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Nel 1955, con l’ arrivo della bella stagione, a Milano arrivarono gli Etruschi. Per giorni e giorni si accamparono, arrocati nelle sale vuote e restaurate di fresco di Palazzo Reale, in occasione di una grande mostra a loro dedicata.Per accogliere questi gracili ospiti archeologici venne convocato il buon Luciano Baldessari, che già pochi anni prima era riuscito a far accomodare al meglio, sempre a Palazzo Reale (che era ormai diventato uno fra i più grandi alberghi per opere d’ arte, ma oggi famoso come casa d’ appuntamenti artistici non sempre entusiasmanti) i più burberi dipinti di Van Gogh.
Sala delle Terrecotte
Dell' accoglienza architettonica allestita da Baldessari e riservata ai reperti etruschi esposti in mostra restano, a ricordo abbastanza fedele della realtà, alcuni scatti fotografici dedicati, in particolare, alle sale che accoglievano le stirpi più importanti che componevano quell' intero e presunto popolo di anticaglie artistiche ed etrusche: le terrecotte e gli ori. Le terrecotte erano alloggiate in una sala dalle pareti rivestite o dipinte, con alta probabilità, di bianco.
Inserito fra pavimento e parete era collocato uno spesso zoccolino, scuro o nero, sul quale cadevano gli elementi di sostegno lineari e bianchi, che risalivano lungo la parete,e si interrompevano ad accogliere le terrecotte. Si puo’ anche sottolineare che, secondo quanto appare nella fotografia di questa sala, le terracotte erano schierate a parete, “sull’ attenti”, e allo stesso tempo libere di offrirsi, in tutta bellezza, al conoscitore , e in tutta fragilità, anche alla curiosità stracca del visitatore più molesto: se si vuol cedere alla nostalgia dei bei tempi che furono, si potrebbe quasi immaginare che, dopotutto, una simile soluzione espositiva riveli molta fiducia verso l’ educazione al “guardare e non toccare” dell’ intero pubblico di visitatori, perché i reperti venivano visivamente “offerti” senza la mediazione di protezioni in vetro, o di distanziatori. E molto a proposito della fragilità di queste anticaglie ed etruscherie, si potrebbe qui richiamare il buon senso delle osservazioni longhiane manifestate, proprio in occasione di questa mostra, in un suo pungente intervento ne “L’ Europeo” del 29 maggio 1955 e intitolato, appunto, “La mostra friabile degli Etruschi”.
“Bronzo, terracotta o pietra tenera: nulla meglio della Mostra Etrusca (già a Zurigo, oggi a Milano in Palazzo Reale) può tradurre in piena realtà la celebre similitudine manzoniana dei vasi di terra costretti a viaggiare in compagnia dei vasi di ferro. E sebbene l’ impresa dotta senza dubbio e studiatissima, sia stata promossa dal nostro impareggiabile ministero dell’ Istruzione, sarà concesso lamentare ancora una volta l’ imprudenza somma di trascinare per migliaia di chilometri masse di oggetti dove predomina il materiale più incrinabile e, del resto, già mille volte sbocconcellato e rabberciato. A Roma, assistevo per caso alla rimozione d’ uno di codesti pezzi e ricordo l’ avvertimento di uno degli uomini di fatica al compagno: «Aoh! Fa’ attenzione sa’, che sti mammozzi so’ fragili».”
Catalogo della mostra dedicata agli Etruschi del 1955, a Milano
Nella fotografia, l’ unico reperto che, all’ appello, risponde, al sicuro, protetto al di là di un distanziatore metallico è la testa decapitata da una statua in terracotta di Hermes, collocata a far da solista al centro della sala, e sostenuta da elemento metallico lineare e bianco che si interrompe, sul pavimento, saldandosi ad un disco di sostegno. Il distanziatore, che può essere un po’ macchinosamente descritto come un semplice quadrato su quattro gambe, è l’ unico elemento dell’ allestimento che interviene a ridefinire, irrompendo in tutte le tre dimensioni, lo spazio vuoto della sala. Il tutto, fatto di allestimento e reperti, ingrana in una meccanica espositiva ad aste e bilanceri. E in questa sala, non accade altro. Tutt’ altro accade, invece, nella sala dedicata agli ori etruschi. Nel passare da una sala all’ altra si è coinvolti in un capovolgimento sensoriale, quasi un trabocchetto percettivo, che a capriole ribalta le priorità della nostra percezione visiva. Alla consistenza materica delle terrecotte si contrappone, in contrappunto, l’ evanescenza luminosa degli ori, ospitati in una sala che scompare nell’ oscurità, che perde la sua consistenza architettonica e la sua effettiva presenza concreta, ridotta solo alla graniglia beige e rosa del pavimento, dove gettate apparentemente a caso, come dadi da gioco, e sospese su steli neri, risplendono teche di vetro, a far da incubatrici cubiche per tenere in vita i bagliori dei monili e degli oggetti d’ oro d’ età etrusca.
Sala degli Ori
Su cubi di vetro calano, come le astronavi di Stargate o le trovate sceniche di una qualche Aida minimalista, nere lampade piramidali a sospensione, che sparano la luce direttamente dentro i cubi di vetro, tenuti insieme da semplici fermagli metallici pinzati sugli spigoli. Immaginando di poter colorare la fotografia che illustra questa sala, otterremo una grana cromatica fatta di rosa e di beige punteggiati di nero, cosparsa sul pavimento, colpito in pieno dai riverberi di luce che, attraversando le superfici di vetro, cadono a terra, e proiettano una zolla d’ ombra quadrata. E poco più in alto, una rincorsa di riflessi e trasparenze dorate che gioca fra i cubi di vetro delle teche espositive.
Se oggi venisse inaugurata una mostra simile, con tanto di sponsor, di estintori, e di bookshop, avrebbe sicuramente fra i suoi visitatori, e lo immagino camminare attentamente fra i reperti archeologici etruschi come nel bel mezzo di una scena del crimine, il nostro Paolo Ferrucci, al quale mi piace dedicare questo post strappato da alcuni appunti buttati giù per la mia tesi di laurea. E chissà che proprio nel bookshop, fra i cataloghi e le cartoline, non possa anche stare a suo agio, e a proposito, qualche copia messa in pila del suo ultimo romanzo “Mistero Etrusco” …