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mercoledì, 26 dicembre 2007
I dolciumi di Baschenis

Ogni volta che sfoglio le pagine de "La pittura a Bergamo - dal Romanico al Neoclassicismo", mi ritrovo a tenere il volume aperto più del solito , ma sempre meno del necessario, sulla fotografia del "Ragazzo con cestino di dolciumi", un incantevole dipinto del bergamasco Evaristo Baschenis.

 Evaristo Baschenis

"Ragazzo con cestino di dolciumi", collezione privata

L'aspetto di semplicità e abbondanza dei dolciumi che traboccano dal cesto stride e contrasta con il volto un po' emaciato del ragazzo: un volto cosparso di soffici ciprie candide appena increspate di rosa, come un ultimo tocco di pallore pennellato su guance già pallide.

 "Pittura a Bergamo-dal Romanico al Neoclassicismo", iniziativa editoriale Cariplo

E' come se esistesse, sospeso fra il cesto e il ragazzo, qualcosa che deve ancora accadere: circostanze a noi ignote sembrano voler impedire al giovinetto di assaggiare i dolciumi del suo cesto, e forse è per questo che ci guarda serio-serio, serrando le labbra, come se ci chiedesse con gli occhi di concedergli il permesso di  assaggiare un dolcetto, o di affidarci il suo cesto, troppo pesante per lui.

Ho ritrovato altri dolciumi di Baschenis in un suo dipinto conservato a Brera, nella sala XXXI. Leggiamo quel che dice la Guida Ufficiale di Brera, curata dal Touring Club Italiano.

 Evaristo Baschenis

"Natura morta di cucina", Milano, Pinacoteca di Brera

"Scelta da Ettore Modigliani per Brera dopo una attenta ricerca - era infatti la prima cucina firmata e quindi sicura dell'artista trovata a quella data - questa grande mensa in pietra con pollame, cacciagione, biscotti e formaggi, frattaglie e oggetti da cucina, considerata un capolavoro dell'avanzata maturità, documenta ed esaurisce l'altra produzione specializzata del Baschenis nell'ambito della natura morta."

Sul ripiano in pietra, le piume, le pelli e le carni di cacciagione fresca, e più in alto, appoggiato al bordo di una brocca, eccolo: è proprio lì, il piatto ricolmo di biscotti ricoperti di zucchero.
Quando avevo visto per la prima volta questo dipinto, mi era sembrato di riconoscere in quel piatto sollevato sulla brocca il sigillo di un gesto che, in obbedienza al buon senso di una semplice regola igienica, aveva preferito separare la cacciagione e le frattaglie di selvaggina dalla superficie zuccherata dei biscotti, innalzati lì, davanti ad un sipario di oscurità, a risplendere come oro nella luce.

Post datato 4 dicembre 2006, riproposto con correzioni e aggiustamenti

Postato da: oyrad a 04:52 | link | commenti (25)
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sabato, 01 settembre 2007
Caravaggio in San Luigi dei Francesi (I)

La morale di quel che qui voglio raccontarvi è questa: a Roma è bene andarci con un bel po’ di monetine in tasca. Non tanto per rispettare il rito della fontana di Trevi (per far questo, si sa, basta una monetina sola!) bensì per almeno un paio di motivi diversi, che mi piace, per ora, tener segreti, e che saranno svelati, pur rimanendo fra le righe, alla fine del mio racconto. Avevo da poco litigato con mia madre, mio padre e mia sorella quando, in vacanza a Roma, anni fa, sono passato per la prima volta, per caso, e furente d’ ira, accanto alla chiesa di San Luigi dei Francesi, dove, nella Cappella Contarelli, sono conservati tre fra i più famosi capolavori del Caravaggio: “San Matteo e l’ Angelo”, e le due grandi tele con la “Vocazione” e il “Martirio” del santo. Rabbuiato dalla rabbia, ero entrato, con il resto della famiglia al seguito che tenevo a distanza, lontano dagli occhi e dal cuore, per poter finalmente vedere questi tre dipinti del Merisi, nella speranza di calmarmi e di sentirmi meglio.

 San Luigi dei Francesi, a Roma: veduta della navata centrale

E anni dopo, proprio l’ anno scorso, sul finire di quattro giorni di vacanza romana trascorsi con Elena e Giuseppe (ed era il papà di Elena ad ospitarci nel suo appartamento a Torvaianica), son tornato a rivedere i tre Caravaggio Contarelli. Poco prima eravamo stati in un pessimo bar, per bere un caffè. All’ uscita, Elena si era lasciata scappare una battuta su quel brutto locale, e Giuseppe, molto incautamente, le aveva detto d' essere “una snob”. Lei prese malissimo la cosa, anche a causa di dissapori accumulati in tre giorni di difficile convivenza forzata che avevano un po’ intossicato, ed esasperato, anche me: e così, per tutta risposta, Elena, appena raggiunto il sagrato di San Luigi, alzando le mani al cielo, per poi tirare sulla spalla la tracolla della borsa, fuggì via, e scomparve dietro il fianco destro della chiesa.

 Cappella Contarelli, in San Luigi dei Francesi, a Roma

A sua volta, Giuseppe si offese per quella reazione, e io, fuori di me per l’ ira, - che, a quanto pare, era rimasta appollaiata, ad aspettarmi, sulla facciata di San Luigi, dove molti anni prima l’ avevo lasciata - se Elena non fosse scappata via, avrei voluto prendere le zucche dei miei due amici (perché sono miei amici, e mi sono anche molto cari) una per mano, quella bella con i boccoli dorati di Elena e quella dura e calva di Giuseppe, e spaccarle, come due uova, sul sagrato! Insomma, tanto per tagliar corto, fino ad ora, non sono mai riuscito a contemplare, in santa pace, il Caravaggio in San Luigi!

Dopo un attimo di incertezza sul da farsi, attraversai tutto il sagrato di corsa, nella speranza di poter ancora raggiungere Elena, infilandomi anch’ io dietro al fianco destro della chiesa. Rallentando, camminavo alla cieca, senza sapere dove andare, quando, incorniciata dalle ombre scure che tagliavano, in diagonale, le mura e i ciottoli di un vicoletto, la vidi. Elena scappava, bella nella folla. E oltre il vicoletto, un semaforo, affollato di turisti, lasciò andare lei, e poi, con il rosso, mi fermò. La vidi salire su un autobus, che partì, non appena il verde mi permise di attraversare la strada: ma i turisti rallentavano ancora il mio passo. Poco dopo, e dopo un bel po’ di tentativi, riuscì finalmente a rintracciare la fuggitiva con il cellulare: dispiaciuta, mi disse che era veramente esasperata, che era fuggita per non litigare, e mi disse di tornare indietro.

E tornato, un po’ preoccupato, a testa china, davanti alla facciata di San Luigi, ho ritrovato Giuseppe seduto sui gradini, imbronciato, e abbracciato alle gambe piegate, con le ginocchia che quasi spuntavano da sotto i pantaloni corti. L’ ho lasciato lì, e sono entrato, rabbioso e triste, come un cane, in chiesa. Dentro, al fresco, mi son gettato sulla folletta turistica che ostruiva la cappella Contarelli, in fondo, a sinistra. Ho spintonato a sgomitate un paio di americani , ho messo mano al portafoglio, e ho cominciato a buttar dentro monete nella macchina che, al costo di uno o due euro, illuminava, per un po’, le grandi tele del Merisi. Appena le monete toccavano tintinnando il fondo di latta, il miracolo! E nella folla di bocche aperte, mute e attonite, sotto il Caravaggio, a qualche signora partiva un “Oh!”.

 Caravaggio

"Vocazione di San Matteo", Roma, San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli

Come fossero offerte d’ oro e d' argento incenerite sulle braci di un altare sacro, sacrificate per implorare l’ aiuto di una divinità in grado di liberarmi dall’ Ira, dal Dolore, dall’ Odio, dalla Tristezza, continuavo a bruciare monetine per tenere accese quelle tre o quattro lampade montate, come spot da teatro, sopra la “Vocazione” e il “Martirio”. E sotto i riflettori che lo chiamavano per l’ ennesimo “bis”, Matteo, al gesto di Gesù, tornava a recitare quell’ unica battuta che, in tutta la scena, risuona fulgida nella luce della Grazia: “Vuol me?”, dipinta dal Merisi, e messa lì come a spezzare un’ inconscia e trepida attesa, celata sotto le faccende di ogni giorno: quell’ aspettare, nella distrazione quotidiana delle cose, l’ arrivo di Cristo, ora finalmente giunto. Come se alla fine, in Beckett, proprio Godot fosse miracolosamente entrato in scena a dare un senso al dramma. Battuta, quel “Vuol me?”, tradotta a parole dal copione recitato, a colori, nella grande tela della “Vocazione”, con un pezzo, famoso e bellissimo, del “Caravaggio” di Roberto Longhi.

“ […] l’ artista stagliò questa sua descrizione di luce, questo poetico “fotogramma”, quando l’ attimo di cronaca gli parve emergere, non dico con un rilievo, ma con uno spicco, con un’ evidenza così memorabile, invariabile, monumentale come, dopo Masaccio, non s’ era più visto. La luce che rade sotto il finestrone, spartita dall’ ombra come in un quadrante regolabile, lascia riflessi fiochi sulla sordida impannata: sospende nell’ aria greve la mano del Cristo, mentre l’ ombra corrode il suo sguardo cavo; striscia sulle piume, si intride nelle guance, si specchia nelle sete dei giocatorelli; sosta su Matteo mentre, raddoppiando ancora con la destra la puntata, addita se stesso, quasi chiedesse
«
Vuol me»?”

Quando le luci si spensero, mi allontanai dalla folla, guardando i dipinti che, all’ istante, erano tornati nell’ ombra. Indietreggiando, passavo sotto i vortici di pietra, stucco ed oro, che mulinavano sotto le cupole, sotto le volte, e arrivato agli affreschi del Domenichino, sentivo che crescevano, grevi, nel fondo dei miei occhi, le lacrime: avevo voglia di piangere. Il giorno dopo dovevo tornare a casa. E il giorno dopo ancora dovevo tornare a chinarmi sui libri, e doveva andar avanti così per altri venti giorni ancora, e poi per un altro intero anno, a far latino. Oggi sono qui, a Roma, e già domani dovrò rinchiudermi ancora nella mia stanza a studiare… Basta, non ce la faccio più!

 Caravaggio

"San Matteo e l' Angelo" San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli - seconda e definitiva versione


La distanza fra Roma e casa mia mi sconvolgeva: non la distanza misurabile in centinaia di chilometri, che in due-tre ore di ETR potevo attraversare in comodità, anche soltanto guardando, fuori dal finestrino, il rincorrersi velocissimo dei paesaggi. A spaventarmi era la distanza fra le emozioni che provavo a Roma e le preoccupazioni che su, a casa, erano già là, sulla soglia, ad aspettarmi.

Fuori, Giuseppe era ancora fermo lì dove l’ avevo lasciato. Non sapevo se tirargli un calcio, fargli sputare sangue con una scarica di pugni in faccia, sollevarlo, trascinarlo fino al Tevere, e scaraventarlo nel fiume, o mettergli una mano sulla spalla, e chiedergli “Allora, come va?”.
Vedevo i miei pugni su di lui, vedevo la mia mano sulla sua spalla. Alla fine, mi sono limitato ad avvicinarmi in silenzio, rimanendo in piedi, poi abbiamo parlato a lungo di donne, lui sempre seduto lì, sul gradino del selciato, e io sempre in piedi, con una scarpa appoggiata ad uno spartitraffico. Dietro di noi, sotto la grande facciata di San Luigi, e inginocchiata ai piedi di una porta laterale, c’ era una povera vecchia, magrissima, con un fazzoletto colorato attorno alla testa, che chiedeva l’ elemosina tenendo in mano un cestino di vimini pieno di immaginette di santi. Giuseppe si alzò ed entrò in chiesa a vedere il Caravaggio, ma io decisi di restare fuori, di sedermi, fermo lì ad aspettare lui e il ritorno di Elena, strofinando le mani sui polpacci gonfi dopo tre giorni di scarpinate in giro per la città, sotto il sole di Roma.

Un gemito mi fece voltare di scatto, spaventato: il cestino di vimini era caduto, e le piccole immagini di santi erano sparse sul sagrato. Mi alzai, e con l’ aiuto di un turista straniero, raccolsi le piccole immagini, guardandole una per una, e riconoscendo Sant’ Antonio, San Francesco, San Pietro, e la Madonna. Dopo averle messe insieme una sull’ altra, come un mazzo di carte, le lasciai in grembo a quella povera vecchia donna, che non riusciva neppure a muoversi, e che forse, anche adesso, è ancora lì: lei allora scompose il mazzo, lo riversò nel cestino, e con una delle sue mani magre cominciò a mescolare le immagini dei santi, come chicchi di riso in una ciotola.

 Caravaggio

"Martirio di San Matteo", San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli

Giuseppe sgusciò fuori dalla chiesa, e tornò a sedersi, esattamente al suo posto. Non ricordo bene se abbiamo parlato o no dei dipinti, perché subito dopo tornò anche Elena; e per motivi diversi, eravamo entrambi contenti di vederla. Era andata a smaltire la rabbia comprando un regalo per Stefano, il suo ragazzo. Poco più tardi, seduti sull’ autobus per tornare a Torvaianica (ero riuscito a impormi con la forza e a sfondare la folla dei passeggeri per recuperare tre posti liberi) mentre io parlavo con Giuseppe di cinema , in particolare discutendo su alcuni personaggi di “Gruppo di famiglia in un interno” di Visconti, Elena era sola, dietro di noi, con gli occhiali da sole scuri, e gli occhi pieni di lacrime, a scrivere SMS a Stefano.

Ritrovati tutti e tre sul sagrato della chiesa, siamo entrati, tutti insieme, a guardare, ancora una volta, i capolavori del Caravaggio. Più tardi, uscendo da San Luigi, mentre Elena si voltava per rivolgere il segno della croce all’ altare, frugai nel portafoglio, per vedere se dopo aver ingozzato di luce le tele Contarelli, mi era rimasta ancora qualche monetina, e, all’ uscita, lasciai qualcosa nel cestino della vecchia signora inginocchiata, ma, stupidamente, dimenticando di prendere, e portar via con me, almeno uno dei suoi piccoli santini.

Postato da: oyrad a 16:02 | link | commenti (18)
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giovedì, 07 giugno 2007
Intervallo pittorico: Francisco de Zurbaran

 Francisco de Zurbarán

"Natura morta con piatto di cedri, cesto di arance e tazza con rosa", 1633

Avevo ospitato, qualche tempo fa, questo famoso e splendido dipinto di Francisco de Zurbarán sul bel blog di Flavia, a lei offrendolo come l augurio per una buona giornata. Lo ripropongo qui, sul mio blog, anche ai miei ospiti. E nel riguardarlo ancora non posso fare a meno di considerarlo non soltanto come una immagine di buon augurio, ma addirittura salutare, come se il piatto di cedri, il cesto di arance e la tazza colma d' acqua fossero la colazione preparata per rimettere in forze un convalescente, risvegliato e guarito, dopo una brutta febbre.

AVVISO - Per ora questo mio blog è in pausa, tra un paio di settimane riprenderò a postare a pieno ritmo: però potete trovare futili novità presso l' altro mio blog, più facile da gestire, a questo indirizzo: www.cheapshop.splinder.com

Postato da: oyrad a 18:34 | link | commenti (19)
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domenica, 18 marzo 2007
Intervallo pittorico: Daniele Crespi

 Daniele Crespi

"La cena di San Carlo Borromeo", 1627 (?), Milano, Santa Maria della Passione

Qui umiliata e decurtata da una pessima riproduzione fotografica, questa splendida opera di Daniele Crespi è ai primi posti delle mie preferenze fra le pitture del Seicento lombardo. Una delle immagini più belle, intime e commoventi che abbiamo del santo cardinale di Milano, rappresentato nel contesto di un ambiente dimmesso, tutt' altro che lussuoso, e immerso nella lettura meditata e commossa delle sacre scritture, evidentemente con riferimento evangelico alla Passione di Cristo, episodio richiamato anche dal crocefisso che, ahimè, qui non si vede, e che si trova sull' estrema destra del dipinto. Il pane e la brocca d' acqua, più che riferirsi ad un vero e proprio pasto alludono all' Ultima Cena e alla pratica del digiuno, a completare e sottolineare l' immagine d' umiltà di San Carlo Borromeo.

Postato da: oyrad a 13:59 | link | commenti (9)
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lunedì, 19 febbraio 2007
Beatrice Cenci

Beatrice Cenci è la fanciulla ritratta in questo dipinto tradizionalmente assegnato a Guido Reni, ma che, più verosimilmente, dovrebbe essere attribuito ad Elisabetta Sirani , deliziosa pittrice che morì giovanissima , alla sola età di 27 anni , ma lasciando un catalogo sterminato di opere.
Fino a qualche tempo fa, non conoscevo quest'opera , esposta alla Galleria Nazionale d'Arte Antica di Roma.
Ho visto questo dipinto, per la prima volta, dietro lo schermo televisivo, in alcune brevissime sequenze di Mulholland Drive.

 Elisabetta Sirani (attribuito)

"Ritratto di Beatrice Cenci", Roma, Galleria Nazionale d' Arte Antica


A prima vista, ho immaginato fosse la copia di un Guercino, ma, cercando di guardare meglio, aiutandomi anche con il fermo-immagine del DVD, mi sono reso conto che non doveva essere assegnata al catalogo di questo pittore. Soltanto visitando il sito dei fan di Mulholland Drive ( che potete trovare fra i miei link ) ho conosciuto, per puro caso, la triste storia di questa giovinetta. Ma chi è Beatrice Cenci? Ecco alcune informazioni che ho ritrovato nel sito.

 Catalogo della più recente mostra dedicata a E. Sirani

"Beatrice Cenci was a young Roman noblewoman who lived from 1577 to 1599. She was a victim of the incestuous advances of her father and so she hired two hit men to kill her father and then make it look like an accident. Even though she was caught and executed for the crime, along with other family members, the sympathies of the public were with Beatrice."

 David Lynch, "Mulholland Drive", 2001

"She became legendary as a symbol of the lost innocence of victimized daughters, and she has inspired many works of art, books, plays and even a few movies that attempt to capture her story. One author, Percy Bysshe Shelley, who wrote a play about the tragedy called, "The Cenci," said Beatrice's story is about "the most dark and secret caverns of the human heart."

 Il dipinto nell' appartamento di Zia Ruth

 Il dipinto "sigilla" il patto di Betty e Rita

La scelta di quest' opera, da parte di David Lynch, non è affatto casuale, dal momento che la tragica storia di Beatrice Cenci allude, sotto molti aspetti, ad alcune ambigue e perverse situazioni che si ritrovano nel film (ad esempio, il provino della giovane e talentuosa Betty, e, in particolare, la scena del film che deve dimostrare di sapere recitare). Mi piace molto l' utilizzo cinematografico estremamente discreto di questo dipinto, che solo in pochi ma significativi momenti appare, e all' improvviso, soltanto allo spettatore più attento.

Postato da: oyrad a 06:06 | link | commenti (22)
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lunedì, 04 dicembre 2006
I dolciumi di Baschenis

Ogni volta che sfoglio le pagine de "La pittura a Bergamo - dal Romanico al Neoclassicismo", mi ritrovo a tenere il volume aperto più del solito , ma sempre meno del necessario, sulla fotografia del "Ragazzo con cestino di dolciumi", un incantevole dipinto del bergamasco Evaristo Baschenis.

 Evaristo Baschenis

"Ragazzo con cestino di dolciumi", collezione privata

L'aspetto di semplicità e abbondanza dei dolciumi che traboccano dal cesto stride e contrasta con il volto un po' emaciato del ragazzo: un volto cosparso di soffici ciprie candide appena increspate di rosa, come un ultimo tocco di pallore pennellato su guance già pallide.

 "Pittura a Bergamo-dal Romanico al Neoclassicismo", iniziativa editoriale Cariplo

E' come se esistesse, sospeso fra il cesto e il ragazzo, qualcosa che deve ancora accadere: circostanze a noi ignote sembrano voler impedire al giovinetto di assaggiare i dolciumi del suo cesto, e forse è per questo che ci guarda, serio-serio, serrando le labbra, come se chiedesse con gli occhi, a noi sconosciuti, di concedergli il permesso di  assaggiare un dolcetto, o più semplicemente, di affidarci il suo cesto, troppo pesante per lui.

Ho ritrovato altri dolciumi di Baschenis in un suo dipinto conservato a Brera, nella sala XXXI. Leggiamo quel che dice la Guida Ufficiale di Brera, curata dal Touring Club Italiano.

 Evaristo Baschenis

"Natura morta di cucina", Milano, Pinacoteca di Brera

"Scelta da Ettore Modigliani per Brera dopo una attenta ricerca - era infatti la prima cucina firmata e quindi sicura dell'artista trovata a quella data - questa grande mensa in pietra con pollame, cacciagione, biscotti e formaggi, frattaglie e oggetti da cucina, considerata un capolavoro dell'avanzata maturità, documenta ed esaurisce l'altra produzione specializzata del Baschenis nell'ambito della natura morta."

Sul ripiano in pietra, le piume, le pelli e le carni di cacciagione fresca, e più in alto, appoggiato al bordo di una brocca, eccolo: è proprio lì, il piatto ricolmo di biscotti ricoperti di zucchero.
Quando avevo visto, per la prima volta, questo dipinto, mi era sembrato di riconoscere, in quel piatto sollevato su una brocca, il sigillo di un gesto che, in obbedienza al buon senso di una semplice regola igienica, aveva preferito separare la cacciagione e le frattaglie di selvaggina dalla superficie zuccherata dei biscotti, innalzati lì, su di un sipario di oscurità, a risplendere, come oro, nella luce.

Postato da: oyrad a 11:58 | link | commenti (13)
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