il Lario.
... riavere il mio vecchio mangiadischi Penny!
Da piccolo, nelle ore di beata solidutine trascorse a giocare a Lego, il silenzio della mia cameretta era ogni volta interrotto dalla compagnia de "I Raccontastorie" : una collezione di fiabe, miti e leggende dal mondo, con illustrazioni a dir poco eccelse, pubblicata tra il 1983 e il 1985 in 26 fascicoli , e accompagnate da una serie di audiocassette che raccontavano, attraverso l' interpretazione di grandi voci italiane, ogni fiaba, mito, o semplice filastrocca.
"I Raccontastorie", cofanetti, cassette e portacassette rosso
La selezione dei racconti era molto equilibrata. C' erano fiabe tradizionali , ad esempio il "Pinocchio" raccontato dal grande Paolo Poli, oppure racconti , filastrocche assurde, strorielle leggere, e miti dell' antichità , come "Il vaso di Pandora" narrato da Ottavia Piccolo , e che la mia carissima amica Elena (anche lei estimatrice de "I Raccontastorie"!) ricorda, in particolare, per l' illustrazione sconvolgente dei mali del mondo che escono dal terribile vaso. In seguito, questa pubblicazione venne ampliata con i "C'era una volta", una seconda raccolta completa di altre fiabe, nata dalla stessa equipe di interpreti, con qualche aggiunta, e con una selezione di storie più "esotiche", dal più ampio respiro "internazionale" : e se possibile, ancora più bella della precedente. Credo proprio di non sbagliare nel considerare l'ascolto e la lettura di queste fiabe come una importante esperienza formativa della mia infanzia : ed è stata anche importante nel condizionare, o addirittura costruire, il mio gusto personale. Ad esempio, fra le tante voci femminili che narravano le più svariate storie, su tutte, era quella di Mariangela Melato ad incantarmi di più, affascinandomi, e ancora oggi rimango "sedotto" ogni volta che sento voci di donna che, in qualche modo, mi ricordano la sua.
Copertine de "I Raccontastorie": fascicoli 16, 25, 22, 15
E solo recentemente ho scoperto che, tra le altre, c'era anche Giulietta Masina a interpretare alcune delle mie favole preferite, tra le quali spicca "Il pifferaio magico", che proprio qualche settimana fa ho riascoltato nuovamente, dopo molti anni. Certo, fra i tanti interpreti, Giulietta Masina si distingue per la straordinaria partecipazione emotiva, e l' aderenza vocale quasi totale alle emozioni dei personaggi, innalzandosi ad un alto livello recitativo.
Quella sorta di emulsione che nasceva dal mescolarsi, leggendo e ascoltando, di immagini, parole, e voci in un unico momento percettivo era anche arricchita da brani musicali ed effetti sonori adeguati al variare dei toni, ora comici, ora tragici, delle fiabe.
Una delle mitiche audiocassette gialle de "I Raccontastorie"
Mi piace, a proposito, ricordare qui anche la fiaba di "Petrouska", che da piccolo ascoltavo sempre volentieri, ma senza nemmeno sapere che, nelle sonorità che accompagnavano la voce di Corrado Pani, si celasse proprio la musica del "Petrouska" di Stravinskji, a caratterizzare, qua e là, il balletto della marionetta-Ballerina, o la destrezza dei colpi di scimitarra del pupazzo-Moro, o i moniti del fantasma di Petrouska : uno dei racconti più commoventi, anche se, secondo i miei gusti, non tanto quanto la bellissima narrazione di Nando Gazzolo che racconta, con un lamentoso sottofondo di flauti e archi, la storia de "Il Principe Felice" di Oscar Wilde.
Alcune pagine con il testo e le illustrazioni delle singole fiabe
Tra le storie divertenti, invece, "Lo scontro di zia Giovanna" merita di essere ricordata come la più esilarante : raccontata da Lina Volonghi , la prima volta che l'ho sentita - lo ricordo ancora - mi sono accasciato sul pavimento, piangendo dal gran ridere : estremamente comica la musichetta di gusto country e i suoni provocati dall' incidente dell' automobile "punita" da zia Giovanna, con rumori di sgommate, miagolii esasperati, urla, e fracassi assortiti.
E ora, per concludere, ecco una buona notizia: da qualche tempo "I Raccontastorie" sono tornati in edicola, con le stesse registrazioni originali, rimasterizzate e proposte nel formato compact-disc, che ha sostituito le vecchie audiocassette.
Se volete saperne di più, andate su http://www.raccontastorie.com
Quel che mi dispiace è il mancato recupero delle illustrazioni originali, abbandonate, per ragioni che a me sfuggono, in favore di nuovi disegni realizzati da artisti contemporanei, affermati ed emergenti : disegni comunque gradevoli, e "artistici", anche se, ahimè, non certo all' altezza delle vecchie illustrazioni. Eppure, anche al di là di questo cambiamento, non posso fare a meno di essere felice che questo prodotto sia stato riproposto, ancora una volta, per le nuove generazioni.