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A volte, fra i piccoli incarichi domestici che mia madre mi assegna, come apparecchiare il tavolo, svuotare la lavastoviglie, o buttare la pattumiera, s’ incastra l’ obbligo di dover mettere a posto la mia libreria: impresa impossibile e noiosa, ma che a volte mi permette di ricordarmi di libri, che, sepolti da tempo fra gli scaffali, avevo quasi dimenticato. Anche se non sempre il ricordo è piacevole, come quando riconosco fra le mie mani il manuale di un esame che ho detestato, un romanzo che non mi è piaciuto, oppure, e forse peggio, un libro ancora intonso, comprato, mai letto, e rimasto lì immobile per anni. Ma in particolare c’è un’ altra cosa , nella mia libreria, che a volte torna tristemente alla luce: sparso su fogli di carta spiegazzati, scritti a matita, infilati alla rinfusa fra i manuali di letteratura, di estetica, di storia dell’ arte, c’è un mio romanzo mancato, e dimenticato non tanto per caso, o per distrazione della memoria, ma per imposizione: un libro fallito che, in modo quasi paradossale, ho dimenticato perché, involontariamente, desideravo dimenticare.
Caspar van Wittel
"Veduta di Roma"
Era un romanzo con titolo, personaggi, trama e finale. Ma il suo posto, la sua destinazione, a parte qualche suo scarto, non è stata la carta: dove è nato, è morto, sepolto nella mia testa. E nella mia testa si è fatto polvere: polvere che forse impolvera ancora qualche proteina mnemonica, perchè riesco ancora a ricordarmi che si intitolava “Zolfo”, che era ambientato a Roma, e che voleva essere una sorta di autobiografia. Perché allora pensavo che un libro è veramente autobiografico quando il suo autore racconta come vorrebbe essere, e non come, in realtà, è veramente. Ma fra chi sono ora e chi immaginavo di poter essere, si sono intrufolate tante cose: la lettura di Proust, l’ interesse verso l’ arte contemporanea, i libri di Dorfles. E l’ intiepidirsi delle passioni, stemperate nel disgusto verso troppe cose che, accadendo attorno a me, sembrano assediarmi. Cosa sarebbe successo se, invece di morire fra la carta e le dita, questo mio romanzo fosse sopravvissuto fino ad oggi? Cosa sarebbe successo se fossi riuscito a completarlo e a pubblicarlo? E per di più, cosa sarebbe successo se, per chissà quale incantesimo, fossi riuscito a pubblicarlo con un grande editore, come Adelphi ?
Finta copertina del mio romanzo mancato, intitolato "Zolfo"
Immagino di vederlo riempire le vetrine delle librerie, con una copertina azzurra, con il mio nome, il suo titolo in maiuscolo, e la riproduzione di una veduta di Roma dipinta da Van Wittel, il padre di Vanvitelli, con quelle nuvole spruzzate di giallo, che sembrano nubi di zolfo … Ma, tutto questo, se fosse veramente accaduto, mi avrebbe davvero fatto felice? La risposta è no. No, perché questo romanzo, se fosse stato completato per davvero, tanti anni fa, oggi non corrisponderebbe più a quello che sono: sarebbe stato "contro" quello che ora sono, e sarei io stesso a rigettarlo, per intero, come un organo che non mi appartiene. E se oggi fosse accatastato nelle vetrine, entrerei a grandi passi nelle librerie, magari ricevendo tutti i falsi sorrisi che spettano ad un pessimo scrittore di successo, e scansando le richieste di autografi, salterei nelle vetrine, e prendendole, stritolandole una ad una, getterei per terra tutte le sue copie.
Caspar van Wittel
"Castel Sant' Angelo visto da sud"
Se tutto questo fosse accaduto, forse ora avrei smesso di scrivere. La sopravvivenza, l’ esistenza in vita di “Zolfo”, avrebbe certificato la morte della mia scrittura. Allora, quando tentavo di scrivere questo romanzo, esistevo altrove. Esistevo disperdendo il mio tempo in giornate trascorse, per ore, a passeggiare senza meta a Milano, nel solo guardare le cose: nell’ accontentarmi di guardare le cose dietro le vetrine o le opere d’ arte nei musei. Ora che le cose sempre più brutte che scintillano dietro il costoso lusso dei negozi mi sono sempre più indifferenti, ora che le opere d’ arte nei musei hanno smesso di dare qualcosa e hanno cominciato, insistentemente, a chiedere, ho smesso di esistere nell’ altrove di un tempo, per esistere in un altro altrove: per esistere, per adesso, nella scrittura.