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"Introducendo dianzi il termine di «talento», quasi in contrapposizione a quello di «gusto», volevo indicare come forse solo la nostra epoca abbia assistito a un distacco così netto tra i due termini e tra i concetti che essi adombrano. Tale distacco viene quindi a riflettersi nella pratica corrente quando vediamo esistere tutta una schiera di artisti - musicisti e pittori, soprattutto, ma anche letterati o architetti - che pur possedendo qualità tecniche o creative non indifferenti - dunque notevoli doti di talento - risultano di un valore artistico discutibile... "
Gillo Dorfles, "Le oscillazioni del gusto", Skira editore
" ...e rientrano nell' orbita di quella che abbiamo definito "arte media" (mid-cult), e in definitiva sono lontani dal "gusto" più autentico; sono privi di una autentica carica geniale.Da quanto sopra deriva quella che potremo definire "pericolosità del talento": è, in un certo senso, rischioso possedere delle doti spiccate di abilità, quando queste non s' accompagnano a un gusto aggiornato, perchè è molto facile illudere il pubblico circa il valore di prodotti che, per contro, ne sono totalmente o parzialmente privi." (da Gillo Dorfles, "Le oscillazioni del gusto", Skira editore)
Ho trovato “Mistero etrusco” alla libreria Rizzoli, sotto le volte della galleria Vittorio Emanuele, a Milano: libreria dove, fino a qualche anno fa, andavo spesso a bighellonare con un mio ex-amico metallaro. Ma, soprattutto, ero solito recarmi alla libreria Rizzoli, anche da solo, per il semplice motivo che, al secondo piano, una volta, c’ erano dei fantastici divanetti a due posti in pelletta color carne, dove poter accasciar le affaticate natiche dopo le erculee fatiche dello shopping.
Proprio su uno di quei divani, io e il mio ex-amico ci siam fatti beccare da Enzo Biagi immersi nell’ attenta osservazione di un fumetto pornografico di Serpieri.
Anche se, a dir la verità era lui, il metallaro, a voler polemicamente dimostrare, stando seduto a gambe larghe sul divano e con il porno sulle ginocchia, che aveva tutto il diritto di osar sfogliare oscenità, fregandosene dei clienti che salivano fin lì per cercare libri di musica o cucina, infilati in scaffali pericolosamente vicini, con Wagner che si confondeva coi wafer, o Beethoven addossato, ubriaco, ai regalatissimi “Beer books”, oppure Mozart che, se fosse balzato fuori dalla copertina del volume di Maynard Solomon a lui dedicato, avrebbe facilmente ritrovato, a poche centinaia di pagine di distanza, la ricetta delle sue “palle” al cioccolato.
Tre etruschi pop ...
Ricordo molto bene l’ occhiata di Enzo Biagi.“Che anime giovani…” sembrava dirsi, fra sè e sè: frase che di solito la mia amica Elena mi sussurra all’ orecchio, ogni volta che, nei negozi del centro, dei buzzurri ci passano davanti per pagare, o allungano avidamente le mani, per far man bassa delle occasioni in saldo. Una frase forse diffusa proprio dalle parti di Elena, fra Novara, Vigevano e Vercelli, ma non saprei dirlo con certezza.
Ma ora basta, bando alle ciance. Torniamo a "Mistero etrusco" in Rizzoli…
Quel mattino ero arrivato presto a Milano, con un anticipo di ben due ore, prima di andare a lezione di latino, a casa di Sara. Ed ero lì, in Rizzoli, perché, a quell’ ora, la Feltrinelli era ancora chiusa. Stavo guardando i volumi Adelphi adagiati con cura su un ampio ripiano, con la copertina rivolta verso l’ alto, e ripensando ad “Ascolto il tuo cuore, città” di Alberto Savinio, che avevo visto per la prima voltà proprio lì sopra. E nel voltarmi, “Mistero etrusco” mi colse di sorpresa, prendendomi per la coda dell’ occhio, e tirandomi così a sè: c’erano tre copie, buttate là, tutte e tre trattenute da un elastico, sulle pile dei fantasy e dei mistery. Erano un po’ malconci, purtroppo, forse perché giungevo in ritardo, dopo che già svariati lettori si erano impossessati di quelle tre copie, per leggerli a scrocco, attirati dal titolo, dal nome dell’ autore, dalla bontà della casa editrice, o, più semplicemente, dalla simpatica illustrazione in copertina. E altre copie dovevano essere già state vendute.
Passai le dita sulle copertine e sui fianchi di tutte e tre i libri rimasti: e incontrai orecchie a sventola, pagine stropicciate, dorsi screpolati. Era il giorno del mio compleanno: al pomeriggio dovevo correre a casa. Non avevo tempo per fermarmi in Feltrinelli e cercare almeno una copia in condizioni migliori. Per giorni non sarei più tornato a Milano, e a quel punto, la voglia di leggere il prima possibile il libro di Paolo riuscì a scavalcare il mio feticismo libresco.
Afferrai la copia messa meglio, ma decisi comunque di rivolgermi alla cassiera. Forse avevano, da qualche parte, altre copie di “Mistero etrusco”: forse, con un po’ di fortuna, potevo ancora sperare…
Paolo Ferrucci, "Mistero etrusco", edizioni Sylvestre Bonnard
“Mi scusi, non è che ne sono rimaste altre copie oltre alle tre esposte?” chiesi cortesemente alla cassiera, sventolando il libro di Ferrucci all’ altezza di un paio di piccoli occhi che mi scrutavano accigliati.
“No!”, rispose subito la cassiera, poggiando a terra il flacone di detergente che aveva usato per togliere le ditate dei clienti dal bancone: afferrò il “Mistero Etrusco”, per poi arrotolarlo orribilmente sullo smagnetizzatore, e offrendomelo fra due dita, manco fosse un osso da allungare a un cane – frase, quest’ ultima, che dopo aver digitato ieri mattina, tutto contento, sul mio PC, ho poi ritrovato con sconcerto ieri sera leggendo “Suite francese” di Irene Nemirovsky…
Un “no”, quello della cassiera, che alle mie orecchie suonava più come un “tiè”.
Ho ingoiato, tutto intero, un urlo di rabbia, pagandolo poi al prezzo di un insopportabile gonfiore alla pancia, e sfoderando uno dei miei candidi sorrisi di disgusto, strofinai i miei soldi sul bancone, con l’ intento di inzozzarlo (perché niente è più lercio dei soldi che passano di mano in mano…), poi afferrai resto, scontrino, sacchetto, libro, e mulinando sui miei tacchetti, mi avvicinai a grandi passi all’ uscita, spingendo la porta a vetri con la maniglia a forma di R.
“Qui non ci metterò mai più piede!”, mi dissi, una volta fuori, rovistando nel sacchetto per recuperare il “Mistero Etrusco”, o il “rotolibro” che ne restava: ma soltanto pochi giorni dopo sarei tornato ancora in Rizzoli, scodinzolante di felicità, per comprare un librone edito dal Victoria&Albert Museum e dedicato alla vita domestica nel Rinascimento in Italia.
Altri etruschi pop ...
Aperto “Mistero Etrusco”, lo richiusi solo quando, dopo tre fermate di metrò giallo, arrivai all’ atrio d’ ingresso della casa di Sara: un appartamento arredato con gusto in un palazzo d’ epoca, con deliziose finestre ovali in facciata, e non lontano dall' edificio con i timpani che dicono “Ascolto il tuo cuore, città.”
“Cosa leggi di bello?” mi chiese Sara, non appena vide “Mistero etrusco”, che avevo appoggiato sul tavolo del salotto, accanto a Catullo. “E’ il libro di un amico blogger, spesso ospite del mio blog: Paolo Ferrucci. L’ ho appena comprato in Rizzoli. Dovrebbe essere un giallo… io non ho mai letto gialli…”
“Ah sì? Io adoro i gialli…” mi disse sorridente, e mi raccontò di come fosse particolarmente appassionata, fra gli altri, dei libri di Carofiglio, autore che già conosceva e amava ancor prima del suo grande successo. Da qualche tempo anche io ho adocchiato Carofiglio, e adesso, seguendo i consigli di Sara, mi deciderò quanto prima a leggere qualcosa di questo autore contemporaneo.
Ora , dopo aver letto “Mistero etrusco”, devo riconoscere che proprio Sara, con la sua passione per le lingue classiche e per i libri gialli, potrebbe in effetti essere la lettrice ideale di questo libro di Paolo Ferrucci. Credo che potrebbe davvero piacerle, e molto anche. Penso che, anche per ringraziarla del grande aiuto che mi sta dando per preparare l’ esame di latino, potrei regalarle proprio una copia di “Mistero etrusco”: e penso anche che, nel leggere questo bel libro di Paolo, potrebbe in qualche modo sentirsi molto vicina al personaggio della giovane Vanessa, così come io, subito, già alle prime pagine, mi sono affezionato molto al personaggio di Fazzini: anche se, pensando alla mastodontica tesi di laurea che mi aspetta, spero sinceramente di non fare la sua stessa fine…
Oggi non son riuscito a scrivere granchè... Evabbè... Tanto per mettere qualcosa di nuovo, qui sul blog, ma una volta tanto qualcosa di "non mio", copio un passo suggestivo tratto da "Le Porte Regali", un saggio dedicato alla icona, di padre Pavel Florenskij.
Chi? Per saperlo, vi metto qui di seguito qualche informazione biografica che copio dal retro di questo suo saggio, pubblicato in Italia da Adelphi.
Pavel Florenskij, "Le Porte Regali", Adelphi
"Nato nel 1882, fucilato nel 1937 dopo essere stato deportato nell' estremo Nord della Russia, Florenskij è una soggiogante figura di mistico, filosofo, matematico e teologo, quale poteva apparire soltanto in quella prodiga fioritura di genialità che si ebbe in Russia nei primi anni di questo secolo."
E ora, ecco il passo che vi ho annunciato. Buona lettura.
"In realtà non è forse immediatamente ovvio che i suoni della musica strumentale, anche quelli dell' organo, come tali, cioè a prescindere dalla composizione dell' opera musicale, non possono inserirsi nella liturgia ortodossa? Questo dato immediato del gusto, immediato a parte le considerazioni teoriche, non collima in coscienza con lo stile liturgico stesso, turba la circolare unità della liturgia, perfino se considerata come semplice manifestazione artistica o sintesi delle arti. In realtà , non è forse immediatamente ovvio che questi suoni come tali, ripeto, sono troppo lontani dalla limpidezza, dalla «intellettualità», dalla filologia della meditativa liturgia della Chiesa Ortodossa, perché la loro materia sia utilizzata nella sua arte sonora? In realtà immediatamente non si avverte forse che il suono dell'organo è troppo indugiante, troppo vischioso, troppo lontano dalla trasparenza, dalla cristallinità, troppo legato al non luminoso fondo dell'umanità qual è nella sua presente condizione, nella sua naturalità, perché si possa usare nelle chiese ortodosse? E adesso non valuto in generale, ma considero soltanto l' unità stilistica, se essa lo accetti o lo respinga, non è affar mio.”
Jan e Hubert Van Eyck
"Gli Angeli suonatori", pannello dell' Altare dell' Agnello Mistico
"Ma stai parlando del suono, mentre hai cominciato parlando della materia delle arti figurative.La nostra conversazione, come ricordi, riguarda particolarmente la pittura di icone"
"E' perfettamente giusto; ma non ho trattato a caso del suono. Permettimi di concludere, anche tu ora comprendi perché il mio pensiero ha fatto questa divagazione. Sicché, parliamo dell'organo."
"E' uno strumento musicale essenzialmente legato ad un periodo storico , sviluppatosi a partire da ciò che chiamiamo Rinascimento culturale.Parlando della cattolicità, comunemente si dimentica che è tutt'altro la Chiesa d'Occidente prima e dopo il Rinascimento, che nel Rinascimento la Chiesa d'Occidente subì una grave malattia, dalla quale uscì dopo avere parecchio perduto e benché acquistasse una certa immunità, tuttavia rimase deformata la struttura stessa della vita spirituale, e rimane una grossa questione come avrebbero valutato la cattolicità post-rinascimentale i rappresentanti medievali dell' idea cattolica. Sicché la cultura occidentale procede da un cattolicesimo restaurato ed è essa che si è espressa nel campo dei suoni per mezzo dell'organo; non a caso la fioritura della costruzione d'organi ebbe luogo nella seconda metà del XVII e nella prima del XVIII - un tempo che espresse soprattutto, soprattutto svelò l' essenza intima della cultura rinascimentale. Perciò voglio non suggerire un' analogia, no, voglio stabilire un nesso più profondo e impegnativo."
"Un nesso fra il suono dell'organo e i colori ad olio?"
Jan e Hubert Van Eyck
"Altare dell' Agnello Mistico"
"Hai indovinato.La stessa consistenza dei colori a olio ha un rapporto intimo con il suono oleoso-vischioso dell' organo, e il tocco grasso e la succulenza dei colori della pittura a olio sono strettamente affini alla succulenza della musica organistica. E questi colori e suoni sono terreni, carnali. Storicamente la pittura a olio si sviluppa infatti quando nella musica fiorisce l' arte della costruzione degli organi e il loro uso. Indubbiamente la scaturigine dei due generi di cause materiali si trova in un' unica radice metafisica, perché entrambe si fondano sulla stessa concezione del mondo, pure in sfere diverse". ( Pavel Florenskij, in "Le Porte Regali-un saggio sull' icona", Adelphi )