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Nei primi stracchi anni d' università, trascorsi giocondamente all' insegna di dieta e moda, invece di recarmi a lezione andavo a passeggiare in centro, a Milano. Spesso, e volentieri accompagnato dalla mia cara amica Elena (o ero io ad accompagnare lei?), facevo meta a "la Rinascente".
Vediamo un po' se posso dirvi qualcosa di buono su questo famoso grande magazzino.
Ferdinando Reggiori
Facciata dei grandi magazzini "La Rinascente" a Milano, in una foto degli anni cinquanta
Frugando nell'armadio, dove assieme ai volumi a me più cari tengo la mia collezione di libri di Franco Maria Ricci, trovo l' imballo di cartone dell' "Enciclopedia di Milano": con molta attenzione, scarto il volume, lo apro, e dalla voce "La Rinascente" spulcio per voi queste parole.
"La sua storia comincia nel 1865 per iniziativa di Ferdinando Bocconi, il quale aprì nel centro di Milano un piccolo negozio per la vendita di abiti confezionati, la cui attività, nel volgere di pochi anni, si ampliò al punto da diventare il primo grande magazzino italiano. Rilevato da Senatore Borletti nel 1917, dopo il famoso incendio scoppiato nella notte di Natale del 1918, il magazzino venne interamente ricostruito e ribattezzato "la Rinascente" d Gabriele d'Annunzio."
"Enciclopedia di Milano", Franco Maria Ricci
"In breve tempo l' iniziativa riuscì a guadagnarsi il favore dei milanesi e, sulla scia dei primi favorevoli risultati, nel 1928 l' attività societaria si estese ai magazzini cosiddetti a prezzo unico con la nascita della Upim, poi incorporata dalla casa madre nel 1934 ."
I Grandi Magazzini Bocconi
L' immagine di raffinatezza e buon gusto degli abiti confezionati e degli accessori in vendita a "la Rinascente" veniva magnificamente comunicata dai pregevoli manifesti pubblicitari di Marcello Dudovich, capaci di racchiudere in una sola immagine il fascino di uno stile di vita fatto di vacanze, mondanità, sofisticatezza nei gesti e attenzione alla moda. Ecco cosa troviamo, alla voce Dudovich, sempre nella "Enciclopedia di Milano".
Un manifesto de "La Rinascente" disegnato da Marcello Dudovich
"Cartellonista e illustratore (Trieste 1878-Milano 1962). Notissimo al grande pubblico per le sue rappresentazioni in stile liberty del mondo femminile e della vita mondana del suo tempo, illustrò molte riviste famose, fra cui "Novissima", "Corso" e "Simplicissimus", ed eseguì cartelloni pubblicitari per le maggiori industrie dell' epoca."
Sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale anche il vecchio edificio de "La Rinascente", ricostruito e ampliato secondo le forme originali dei primi magazzini Bocconi, venne gravemente danneggiato. In seguito, il vecchio edificio venne del tutto abbattuto, e "la Rinascente" venne ricostruita in forme completamente diverse. Leggiamo dunque, e ancora, dall' "Enciclopedia di Milano".
La Rinascente
Gli interni del grande magazzino distruttti sono i bombardamenti
"Il 4 dicembre 1950, fra accese discussioni per la novità delle sue forme architettoniche, fu inaugurata a Milano la nuova grande sede di piazza del Duomo, su progetto di Aldo Molteni . La facciata in marmo, caratterizzata dai portici e ai piani superiori dai finestroni incorniciati in cotto, è di Ferdinando Reggiori, mentre gli interni si devono a Carlo Pagani ."
La Rinascente
Una immagine degli interni di Pagani della nuova sede ricostruita da Reggiori
L' operazione di Reggiori proponeva, in un contesto architettonico delicatissimo, proprio accanto al Duomo, un progetto a metà strada fra tradizione e modernità. Più precisamente, una trascrittura moderna dell'antico, già affrontata molti anni prima nel progetto dell' Arengario di Piazza Duomo, proprio addosso a Palazzo Reale.
Qualche mese fa la facciata de "La Rinascente" è stata sottoposta ad una ripulitura che ha davvero giovato al suo aspetto complessivo, fino al recupero di una luminosità quasi rinascimentale. Sotto la sporcizia che dava all'edificio un brutto e ingrigito colore olivastro, sono finalmente apparse le venature rosa, grigie e azzurre del marmo bianco di Candoglia, lo stesso marmo del Duomo di Milano. Anche la passeggiata sotto le arcate è stata modificata, con ingressi nuovi, nuove illuminazioni, e con grandi vetrine a tutto sesto per esibire abiti e prodotti.
Personalmente rimpiango l' edificio dei vecchi magazzini Bocconi, per l'aria di esoticità delle cupolette laterali e per la vicinanza stilistica con le ali laterali della Galleria Vittorio Emanuele.
Anche gli interni originali, a poterli rivedere ancora oggi, con le colonnine di ghisa, le vetrate luminose e i decori delle balconate in ferro battuto avrebbero sicuramente un effetto molto suggestivo.
Post pubblicato il 22 gennaio 2007, rivisto e qui pubblicato per Barbara, ammiratrice di questi famosi grandi magazzini milanesi.
Appena sveglio ho scartato i doni di Elena. Ho strappato via la carta dal pacco più grande e mi sono ritrovato fra le mani il bellissimo catalogo della prima mostra del Cerano, allestita a Novara nel 1964. Un regalo che mi ha reso molto felice; anche perchè solo pochi giorni prima, vagando fra le bancarelle di un mercatino di cianfrusaglie, avevo trovato l’ ambito catalogo della mostra mantovana del 1961 dedicata a Mantegna, che a giudizio di Francis Haskell dovrebbe essere considerato uno dei primi libri d’ arte “da coffee table”. Se avessi un tavolino da caffè tutto per me, accanto al catalogo del Mantegna ci metterei anche il bel volume di Elio Grazioli intitolato “Arte e pubblicità”, pubblicato da Bruno Mondadori. L’ ho scovato alla Hoepli, la libreria ricostruita da Figini e Pollini, nel dopoguerra, in una delle zone più belle del centro di Milano. Per andarci passo sempre nella vicina piazza Meda, dove ogni volta mi fermo a guardare la casa del Manzoni e il palazzo Belgiojoso costruito dal Piermarini.
Elio Grazioli, "Arte e pubblicità", Bruno Mondadori
Cosa stavo dicendo? Ah, sì… dunque, torniamo ad “Arte e pubblicità”. In questo ampio saggio Elio Grazioli affronta i rapporti intrecciati fra produzione artistica e comunicazione pubblicitaria, partendo dalle origini ottocentesche del manifesto fino alle “ultime tendenze dell’ arte d’ oggi”; tanto per sfruttare il titolo di un testo di Gillo Dorfles a me molto caro. Al di là dello specifico argomento che affronta, “Arte e pubblicità” può anche essere usato come un manuale di storia dell’ arte contemporanea, che personalmente consiglierei volentieri a chi volesse affrontare un approccio ottimale con la Pop Art. Di questo libro mi piacciono molto le parti su Andy Warhol: notevoli, ad esempio, anche gli interventi del filosofo Arthur Danto a lui dedicati, recuperati da Grazioli e integrati all’ interno di un ampio capitolo sugli anni Sessanta. Leggiamo dunque qualcosa di quel che dice Danto a proposito di Warhol.
“Le sue minestre si erigono a celebrazione sacramentale della loro realtà concreta, quella di minestra quotidiana, per così dire, o di cosa che viene consumata ogni giorno, come ha dichiarato di fare lui stesso. […] Esse sono sempre uguali. Si può preferire il “pollo e vermicelli” al “passato di pomodoro”, ma tutte le scatole di pollo e vermicelli devono essere identiche, così come questo grande egualitarista di Warhol pensa che tutte le persone sono identiche. Quello che gli piace nei prodotti alimentari americani è che sono sempre uguali: la regina d’ Inghilterra non potrebbe procurarsi un hot-dog migliore del primo venuto. La ripetizione fa dunque parte integrante del suo percorso, concatenando scatola di minestra con scatola di minestra, Marylin con Marylin, fino a quando l’ impressione del dejà-vu si dissipa per lasciarci percepire i prodigi del banale.”
Un esemplare delle scatole Brillo riprodotte da Andy Warhol
Fatta provvista di queste osservazioni, mettiamo da parte le scatole di zuppa Campbell, le Marylin e le lattine di Coca-Cola per soffermarci sulla scatola di detersivo Brillo; un altro prodotto di consumo divenuto icona dell’ attività artistica warholiana. Nel 1964, in occasione di una sua esposizione presso la Stable Gallery di New York, Warhol aveva allestito le sue opere in uno spazio occupato da scatole e scatole di Brillo appoggiate l’ una sull’ altra: gli interni della galleria d’ arte assumevano così l’ aspetto di un magazzino. In realtà le scatole di Brillo proposte da Warhol erano riproduzioni in legno, identiche nelle dimensioni, nel colore e nella grafica alle confezioni originali del detersivo. E proprio Danto, dopo aver visitato questa mostra, ha riflettuto sul particolare caso artistico rappresentato dalle riproduzioni delle confezioni Brillo.
Alan Jones "Leo Castelli, l' uomo che inventò l' arte in America", Castelvecchi
“Il designer originale della scatola Brillo di quegli anni era di fatto un espressionista astratto mancato della seconda generazione, che si era lanciato nell’ arte commerciale come pis-aller. Distingueva nettamente l’ arte dalla sua attività pagata a ore o a cottimo (come nel caso della scatola Brillo). Ironia che doveva riempirlo di amarezza, nel 1964 Warhol fece semplicemente passare la scatola Brillo dall’ altra parte della linea che si credeva così invalicabile nel 1954, ma che degli artisti avevano allegramente attraversato nell’ altro senso, diciamo nel 1894. E, così facendo, Warhol esemplifica il terzo tipo di rapporto che mi propongo di illustrare, obliterando in senso inverso la fronitera fra l’ arte alta (high) e quella triviale (low). Il designer originale, di fatto, intentò un processo a Warhol, ma Warhol aveva fatto qualcosa che quello non avrebbe saputo fare. Warhol fece dell’ arte a partire da una scatola che il suo designer aveva separato dall’ arte. Sarebbe stato concettualmente impossibile a quest’ ultimo considerare arte ciò che aveva creato”.
Beate Wedekind, "New York Interiors", Tachen editore
Naturalmente Warhol è il rappresentante più famoso della Pop Art, ma non guasterà ricordarne “en passant” anche altri. Guai a dimenticarsi di Robert Rauschenberg, di Jasper Johns, di Roy Lichtenstein, anche se i miei preferiti restano Wesselmann e Claes Oldenburg.Ogni volta che si parla di Pop Art è a mio parere doveroso ricordare anche Leo Castelli: nato a Trieste, arrivato negli USA nel 1940, è stato uno dei più prestigiosi galleristi americani del dopoguerra. Se in questi giorni di frenetiche spese natalizie vi è capitato di passare nel reparto dedicato all’ arte di qualche libreria, avrete forse notato la sua biografia, scritta da Alan Jones e pubblicata da Castelvecchi - con una bella introduzione di Gillo Dorfles e una pessima copertina.
Questo libro non è ancora sui miei scaffali, ma se aspettate qui vado a prendere “New York Interiors”; un volume Taschen del 1997 dedicato alle case più esclusive della Grande Mela, fra le quali non mancava, allora, l ‘ appartamento di Leo Castelli. Ho il sospetto che dopo la scomparsa del gallerista, avvenuta nel 1999, la sua casa abbia subito qualche inevitabile trasformazione, ma mi ostino a sperare che l’ eccezionale collezione d’ arte contemporanea che ospitava non sia andata disgraziatamente dispersa all’ incanto, da Christie’s o da Sotheby’s, fra i marosi del mercato.
Appartamento di Leo Castelli: il soggiorno
Esposti nel soggiorno, nel corridoio, in camera da letto e nel bagno c’ erano (e forse ci sono ancora oggi) capolavori di Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Frank Stella, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jackson Pollock, Willem de Kooning, Franz Kline, Yves Klein, Cy Twombly, Claes Oldenboug, Ellsworth Kelly, Bruce Nauman, Richar Serra, James Rosenquist… e tanti altri ancora.
Gli arredi dell’ appartamento erano stati scelti in obbedienza al gusto sobrio, elegante, allo stesso tempo ironico e sofisticato del padrone di casa. Mi piace anche far notare come la semplicità dei mobili e delle stanze fosse qua e là perturbata proprio dai capolavori della Pop Art, giustapposti non senza giocose relazioni con gli oggetti d’ uso quotidiano.
Appartamento di Leo Castelli: la camera da letto
Nel soggiorno, sopra il caminetto, proprio accanto ad un tavolino di Jean e Jacques Adnet dove splendeva una lampada di Edgar Brant del 1925, c’era la “Flag” del 1958 dipinta da Jasper Johns. Nella stessa stanza mi diverte ritrovare, ripiegata sullo schienale di una poltroncina Carlo X, un’ autentica bandiera americana che creava un ironico “pendant” con l’ opera di Johns. E sempre di Johns è il dipinto che si intravvede nella penombra, intitolato “Target with Plaster Casts”, del 1955: l’ ospite che passava lo sguardo su quest’ opera poteva ritrovare nei cerchi del bersaglio quella prevalenza di giochi geometrichi che già caratterizzava la “Flag” esposta sul camino. E abbassando gli occhi, altre geometrie si disegnavano nel tappeto steso sul parquet e cucito in India su disegno di Frank Stella.
Due tazzine di Roy Lichtenstein
Sulla chiara tinta neutra delle pareti si accendevano dunque le tonalità delle pitture di Johns; e nel caminetto divampava, al posto del fuoco, il giallo della “Yellow Apple”; una scultura di Roy Lichtenstein realizzata all’ inizio degli anni Ottanta: di suo c’era anche la tazzina in ceramica che era esposta su un tavolo proprio accanto alla sua “Cup of Coffe” del 1962. Infine, nella camera s’ imponeva allo sguardo la coperta color panna del semplicissimo letto; e sul comodino decò, sotto l’ abatjour, c’ erano il telefono e una sveglia da viaggio. Appeso alla parete, proprio sopra il cuscino, c’ era un lavoro di Edward Ruscha del 1987 intitolato “Dreams”.
Leo Castelli e la "sua" scatola Brillo di Andy Warhol
Ora lasciamo l’ appartamento e andiamo via; ma non prima di gettare un’ occhiata ad una delle scatole Brillo di Andy Warhol, che in una casa come questa non poteva proprio mancare! Leo Castelli l’ aveva fatta ricoprire con un involucro di plexiglas trasparente. E quest’ opera d’ arte, nata provocatoriamente come banale e fedele riproduzione di una confezione di detersivo, veniva così trasformata in un inedito oggetto da usare tutti i giorni: un “coffee table” dove servire il vassoio con l’ espresso, o esibire cataloghi e libri d’ arte per intrattenere gli ospiti.
Una casa a fungo alla periferia di Milano negli anni Cinquanta
Le case a fungo, oggi, viste dall' alto con Live Search MapsCon il sipario che si chiudeva sulla prima scaligera del “Rake’s Progress” di Stravinskij si poteva aver l’ impressione che, a Milano, l’ anno fosse finito con un certo anticipo. Era il dicembre 1951, e la città si era da qualche mese lasciata alle spalle la grande mostra longhiana dedicata al Caravaggio: la prima di una serie di iniziative straordinarie, che nel giro di pochi anni avrebbero trasformato Palazzo Reale in uno degli spazi più prestigiosi d’ Europa - prestigio che verrà sigillato dalla storico soggiorno milanese di “Guernica”, sotto gli stucchi bombardati della “Sala delle Cariatidi”, in occasione della mostra del 1953 dedicata a Picasso.
"La sedia italiana nei secoli"
Veduta dell' allestimento della mostra: in evidenza la "penisola centrale" (Archivio storico della Triennale)
Ma il 1951 è stato anche l’ anno della IX Triennale d’ Arte Decorativa, con le consuete numerose esposizioni tematiche (dedicate all’ arte, all’ artigianato, al design) organizzate nei saloni del Palazzo dell’ Arte di Giovanni Muzio: l’ edificio che oggi, più semplicemente, è soprattutto noto come “La Triennale”. Se avessi fatto parte già allora del catalogo dei viventi, avrei fatto di tutto per visitare almeno “La sedia italiana nei secoli”; una bella mostra allestita con una ricca selezione antologica di antiche sedute italiane (fra sedie, poltrone, scranni e troni) proveniente da ambiti storici e regionali molto diversi: per intenderci, si partiva dalla sella pompeiana del 50 d.C e si arrivava alle sedie lombarde del XIX secolo.
Il comitato scientifico presieduto da Carlo Ludovico Ragghianti vantava nomi eccellenti: in particolare mi piace ricordare che nelle relazioni battute a macchina, scritte durante le serate di discussione in preparazione della mostra, compare anche Mario Praz, “assente giustificato”.Peccato non poter, almeno per ora, ricostruire il ruolo di Praz all’ interno del comitato scientifico, se non altro per poterne verificare la portata e l’ importanza, nella speranza che l’ "Anglista" non sia stato messo lì soltanto per dare un’ ulteriore spolverata di lustro alla mostra. Quali proposte può aver avanzato Praz? Quali consigli sulla selezione dei pezzi da esporre? Quali suggerimenti “prazzeschi” per l’ allestimento? Mi dispiace: a queste domande non saprei proprio come rispondere.
"La sedia italiana nei secoli"
Veduta dell' allestimento della mostra: in evidenza le rampe di scale (Archivio storico della Triennale)
L’ architetto Franco Albini faceva parte della giunta esecutiva, ma chi si è effettivamente occupato di progettare l’ allestimento della mostra è stato Ignazio Gardella, noto ai più come l’ autore del bellissimo PAC (Padiglione d’ Arte Contemporanea, fortunatamente ricostruito dopo gli attentati del ‘93) edificato accanto alla Villa Reale di Leopold Pollack, a Milano.
L’ allestimento di Gardella scaturiva da un clangore di linee spezzate, quasi uno smottamento spaziale, che spaccava le superfici in dislivelli percorribili con brevi rampe a gradini: lo spazio espositivo sembrava un paesaggio di insenature e penisole, dove poltrone e sedie erano libere di interagire fra loro, permettendo così al visitatore più curioso di tracciare eventuali relazioni formali fra i molti pezzi esposti. Come il filo di Arianna che ha aiutato a far uscir l’ eroico Teseo dal Labirinto, un sottile corrimano scuro accompagnava il percorso del visitatore, defininendo lo spazio con la sua discreta presenza, evidenziandone il ritmo spezzato.
"La sedia italiana nei secoli"
Le "gerle" e le pale da fornaio degli accademici della Crusca (Archivio storico della Triennale)
Fra i prestigiosi pezzi esposti in mostra, come la sedia siciliana proveniente dalla casa del Petrarca ad Arquà, non mancavano le curiosità: penso, in particolare, agli sgabelli “a gerla” degli Accademici della Crusca. Nell’ allestimento erano stati esposti due esemplari, accostati ad una parete dove erano state appese, una in fila all’ altra, le coloratissime pale da fornaio; purtroppo, nelle foto in bianco e nero, i colori perduti non torneranno a restituirci gli effetti pittorici di questi oggetti dipinti a figure e a motti, così come i tessuti preziosi, i legni o gli ori di sedie e poltrone resteranno celati dietro chiaroscuro fotografico fatto di grigi, luci ed ombre.
Un giorno, mentre rovistavo fra scaffali di roba vecchia nel bookshop della Triennale, mi è capitato fra le mani il catalogo originale di questa mostra: un volumetto ingiallito e vecchio di cinquant’anni che ho portato a casa al prezzo di una follia; tanto che il mio professore è rimasto un po’ sconcertato dall’ assurdità inaudita di questo mio acquisto. Ma come potevo resistere al fascino “anni ’50” della copertina azzurra e scolorita, decorata con una silhouette femminile comodamente seduta, in posa, sulla "T" maiuscola della Triennale?
"La sedia italiana nei secoli", catalogo della mostra, Centro Studi Triennale
Porto via dal catalogo un pezzo di didascalia appunto dedicata alle “gerle” dei Cruscanti, e lo sistemo qui a descrizione di questi commoventi sgabelli sofistici, sofisticati e scomodissimi, dai quali ci si alzava (dopo ore ed ore di noiosissime discussioni) con le cosce rattrappite, le gambe formicolanti e le natiche quadrate.
“L’ Accademia della Crusca, sorta verso il 1582 in Firenze, assunse non solo per l’ istituzione, ma per i suoi membri, le loro insegne e suppellettili, nomi e fogge corrispondenti all’ arte del fornaio. Capriccio simbolico in voga a quei tempi: e lo spunto derivò dal nomignolo di Cruscone, usato per chi faceva le cruscate, cioè discorsi senza né capo né coda. Fu così che vennero ideate, all’ inizio del sec. XVII, anche queste paradossali creazioni della fantasia letteraria di umanisti sottili e ricercati: le sedie costituite da una gerla rovesciata, sulla quale è innestata, con un lungo manico, la pala del fornaio che serve da schienale."
L' Accademia della Crusca
“Su questi viventi simboli della compiacenza di escogitazione di un Grazzini o di un Ridolfi, festosi nel vivido colore e nella stravagante leggerezza delle loro forme, sedevano per lunghe ore quei dotti uomini, ascoltando le cicalate sulla lingua di Dante e del Petrarca, i due numi tutelari dei quali ogni Accademico sceglieva un verso per motto: e non si può davvero presumere che fosse poca fatica la loro, stando così seduti su queste agresti e pure forme, di uno spirito quasi, avanti lettera, da pionieri.”
Basta così. Concludo qui questo post, ricordando soltanto che sfogliando il catalogo, proprio a una pagina di distanza da quanto ho qui appena trascritto, ho trovato anche un paio di illustrazioni che colgono dal vivo le discussioni degli accademici della Crusca, dove si possono vedere in scena anche gli sgabelli. Non sono riuscito a trovare l’ autore di queste illustrazioni, che a guardar bene, almeno a mio parere, sembrerebbero dei disegni: dunque, mancando nel catalogo ulteriori informazioni e per mia dichiarata ignoranza, restaranno purtroppo anonime.
“Toscanini è tornato due giorni fa dagli USA. Ha appena compiuto 87 anni. E’ di nuovo abbronzato, con la pelle liscia, senza nemmeno una ruga, e l’ aria abbastanza soddisfatta. Nei confronti di mia moglie Laura ha un atteggiamento davvero paterno e le riserva la sua consueta affettuosità. Lo trovo molto diverso, molto più umano che a Riverdale, dove viveva circondato dall’ atmosfera "nemica" e "assurda" dei "cloysters", a due passi dalla villa e prigione dorata in cui era stato costretto a produrre, registrare, controllare i dischi. Come sempre mi accade in casi come questo, instauro i consueti odiosi confronti: io che pure sono stato invitato in Inghilterra, negli USA, a Venezia, in Turchia, che ho appena ricevuto un premio per la critica, che cosa rappresento per questo ambiente? Soltanto il marito di Lalla [vedi nota] e, pare, una brava persona, un po’ timida e oscura. Wally – sempre cordiale e simpatica – mi chiede «Ma in America cosa hai visitato? Qualche grande ospedale?» Sono ancora convinti che la mia attività sia quella di medico. Naturalmente mi preme ben poco il riconoscimento di chi ignora persino che esistano Klee e Kandinskij e vede con sospetto, se non addirittura con disgusto, Webern e Alban Berg."
Umberto Boccioni
"Ritratto di Ferruccio Busoni", 1916
"E, del resto, quando sento gli incredibili discorsi attorno alla musica che si sentono fare in quest’ ambiente, dovrei consolarmi. Ecco, per esempio, che Toscanini racconta alcuni aneddoti su Busoni, che lui disprezza, tanto come uomo (era un posatore), che come musicista (invece di riconoscerne l’ indubbia grandezza e originalità, non solo come pianista). «L’ Arlecchino non vale niente», dice Toscanini, «cercava solo delle nuove armonie! Solo per ottenere un effettaccio. Del resto non era italiano, non ha mai composto delle belle melodie.» E lo stesso discorso vale per Bartok, per non parlare di Schonberg e di Berg. «La musica finisce con Debussy».
In effetti dimentico che Busoni davvero non era del tutto italiano: la madre era goriziana, il che spiega la sua amicizia per mio nonno. Anzi, la leggenda familiare vuole il vecchio Bösendorfer del nonno fosse in origine di Busoni. (Il Bösendorfer è poi andato distrutto durante l’ ultima guerra. Quando arrivammo a vedere cosa restava della palazzina di via dei Signori, trovammo solo qualche pezzo del servizio cinese di Canton).” (Gillo Dorfles, "Serata in casa Toscanini", da "Lacerti della memoria", Editrice Compositori)
[Nota: Gillo Dorfles ha sposato Lalla Gallignani, figlia del direttore del Conservatorio di Milano, Giuseppe Gallignani, grande amico di Toscanini.]
Mia madre aveva mal di testa, e mia sorella aveva le sue cose. Così, quel giorno, solo io e mio padre siamo andati a visitare San Pietro, poco prima di partire, lasciare Roma, e rimetterci in viaggio per tornare a casa. Camminavamo sotto i platani, accanto al muretto oltre il quale, molto più in basso, scorreva il Tevere: le automobili parcheggiate ostacolavano il passaggio, e camminavamo in fila, uno dietro l’ altro. Io procedevo ad occhi bassi, per non inciampare nelle radici degli alberi, e ogni tanto alzavo lo sguardo, per guardare l’ acqua verdastra, o le case che si nascondevano, fra le fronde dei platani, sull’ altra sponda del fiume.
G. B. Piranesi - San Pietro
Fra i desideri di quel viaggio, c’ era la voglia di poter vedere, finalmente, la facciata restaurata di San Pietro.Non vedevo l’ ora! Era un mattino di fine agosto, il sole sorgeva già un po’ più tardi del solito e persino gli orli delle foglie dei platani cominciavano ad ingiallire. Accanto al muretto che mi separava dal vuoto, sotto i platani, continuavo a camminare seguendo mio padre, e ad ogni passo mutavano i miei pensieri. Mi chiedevo quando sarei tornato a Roma, e, subito dopo, pensavo a chissà quante cose sarebbero cambiate, in me, entro quel giorno ancora lontano e indefinito. Ma quando infine quel giorno era finalmente arrivato, uscito dalla Stazione Termini, con Elena e Giuseppe, in me non era cambiato nulla, se non poche cose, e in peggio: Roma, invece, mi sarebbe sembrata molto diversa da come la ricordavo.
Saltando oltre la spessa radice di un platano, dove stavo quasi per inciampare, gettai ancora un’ occhiata al Tevere. E rimasi sorpreso nel vedere un uomo, con la barba lunga e i lunghi capelli ricciuti, vestito con una tuta grigia, sporca e consunta, che si stava avvicinando all’ acqua, sul bordo dell’ argine, e, anche lui, come me, guardava il fiume. Per un istante pensai che volesse buttarsi dentro, forse per suicidarsi, e per questo mi fermai all’ istante, spaventato, appoggiando le mani sul muretto coperto di piccole scritte, tracciate con indelebili colorati, che dicevano TVTB, I LOVE YOU, FORZA ROMA. L’ uomo si voltò, slacciò i pantaloni, e allargò le gambe, per cagare nell’ acqua. Subito allontanai le mani dal muretto, e per evitare di assistere a quella scena, alzai gli occhi al cielo, che brillava di luce e di blu fra i platani: abbagliato, sbattendo più volte le palpebre, abbassai lo sguardo al suolo, e riconobbi la punta delle mie scarpe. Allora ripresi a camminare, ad occhi bassi, e più in fretta di prima, per raggiungere mio padre. Quando rialzai di nuovo lo sguardo, vidi qualcosa che splendeva di luce dall’ altra parte del fiume, oltre le statue di pietra dei ponti. Era la facciata di San Pietro, in pieno sole, che scintillava candida fra gli obelischi di via della Conciliazione.
Mio padre, più avanti, si era fermato, e guardava giù, verso il fiume, dove due vecchi stavano pescando. Quando lo raggiunsi, mi disse “Vieni, andiamo!”, e riprendendo a camminare con passo veloce, lo vidi avvicinarsi alle scale di travertino bianco che scendevano al Tevere. Io non avevo alcuna voglia di scendere ed ascoltare l’ ennesima conversazione su lucci, cefali, e carpe, ma non potevo certo lasciarlo lì e andarmene da solo a San Pietro. Così, gettai un’ occhiata alla facciata del palazzo di Giustizia, come se mi rivolgessi a quell’ ammasso di marmi per ricevere un consiglio su cosa fare. Il sole scintillava sui vetri di un pullman che stava imboccando via della Conciliazione, colmo del suo carico di pellegrini polacchi, che agitavano nastri di colore rosso e bianco con le braccia sospese fuori dai finestrini scorrevoli, come vincitori festanti su un carro di trionfo che andavano a ricevere un prezioso bottino: l’emozione di poter finalmente rivedere, o vedere, almeno una volta nella vita, la basilica di San Pietro, a Roma.
Mi affrettai giù per gli scalini ricoperti di travertino: ma alla fine della scala, quando ormai ero quasi giunto a poter vedere da vicino il Tevere, mi ritrovai a passare su gradini sporchi di merda, dove era quasi impossibile metter piede. Le mura dell’ argine, in quel punto, erano imbrattate da scritte e disegni osceni, numeri di telefono, e slogan fascisti tracciati con spray nero sulla pietra bianca cosparsa di muschio.“Stai attento!”, mi diceva mio padre, ormai lontano, e in salvo, oltre i gradini di marmo e merda, come se non avessi occhi per vedere almeno dove mettevo i piedi: con un balzo, mi ritrovai alla fine della scala, e mi allontanai a grandi passi, verso l’ acqua. Mio padre aveva già raggiunto i due pescatori, e mentre io camminavo sui ciottoli, tra ciuffietti d’ erbacce incastrati fra i sassi, i pacchetti di sigarette e le lattine di Coca Cola vuote, lo vedevo mettere insieme e ripetere tutta una serie di gesti che, nel sofisticato linguaggio dei pescatori appassionati, significavano “Quel giorno avevo preso un pesce grosso così!”.
Restai in disparte, infilai le mani in tasca, tastando il flacone del broncodilatatore, e mi avvicinai al fiume: l’ acqua torbida scorreva lentamente, e trascinava a fatica rivoli di schiuma. Le mura di pietra che ricoprivano gli argini, e che avevano definitivamente diviso la città dal fiume, si riflettevano sull’ acqua, e sembravano altissime. I ponti di travertino e di mattoni rosa si innalzavano imponenti sul Tevere, e lame di luce tagliavano di netto l’ incavo delle arcate, nero come catrame.
G. B. Piranesi - Castel Sant' Angelo
“E Craxi, che stava per mettere la mani su villa Doria-Pamphili?” Queste parole, saltate fuori dalla conversazione fra mio padre e i due vecchi pescatori che, poco più in là, andava avanti, ed era finita in politica, mi colpirono al cuore, e immediatamente, ancora una volta, volsi lo sguardo al cielo azzurro, come per raccogliere con gli occhi qualcosa di salutare, come accade quando, per non svenire, si apre una finestra per riprendere a respirare, o si beve un bicchiere d’ acqua fresca. Oltre il cielo, al di là delle mura, si vedeva poco e niente, a parte i rami dei platani che sporgevano nel vuoto, e che alle mie spalle, sopra di me, si allargavano come grandi mani dalle dita sottili. Castel Sant’ Angelo sembrava ancora più grande, e spaventoso, come in alcune incisioni di Piranesi. Oltre le arcate semicilindriche dei ponti di pietra, che si inseguivano l’ una dopo l’ altra, come infilzate tutte insieme sullo spiedo, e messe a rigirare sullo stesso fuoco prospettico, si vedevano alcune baracche fatte con tessuti colorati e rettangoli di cartone.
Piccoli oggetti erano sparsi tutt’ intorno, ma difficili da identificare da quella distanza. Per poter vederlo meglio, appoggiai una mano aperta sulla fronte, per ripararmi dal sole. Forse erano giocattoli.Mi avvicinai ai due pescatori e a mio padre: uno dei due vecchi aveva raccolto le canne da pesca per tornarsene a casa.
“Sono gli ambulanti che stanno là sopra” disse il vecchio, indicando le statue montate sui parapetti di pietra del ponte. “Ma anche i turisti!” aggiunse l’ altro, che si era allontanato dal fiume, e teneva la canna da pesca sollevata al cielo, e infilava l’ esca sull’ amo, tenendo, con la stessa mano, la sigaretta fra due dita. “E poi ci sono anche quelli che stanno là, nelle baracche”. Avevo intuito di cosa stava parlando quel vecchio pescatore romano, e mi voltai a guardare le terribili scritte fasciste tracciate proprio sul muro dove, poco prima, avevo appoggiato una mano per poter saltare oltre la merda, coperta di mosche verdi, e sparsa sulla scala di travertino che mi aveva fatto scendere fin lì, ai piedi di Roma. Pensai agli splendori della città eterna, che laggiù sembravano non esister più, scomparsi dietro gli argini di pietra del Tevere, e tornando a guardare le baracche sotto i ponti mi venne in mente un pezzo, indimenticabile, de “Il Barocco in Italia” di Dino Formaggio, che avevo letto al liceo, grazie ai consigli preziosi del mio professore di storia dell’ arte: un pezzo che è anche una fra le più belle descrizioni di quel che è stata l’ età barocca romana.
“Monumentali chiese, meravigliosi palazzi incantati, deposti in mezzo a giardini da favola, capricciose ville suburbane tra immensi parchi e giochi d’ acqua delle fontane, parlano di una vita trionfante dell’ alta società secentesca romana, ma non riescono a disperdere i fantasmi di morte che vengon col vento dalle circostanti campagne malariche e fiammeggiano tra le povere catapecchie che, nelle stampe del tempo, si vedono accanto all’ imponenza delle chiese e dei grandi palazzi. La Roma barocca accende i suoi cupi splendori d’ incendio tra il nero volo di questi fantasmi. Millenni di morti scricchiolano nel suo sottosuolo, grandi pini neri si levano scarmigliati nel fuoco del tramonto, mentre un’ arsura strana vien su dalla terra e serpeggia al crepuscolo lungo i ruderi e le muraglie, crepita dentro gli intonachi delle case come una febbre o come un male nascosto.”
Ma chi aveva voluto tutto questo? Mio padre, forse? No, in verità non era stato lui a portarmi laggiù. Forse era stata proprio Roma. Forse perché voleva essere sincera con me, fino in fondo, e per dirmi di non ostinarmi a vedere, in lei, solo e soltanto la sua bellezza. Per ricordarmi che tanto fra le sue strade quanto nel mondo non c’è solo bellezza: c’è miseria, c’è sofferenza, e c’è un’ umanità che si rimescola nelle sue spaventose disgrazie. E questa umanità poteva essere anche davanti ai miei occhi, sotto i ponti di Roma, ed essere a due passi da San Pietro.
In quegli anni, la bellezza di Roma era potente su di me, e mi piaceva lasciare che questa potenza mi schiacciasse. Avevo bisogno di qualcosa di forte, di infinitamente più forte di me, che con la sua forza mi dominasse, fino a ridurmi, anche soltanto in un breve istante, ad un’ estatica condizione di calma e serenità, per placare i miei demoni. Volevo schiacciare i miei demoni, così come un malato febbricitante schiaccia la sua malattia sotto il peso di spesse coperte di lana. Per questo, ogni volta che mi trovavo a Roma, riuscivo a sentirmi bene. Per questo, già allora, e già da tempo, avevo scelto di preoccuparmi per le cose belle, e per le opere d’ arte, invece che per la sorte degli uomini.
G. B. Piranesi - il Ponte Molle
E in quel momento Roma voleva farmi capire, per il mio bene, che avevo sbagliato: per questo, quel giorno, proprio mentre mi stavo avvicinando a San Pietro, mi aveva afferrato per trascinarmi, lontano dai turisti, dai pellegrini, dai gruppetti di suore e di preti, giù per quelle scale di marmo e merda, fino al vecchio Tevere imbiancato da lunghe ciocche di schiuma, in quel luogo triste e colmo di miseria, abitato da poveri uomini, custodito sotto le mani aperte dei platani, con le foglie che si orlavano di giallo, e coronato con un’ aureola splendente, fatta con le statue candide che si affacciavano dai ponti.