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Adriano Cecioni
"Interno con figura", 1868, Roma, Galleria Nazionale d' Arte Moderna
Questo interno di Adriano Cecioni è una delle numerose delizie pittoriche di piccolo formato che la Galleria Nazionale d' Arte Moderna di Roma può offrire ai suoi visitatori. Le apparenti ingenuità prospettiche e proporzionali smuovono lo spazio della stanza, dove una domestica intenta a cucire si è addormentata appoggiando la testa al grande letto. Ma sono proprio queste eccezioni alle regole della prospettiva a certificare la modernità a questo dipinto, e a dirci che Cecioni (noto specialmente per le sue straordinarie sculture) era un pittore davvero squisito.
Massimo d' Azeglio
"Lo studio del pittore a Napoli", 1827, Torino, GAM
"La finestra si apre su Castel dell' Ovo, dipinto da d' Azeglio in una celebre veduta del 1836 commisionatagli dalla regina Cristina di Savoia. [...] Nel raffiguare lo studio d' Azeglio allude al duplice interesse per pittura e musica: violino e scatola dei colori stanno stanno l' uno vicino all' altra." (da "L' Ottocento italiano", Giunti)
Fra gli illustri visitatori che nell’ Ottocento son capitati fra le carte e i volumi della Biblioteca Ambrosiana, si ricorda innanzitutto, per dovere di cronica letteraria e prestigio artistico, il giovane Byron, in sosta a Milano (dove arriva nell’ ottobre del 1816), a metà strada fra la Svizzera e Venezia , con forse metà del "Manfred" sbozzato su carta, e con l’ altra metà ancora, romanticamente, fra mente e cuore.
Bartolomeo Veneto
"Presunto ritratto di Lucrezia Borgia"
Tra la partenza elvetica e l’ arrivo lagunare Byron troverà ben poco per entusiasmarsi. Ma è proprio a Milano, nella Biblioteca Ambrosiana, a trovare un inaspettato motivo di gioia e di interesse: la corrispondenza amorosa fra Bembo e Lucrezia Borgia, e, in particolare, una ciocca di biondi capelli appartenuti alla famosa giovane sorella del Valentino, che, forse, è stata ritratta, in tutta la sua fama, in un brutto ma noto dipinto di Bartolomeo Veneto, dove sembra che qualcuno (un parente?) le abbia versato in testa una spaghettata poco cotta, e molto al dente, di fusilli a far da capelli. Scomodo dalla sua polverosa letargia uno dei volumi della “Storia dell’ Ambrosiana” per costringerlo a dirmi qualcosa. Dopo un lungo interrogatorio delle testimonianze bibliografiche e dopo una accurata esplorazione, pagina per pagina, delle sue interiora libresche, sono riuscito a trovare un ottimo intervento di Gianfranco Ravasi, che ci permette di avere un’ idea di come si è svolto l’ incontro fra Byron e la ciocca bionda di Lucrezia.
“Pur ammirando la biblioteca, egli [Byron] è del tutto irretito dai fili dorati dei capelli di Lucrezia Borgia e dalla sua corrispondenza amorosa col Bembo. Ecco la testimonianza del poeta inglese (nella versione di Cesare Cantù) in una lettera all’ amico John Murray, datata 5 ottobre 1816:«Fui alla Biblioteca Ambrosiana, bella collezione, ricca di manoscritti editi ed inediti. […] Quanto a me, che vo là alla buona, fui molto più pago d’ una corrispondenza qui conservata, tutta di lettere amorose ed originali, fra Lucrezia Borgia ed il cardinal Bembo. M’ inchiodai sopra quelle e sopra una ciocca di capegli da donna, oh che bei capegli! Fo conto di leggere e rileggere quelle lettere, e se posso per qualche onersta via, procurarmi alcuno di quei capegli. Mi son fatto promettere dal bibliotecario una copia delle lettere: sono corte, soavi, e quali appunto devono essere. V’ ha pure dei versi spagnoli della stessa».
Ciocca di Lucrezia Borgia, Milano, Pinacoteca Ambrosiana
“Il prefetto di allora, Pietro Cighera, assiste impotente a questa passione quasi feticistica, che genererà un vero e proprio mito romantico (si pensi alle due "Ballate della Vita e della Morte" che Algernon Charles Swinburne dedicherà a quella capigliatura), mito coltivato poi anche da Gabriele D’ Annunzio. Byron scrive ancora che quei capelli sono «i più biondi che si possono immaginare e che mai ho visti di così biondi». E il desiderio di possederne una reliquia è appagato, se è vero che tre settimane dopo scrive da Verona sempre a Murray di conservare appunto «come una reliquia» proprio uno di quei capelli. Molto meno romantico sarà il prefetto Bernardo Gatti che nel 1859 ironizzerà su un Byron «pazzo e vanitoso d’ aver furato dalla Biblioteca un capello della Borgia».”
Mi piace ritrovare in questa “passione quasi feticistica” byroniana per la ciocca dei capelli di Lucrezia Borgia un esempio interessante e significativo di certo gusto (e cattivo gusto) ottocentesco. Un gusto cresciuto inubbiamente nell’ esaltazione erudita per l’ arte e per la storia rinascimentale italiana, favorito, anche e soprattutto nel contesto culturale europeo, dai visitatori stranieri che ritrovano nel viaggio in Italia, come prima di tutto accadeva in occasione del “gran tour” già settecentesco, non solo una importante esperienza formativa, ma anche occasioni di ispirazione poetica e artistica. Un gusto che, d’ altro canto, può, seppure ingenuamente, scadere a cattivo gusto, come rivela l’ entusiasmo giovanile di Byron, risvegliatosi non al cospetto di un’ opera d’ arte italiana, (“moderna” come un dipinto rinascimentale o antica come un reperto archeologico sbocconcellato), ma per una ciocca di vecchi capelli biondi impolverati appartenuta a Lucrezia Borgia: un entusiasmo che degenera presto in feticismo, spingendo Byron stesso a volersi impossessare "onestamente" di questa pseudo-reliquia rinascimentale.
Mi preme però anche rilevare che questa manifestazione episodica di cattivo gusto e feticismo "erudito" byroniano non è necessariamente negativa: è interessante infatti tener presente, a questo punto, proprio le osservazioni di Ravasi, che evidenzia come questo episodio di esagerato entusiasmo giovanile, abbia in seguito generato "un vero e proprio mito romantico", che da Byron passa per Swinburne, fino ad approdare (e la cosa non mi sorprende) a D' Annunzio.
"Storia dell' Ambrosiana-L' Ottocento", edito da IntesaBci
Dal 1934, forse proprio a sigillare anche l’ interesse dannunziano per la capigliatura di Lucrezia, la ciocca bionda è conservata fra i cristalli molati di una piccola teca realizzata da Alfredo Ravasco, con base rettangolare in malachite, stelo in metallo e pietre dure, preziose o quasi, e ornata con piccoli fregi e decorazioni di gusto neo-rinascimentale, come ad esempio le due cornucopie cariche di frutti e foglie di smalto, oppure i medaglioni sospesi a pendente, con gli stemmi dei Borgia, raffiguranti l’ araldico bovino rosso, che si ritrovano anche fra le astruserie astrologiche e astronomiche degli appartamenti papali di Alessandro VI, papa Borgia e papà di Lucrezia, affrescati dal Pinturicchio, in Vaticano, tra il 1492 e il 1494.
Dante mi stava aspettando paziente, e invece io, nel frattempo, con la complicità del sole, avevo ritrovato un facile pretesto per far tardi nella curiosità che mi invitava a camminare per strade , all’ apparenza , ancora ignote e senza nome. Credevo di non esser mai stato lì, in quella parte di Milano apparsa, quasi per magia, non appena ero uscito dalla fermata Pagano del metrò, e che sembrava far di tutto per celarsi ai miei ricordi.
Camillo Boito
La Casa di riposo per musicisti, a Milano, 1896-1899
Convinto di essere in un luogo sconosciuto, lasciai il buon Dante ad aspettarmi ancora un po’, e dimenticando i miei buoni propositi di bravo studente universitario, cedetti alla voglia di camminare per quelle vie ancora inesplorate: ma, per prima cosa, prima di avviarmi, strattonai la tracolla della borsa, sbatacchiando Inferno, Purgatorio e Paradiso tutti insieme, per accomodarla meglio sulla mia povera spalla, già affaticata, di prima mattina, dal peso dell’ intero cosmo dantesco. Ma quella che speravo diventasse, passo dopo passo, una lunga passeggiata, s’interruppe poco dopo, bruscamente, sulla facciata severa della Casa di riposo per musicisti, che era sbucata improvvisamente dalla prospettiva di una cancellata, come una vecchia maestra pronta a rimproverarmi, per dirmi “Fermati, torna subito indietro, vai di corsa a studiare: Dante ti sta aspettando da un pezzo!”.
Erano anni che non la vedevo. Da piccolo, quando in macchina raggiungevo Milano con la mia famiglia, per far visita alla nonna, per fare qualche spesa straordinaria, o per chissa che altro motivo, spesso la scorgevo, al di là del finestrino, dal fondo mordido dei sedili posteriori, e credevo di passare davanti a quella che, nella mia fantasia (o, se preferite, in quella che era, allora, la mia “visione delle cose”) doveva essere una scuola prestigiosa, un collegio per ragazzi già grandi, e dove si poteva entrare solo se bravi o educati. E forse io stesso, nell’ immaginare, con la testa appoggiata al finestrino, quella scuola prestigiosa, credevo che un giorno, una volta cresciuto, avrei potuto mettervi piede, nella convinzione che sarei rimasto per sempre bravo ed educato, e nella certezza che, prima o poi, non sarei più stato un bambino. La realtà, in seguito, si sarebbe rivelata ben diversa: non sono rimasto bravo, non sono rimasto educato, ed è stato difficile, al di là dei cambiamenti del corpo e del tempo, smettere di essere un bambino.
Facciata della Casa di riposo per musicisti
La Casa di riposo per musicisti era in pieno sole, e dietro le montature a bifora che rendevano miopi le sue finestre, le tende bianche si abbassavano, socchiudendosi in candide palpebre di seta. Minacciato dalla severità di quegli occhi socchiusi, tornai indietro, sui miei stessi passi, e senza voltarmi. Passai il resto della giornata a studiare Dante, e nei giorni seguenti-giorni di sole poco prima dell’ inverno-mi limitai, all’ ora del pranzo, a brevi passeggiate nelle strade vicine: ma non tornai più verso la Casa di riposo per musicisti.
E’ da quasi un anno che non mi avventuro più dalle sue parti, da quella parte di Milano, ma ci sono ritornato da poco, per caso, e inaspettatamente, fra le pagine di “Ascolto il tuo cuore, città” di Alberto Savinio, che vado a riprendere un’ altra volta, in punta di piedi, per farlo scivolar giù dall’ alto del suo scaffale, per parlarvene ancora. La Casa di riposo per musicisti appare, nel libro, nel bel mezzo di uno dei numerosi intervalli di cronaca musicale dedicati a Giuseppe Verdi: infatti è bene ricordare che questa particolare casa di riposo è stata realizzata proprio per volontà dello stesso Verdi, ed è proprio il luogo dove Verdi ancora riposa. E io non saprei dir di più al riguardo, poiché c’è già Savinio a dir tante cose sulla storia di questo edificio: cose che raccolgo qui alla meglio, da leggere insieme:
“Verdi scrisse ventotto opere, cui bisogna aggiungere «Un giorno di regno», rappresentato il 5 settembre 1840 e rimasto senza repliche. Il suo destino questo melodramma lo portava nel suo titolo. Alle ventinove opere menzionate taluni aggiungono una trentesima, fatta non di suoni ma di materiale edilizio, ossia la casa di riposo per musicisti, edificata a Milano per volontà del nostro padre melodico tra il 1896 e il 1899, e che i predetti taluni chiamano l’ opera postuma di Verdi. […] La Casa di riposo per musicisti è sorta su progetto di Camillo Boito, in stile medievale leggermente tinteggiato di moresco. Chi per un verso, chi per l’ altro, i fratelli Boito sono stati gli angeli neri di Verdi nell’ ultimo atto della sua vita, le sue suocere.
Alberto Savinio, "Ascolto il tuo cuore, città", Adelphi
“E chi sa quanta implacabile malvagità è nell’ azione di una suocera, specie se volta a fin di bene, può facilmente argomentare a quale metafisica potenza sale l’ azione combinata di due suocere, soprattutto se suocere con baffi e bombetta. Le finestre della facciata sono bifore, trifore le due finestre grandi che sovrastano il portone. […] Di fronte alla facciata, e nel mezzo della piazza Michelangelo, sorge il monumento a Verdi, modellato da Enrico Butti, il quale sui quattro lati del basamento ha anche figurato la Melodia, il Poema, la Serenità e la Tragedia. Verdi è rappresentato in atteggiamento bonario, il corpo in riposo, le mani riunite sul tergo sotto la giacca.”
C’è tanto ancora da poter rubare a Savinio, ma preferisco interrompere qui lo spoglio letterario delle sue pagine , dove il racconto di una sua visita all’ interno della Casa di riposo per musicisti si srotola in lunghe corde di parole che annodano un intero capitolo: quello intitolato, curiosamente, “Figlio di Maria”. Mi piace pensare che, tra pochi mesi, al termine dei miei studi universitari, sarà bene tornare a visitare la Casa di riposo per musicisti: e quel giorno, forse, non avrà più l’ aspetto di una vecchia scuola prestigiosa dove è difficile entrare. Mi piacerebbe poterla immaginare come una vecchia stazione dei treni: l’ immagine di un luogo dal quale partire per essere altrove, così come quando, da bambino, pur sotto l’ aspetto temibile di un severo collegio, mi bastava scorgerla per essere felice di essere arrivato in un altro posto: un posto che non era più senza nome, e che si chiamava Milano.
E come ultima cosa, prima di farvi gli auguri per l’ anno nuovo, accolgo l’ invito di PaoloFerrucci a partecipare al gioco de “Il libro più vicino”. Non è facile, almeno per me, scegliere il libro più vicino, dato che sulla mia scrivania ci sono due o tre pile di libri, senza contare i versionari e i manuali di latino sparsi attorno al mio pc portatile.
Potrei allungare la mano verso “Nuovi riti, nuovi miti” di Gillo Dorfles, oppure verso il solito “Ascolto il tuo cuore, città” di Alberto Savinio, ma alla pagina 123 del primo si parla di percettività e ritmicità nello scorrere del tempo, e nel secondo si parla di gabinetti. E poi di questo libro di Savinio ho già recentemente parlato, per adesso basta...
Fortunatamente, smuovendo un piede sotto la scrivania, fra i calzini usati e gli inalatori anti-asma vuoti, ho trovato un piccolo libro che ho studiato quest’ anno per l’ esame di letteratura inglese.
Caroline Patey, "Londra, H.James..." edizioni Unicopoli
Il libro si intitola “Londra, Henry James e la capitale del moderno”, scritto da Caroline Patey, e pubblicato da Unicopoli: ne avevo già parlato in un mio commento che ho messo altrove, non so dove, forse da Gabrilù. E proprio a Gabrilù credo che piacerà questo pezzetto che ho trovato dopo le prime cinque frasi di pag. 123. Leggiamo:
“Non è solo lo scandalo dei Notturni di Whistler a firmare la vocazione trasgressiva della Grosvenor Gallery, nata per ovviare ai conformismi di una Royal Academy impolverata nella routine e incapace di promuovere e proteggere artisti giovani. Cosa che invece avviene in questo vero e proprio salon des refusès, sotto l’ ala di Sir Coutts Lindsay, novello Lorenzo dei Medici di un’ operazione ispirata ai mecenatismi dell’ Italia rinascimentale. Infatti si deve a Palladio l’ arco del portone “prelevato” dalla chiesa di Santa Lucia a Venezia, è italiano il marmo verde delle colonne nella immensa hall, e sono principesche, anche se modernissimamente illuminate dall’ alto, e in anteprima, dalla luce elettrica, le gallerie di esposizione.”
Whistler nel suo studio di rue Notre Dame des Champs
E adesso, dovrei scegliere tre persone per continare il gioco: credo che ad Alexandra, ad Aureolo e a Marzia non dispiacerà provare.
Con Alexandra il gioco sbarcherà anche in altri lidi, con Aureolo potrò forse leggere ancora qualcosa del suo russo preferito, e a Marzia do il benvenuto sul mio blog proprio con questo invito a partecipare al gioco.
Ecco le regole del gioco, che ho "rubato" dal blog di PaoloFerrucci:
Prendete il libro più vicino. Sfogliate sino a pagina 123. Contate le prime 5 frasi della pagina. Riportate nel blog le 3 frasi successive. Poi suggerire il gioco ad altri 3 blogger.