oyrad in My Secret Garden
oyrad in
Damiani in
orangecat in My Secret Garden
oyrad in Intervallo musicale:...
oyrad in
utente anonimo in
utente anonimo in My Secret Garden
utente anonimo in
orangecat in Intervallo musicale:...
Abbracci e pop corn
Al-Diwan
Alexandra
Anna Banti
Annarita
Arte e artisti
BlogAzione
Brianzolitudine
Briciolenotturne
Casalingaprecaria
CHEAP SHOP
Clelia
Flavia
Habanera
Heteronymos
I Racconti della Stella Rossa
Ibrid@menti
Il teatro dei vampiri
Italian Literature
Kalimat u tasawir
La Pietra d' Acqua
Laura et Lory
Lessness
Letturalenta
LibriDonne
Liliana Rosa
LittlePot
Marcel Proust
Maria Strofa
Melpunk
Mulholland Drive
Nena
NonSoloProust
Nowhere
Poetryandalike
PopVoyeur
Ricreazioni
Rino
Senzaqualità
Sguardacinema
Sinestetica
SoloTesto
Squilibri
Tempus Fugit
oggi
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
aprile 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
4oo
5oo
6oo
7oo
8oo
9oo
antichità
comodino
jukebox
libreria
oy-radio
ripostiglio
salotto
scrivania
soffitta
soggiorno
visitato *loading* volte
Oltreoceano, a Washington, è conservato il "Giovane gentiluomo in preghiera davanti alla Madonna" di Giovan Battista Moroni, pittore cinquecentesco nato ad Albino, vicino a Bergamo.
A dir così, sembra che questo dipinto sia emigrato dalla sua terra per morir là, in America, dimenticato da tutti; perso fra i neoclassicismi freddi di una capitale monumentale nata dal nulla sul nulla: ma in verità non è andata così, altrimenti non sarei qui a parlarvene. Per cominciare accontentiamoci di guardarlo bene, tanto quanto e come merita.
Giovan Battista Moroni
"Giovane gentiluomo in preghiera davanti alla Madonna", Washington, National Gallery
La semplicità non certo povera delle vesti e la gestualità quasi affabile della Madonna sembra far rapprendere, e trattenere, quel gran lusso esibito negli abiti del giovane devoto inginocchiato: inginocchiato con l' apparenza sorprendente di una presenza concreta, proprio accanto a noi, il giovane sembra volersi voltare da un momento all' altro per invitarci a star zitti, a contemplare l' immagine sacra, e ad innalzare preghiere al cielo. Facciamo quel che dice, smettiamo di guardare lui, e guardiamo lei: eccolo lì, il classicismo paffuto del naso della Vergine che sorregge le sopracciglia ad arco, quasi a tutto sesto; come se ci fosse ancora un po' di bellezza greca, ovattata, sotto l' adipe delle guance e del mento.
"Pittura a Bergamo, dal Romanico al Neoclassicismo"
Questo, naturalmente, è un dipinto di devozione privata, ma al riguardo c' è di più da dire. Per cominciare, sfogliamo un' altra volta il volume "Pittura a Bergamo - dal Romanico al Neoclassicismo" ed ecco cosa possiamo trovare, fra tanto altro, nella scheda dedicata a questo Moroni americano:
"La rappresentazione del devoto in primo piano in atteggiamento orante di fronte a un' immagine sacra è un tema moroniano come dimostrano altri esempi, ed esclusivamente suo. In questo caso è ambientata nell' interno di una stanza, così che risulta incerto se il gruppo della Madonna col Bambino sia un simulacro o l' emanazione di uno sforzo evocativo a cui gli "Exercisios" di Ignazio di Loyola stavano addestrando l' Europa cattolica negli anni durante e dopo il Concilio di Trento."
Catalogo della mostra dedicata a Moroni presso il Museo Bernareggi di Bergamo
Per non lasciarvi lì, miei cari ospiti, a ruminar "Chissenefrega!", vi dirò qualcosa in più, tanto per chiarire: ecco a voi un po' di scampoli del capitolo "Moroni in visione", tagliati e ricuciti su misura dal catalogo della mostra bergamasca "Giovan Battista Moroni, lo sguardo sulla realtà", a cura di Simone Facchinetti, conservatore del Museo Bernareggi di Bergamo.
"Moroni è chiamato ad esaudire le richieste di immagini legate alla devozione privata, dando corso a uno sviluppo iconografico del tema dell'orazione mentale. [...] L' orazione mentale si fa «senza sono di voce e senza parola, ma con la mente sola e con lo spirito», una pratica che presto verrà disciplinata negli esercizi spirituali di Sant' Ignazio di Loyola."
Ancora oltre, Facchinetti scrive:
"Le pratiche dell' orazione mentale trovano una rigorosa organizzazione negli "Esercizi spirituali" di Sant' Ignazio di Loyola (tradotti in italiano solo nel 1587). In una delle prime fasi, seguite al raccoglimento, si suggerisce di procedere alla «composizione», o «vista del luogo», secondo questi precetti : «composizione sarà vedere con l' occhio dell' immaginazione un luogo fisico in cui si trovi ciò che voglio contemplare. Per luogo fisico intendo per esempio, un tempio o una montagna dove si trovi Gesù Cristo, oppure Nostra Signora, secondo quanto desidero contemplare»."
"New York Interiors", pubblicato da Taschen
Questo dipinto di Moroni mi è capitato sottocchio, per la prima volta, sfogliando un libro dell' editrice Taschen dedicato alle case più famose di New York: il volume, intitolato "New York interiors", appartiene ad una serie di libri sugli interni di varie città, e mi era stato regalato a Natale, anni fa, da mia sorella.
Mi piace qui ricordare l'appartamento newyorchese di Isabella Rossellini, con la sua pregevole collezione di cappellini in bella vista, o la strepitosa casa di Leo Castelli, il grande collezionista nato a Trieste che, proprio a New York, ha acquistato e promosso la migliore Pop Art americana.
Sfogliando il libro, c'è da agghiacciare dal raccapriccio a vedere l' osceno appartamento pseudo-rococò di Donald Trump, mentre, d'altro canto, si rimane incantati ad osservare le fotografie dell’ intonsa Wilderstein Manor, una delle più antiche dimore vittoriane statunitensi, con la tappezzeria autentica sfilacciata, gli stucchi mai restaurati, e tutti gli antichi mobili al loro posto, senza eccezioni.
Il dipinto si trova fotografato, in un pagina del libro, appoggiato a un cavalletto della casa-studio di due artisti newyorchesi: David McDermott e Peter McGough.
Questi due artisti hanno scelto, proprio a New York, una casa ricavata in una vecchia banca d'epoca, per dedicarsi alla costruzione di una realtà strettamente ottocentesca in cui calarsi a vivere quotidianamente.
Il dipinto di Moroni nello studio azzurro
Il gesto rituale che inaugura la loro giornata, al mattino, è il vaso da notte vuotato, dalla finestra, direttamente in strada. In seguito, le ore di lavoro nello studio possono iniziare solo dopo aver indossato abiti del XIX secolo, e sono ammessi soltanto strumentazioni d'epoca: ovvero cavalletti e utensili vari adeguatamente tarlati.
La casa è molto grande: ci sono stanze dipinte di rosso piene di oggettistiche ottocentesche, esotismi fine secolo, teche di uccelli impagliati e impolverati, curiosità dall' oriente, il tutto sceneggiato in una scenografia di atmosfere bohemién, europee, e con un non so che di parigino; ma, per carità, qualche anno prima di Gertude Stein.
Lo studio, con le pareti colorate di azzurro e ingentilito da esili colonnine bianche di sostegno, è molto grande, pieno di sedie e cavalletti che compongono tante postazioni di lavoro, per inseguire la luce del sole che passa dietro gli ampi finestroni. Negli scatti fotografici, oltre al Moroni americano, si vede il famoso "Bacco" di Caravaggio, anch'esso al cavalletto: penso a queste due tele, forse ancora da finire, come ad esercizi accademici di copia; esercizi di stile e maniera, da ripassare, come nelle lezioni d' arte di un tempo.
Il "Bacco" di Caravaggio nella stessa stanza
Mi piace scoprire che proprio questo quadro devozionale di Moroni, sicuramente meno internazionale di Caravaggio, e finito in America in seguito a vicende collezionistiche che, forse, solo Henry James saprebbe squisitamente raccontare, sia stato scelto da questi artisti newyorchesi come soggetto da copiare e meditare: un dipinto apparentemente così semplice, così modesto e discreto, eppure allo stesso tempo degno di stare accanto a Caravaggio, nella stessa stanza.
Post risalente al 29 dicembre 2006, qui riproposto -sistemato e corretto - in attesa di nuovi argomenti in arrivo sul mio blog
Un certo giorno, accasciato pigramente fra i cuscini del letto disfatto, con una mano su una guancia e l' altra nelle pagine di un volumetto dedicato alla pittura murale in Italia, mi sono imbattuto in un anonimo straccetto d' affresco quattrocentesco, steso su non so quale muro di Pavia, che prima di perdere un po' di pezzi rappresentava l' Annunciazione.
Anonimo lombardo del XV° secolo
"L' Annunciazione", 1475, affresco, Pavia, collegio Branda Castiglioni
Come potrebbe accadere in una telenovela, poco prima di un drammatico colpo di scena, anche nel frammento di questa "fiction" regnano il lusso, la calma e la tranquillità. Maria, nella stanza, è sola, intenta a leggere, ma ancora non sa di essere la Madonna: e tutto sembra, tranne che una fanciulla. E in verità, ve lo devo proprio dire, a me questa Madonna pare quasi un donnone lirico; una famosa cantante che ripassa la sua parte, un' ultima volta, prima del melodramma.
Il costumista ha dimenticato sulla scena il cestino da cucito, per gli ultimi ritocchi al prezioso abito del nostro donnone: un donnone un po' vecchiotto, ingrassato, e con pure un po' di scogliosi, tutte buone ragioni per dover smettere d' interpretare il ruolo della più pura fra le sante fanciulle.
"Pittura murale in italia", a cura di Mina Gregori, Gruppo S.Paolo
Ma zitti, non ditele nulla, per carità: avrà già pronta la solita caterva di scuse da primadonna, da gettarvi addosso, tutte insieme, alla prima osservazione: tutta colpa dell' abito, del costumista, del trucco, del parrucchiere, dello scenografo, delle luci. Poverina, cercate di capirla: nata ancora tardogotica, questa grande interprete, un po' attrice, un po' cantante, un po' Madonna, è ora costretta a lasciarsi incastrare sgangheratamente nelle nuove spazialità rinascimentali, ancor più scomode di quelle di Mies van der Rohe - specialmente qui in Lombardia, tra quattro e cinquecento, dove le architetture vengono incatenate al reale praticando estremi sadomasochismi prospettici: e sarà anche peggio quando arriverà Bramante a borchiar circonferenze da inanellare come piercing l'una all' altra, sulla pelle delle sue architetture milanesi, come in Santa Maria presso San Satiro, o in Santa Maria delle Grazie.
Anonimo lombardo del XV° secolo
"Vergine Annunciata", particolare dell' affresco
Ma già qui, in questa scenografia, ritroviamo un bel rotolar di cerchi che scappano su e giù per la stanza, scivolando sulle linee della prospettiva a far da binari: e sulle fettucce di velluto del vestito corrono perle così rotonde da esibire, nel loro aspetto perfetto, la loro falsità. Nel libro c'è poco da spremer fuori per dir qualcosa di non mio su questo affresco, ma credo che questo poco, in quanto buono, possa qui anche bastare. E' Francesco Frangi a scrivere, e a richiamare questo affresco accanto a quella "timida ma non irrilevante ricezione delle novità foppesche" che rintocca, qua e là, nel frinire dorato della cappella Ducale nel Castello Sforzesco. Frangi definisce così il nostro straccio d' affresco:
" [...] opera di un pittore ancora anonimo che in certe acutezze prospettiche dimostra altresì di tenere in conto i suggerimenti che provenivano dalla coeva produzione vetraria della certosa pavese."
E qui ci vorrebbe qualche riga di Marco Tanzi, a concludere degnamente questi pochi accenni storici e critici. Peccato che queste righe siano rinchiuse fra pagine che non possiedo, e che adesso si trovano dall' altra parte di Milano, su uno scaffale che, almeno oggi, è troppo lontano per me. Mi dispiace, accontentavi di quel che vi ho detto.
E, per di più, ho il sospetto, se non la certezza, che su questo anonimo pittore qualche convincente ipotesi attributiva sia stata anche proposta. Pazienza, oggi va così: vediamo se trovo altrove altro da dirvi su questo pezzetto di Annunciazione, con questa Maria molto lirica immersa nella lettura - dettaglio, quest' ultimo, da non trascurare. Ecco, trovato! Vi metto qui come ultimo giro di valzer, o come ultimo vinile del giorno sul giradischi della sera, alcune belle osservazioni dedicate all' iconografia di Maria intenta a leggere, che ho grattato via da un testo di Tiziana Plebani intitolato "Il genere dei libri", edito da FrancoAngeli:
"E' stato notato, giustamente, che l ‘immagine di Maria che legge esprime un conflitto in atto poiché l' istruzione delle donne non era ritenuta universalmente auspicabile o necessaria; l' educazione femminile era in genere improntata sulle virtù, la castità, l' obbedienza, l' umiltà, e sui lavori domestici."
Tiziana Plebani "Il genere dei libri", FrancoAngeli editore
"Tale conflitto spiegherebbe la ragione per la quale i pittori risolvevano di dare al libro una posizione marginale nell' Annunciazione, semioccultata, spesso nascosta dalle mani di Maria al fine di depotenziare la minaccia insita nell' immagine di una donna letterata. Tuttavia vi sono scene dell' Annunciazione in cui il libro è ben visibile e in alcune la sua posizione è del tutto centrale: si pensi alla splendida Annunciazione di Antonello da Messina, che sembra esprimere una nota di disappunto per la lettura interrotta."
Ora facciamo i bravi, e lasciamo in pace questo donnone lirico a ripassare la sua parte, per recitare da protagonista fra le false perle e i finti marmi di un' Annunciazione andata ormai quasi del tutto perduta; su quella stessa parete pavese dove, per secoli, è andata in scena tutti i giorni.
Post fra i primi del mio blog, postato il 17 novembre 2006, e anche per questo rimasto fin da allora senza commenti
Un giorno, qualche anno fa, salmodiando a voce alta e molesta fra le sale della Pinacoteca Ambrosiana in compagnia di una cara amica (con la quale ho in seguito litigato furiosamente per orrende quisquiglie proustiane) mi sono imbattuto in questo quadro che, trovandomelo davanti, mi ha stupito con l'offerta di un' associazione mentale del tutto inaspettata.
Bottega di Tiziano
"Deposizione del corpo di Cristo", Milano, Pinacoteca Ambrosiana
Per adesso non vi dico nulla. Voglio prima darvi qualche informazione su questa tela, talmente piena di luoghi comuni tizianeschi da parer, a prima vista, dipinta per davvero da Tiziano. Con un ultimo colpo di grazia alla copertina, ormai a pezzi, della mia "Guida ufficiale della Pinacoteca Ambrosiana", metto qui questa breve didascalia:
"In possesso del cardinal Federico già nel 1607 come opera di Tiziano, è in realtà una replica di bottega, con alcune varianti e forse con l' intervento di Palma il Giovane, della tela per l' Escorial (circa 1566) ora conservata al Prado di Madrid."
Particolare del turbante sopra la spalla di Cristo
"Il Borromeo loda il quadro soprattutto per la "varietà di emozioni" espressa dai personaggi: lo struggimento dolente e amoroso della Maddalena, l' intensa carica affettiva di San Giovanni in primo piano, il profondo dolore di Maria avvolta nell' oscurità.
Basta così. Ora tornate su, se necessario, e guardate bene il dipinto: vedete quel turbante bianco che spicca poco sopra la spalla sinistra del corpo di Cristo? Ebbene, proprio quel copricapo si è presentato ai miei occhi, quel giorno, sotto le fattezze di un delizioso dolcetto alle mandorle, come quelli che ci offre la superba pasticceria tradizionale dell' Italia meridionale, in particolare siciliana (Gabrilù, se sbaglio, correggimi tu!), e con tanto di ciliegina candita sopra!
Deliziosi dolcetti alle mandorle
Da allora, tutte le volte che mi ritrovo davanti questo dipinto in Ambrosiana, quello che vedo nel bel mezzo della scena non è più un turbante, ma un vero e proprio dolcetto alle mandorle: col rischio di ritrovarmi affamato e ingolosito; come quando, passando lungo la vicina via Torino, mi fermo a curiosare nella vetrina della rinomata pasticceria siciliana "Fratelli Freni" - dove mia madre, tanti anni fa, quando ancora lavorava in centro a Milano (e anche quando era in dolce attesa del sottoscritto), andava spesso a comprare la sua adorata frutta di marzapane.
Approfittero delle stracche feste natalizie per riportare alla luce, restaurare e riproporre alcuni miei vecchi post:
cominciamo con questo "posticcino" datato 20 novembre 2006, che era piaciuto molto a MariaStrofa e a Gabrilù
Per abitudine lasciavo i miei libri sul tavolo più lontano, poi appendevo la giacca alla sedia e andavo alla finestra. Se appoggiavo la fronte al vetro mi ritrovavo a sorvegliare la via per scrutare i passanti, nella speranza di riconoscere qualcuno. In quegli anni non pioveva quasi mai. Forse è anche per questo che i giorni mi sembravano sempre uguali: sempre lo stesso cielo che gettava pallidi scrosci di sole sul dorso bianco degli scaffali.
Giovanni Gerolamo Savoldo
"Ritratto di giovane gentiluomo con il flauto", Brescia, Pinacoteca Tosio-Martinengo
Mi piaceva tamburellare le dita sulla finestra, annusando nell’ aria l’ odore dei libri. Di solito la sala era deserta: l’ unica eccezione alla mia solitudine era il ritratto di un giovane suonatore di flauto, riprodotto in un manifesto appeso al muro. Ogni volta che mi capitava di passargli accanto, anche quando la biblioteca era affollata, quel giovane sconosciuto cercava di ficcare il suo sguardo nel mio, come per chiedermi qualcosa. Io facevo finta di niente. Seduto al mio posto, se mi capitava di alzare la testa dai libri e mi ritrovavo i suoi occhi addosso, mi voltavo dall’ altra parte.
Non mi piace stare seduto. Chiuso nella mia stanza, studio camminando avanti e indietro, parlando ad alta voce contro i muri. Camminare aiuta la mia concentrazione e disciplina i miei pensieri; come un monaco che per rinforzare la propria fede in Dio non rimane inginocchiato in chiesa, ma sente la necessità di passeggiare e sussurrare preghiere fra le arcate del chiostro. Così anche allora, dopo un paio d’ ore trascorse sulla sedia, non potevo fare a meno di alzarmi: prendevo in mano i miei libri, e tenendoli aperti fra le braccia continuavo a studiare, vagando in mezzo alle file di scaffali. Come conseguenza di questa mia abitudine, fra i miei colleghi di studi si era diffusa la convinzione che fossi un povero pazzo abituato a camminare senza meta e a parlare da solo.
Caravaggio
"Conversione di San Matteo", Roma, cappella Contarelli
Odiavo quel quadro: non conoscevo il pittore che lo aveva realizzato, e questa mia mancanza mi angosciava. Avevo pensato di attribuirlo a Lorenzo Lotto; per questo avevo sfogliato tutti i cataloghi lotteschi che mi capitava di trovare, ma senza trovare conferme ai miei sospetti. Non appena incontravo un collega lo salutavo distrattamente e lo prendevo per un braccio, per trascinarlo al cospetto dell’ ignoto suonatore di flauto; ma alla mia solita domanda la risposta restava sempre la stessa: “Di chi è questo dipinto?”, “Mi dispiace, non lo so…”
Cedevo al panico ogni volta che scorgevo, in fondo alla sala, il mio professore di storia dell’ arte: se ero in piedi mi sedevo, e abbassavo la testa per non farmi riconoscere; se ero seduto mi alzavo di scatto dalla sedia e correvo a chiudermi nel bagno. Lavavo la faccia sotto il rubinetto, sputavo sorsi d’ acqua nel lavandino, guardavo nello specchio le mie guance paonazze. Avevo paura: mi domandavo cosa avrei potuto dire se il mio professore, additando il giovane suonatore di flauto, mi avesse chiesto “Di chi è questo dipinto?”. Nello specchio, un sorriso ironico increspava le mie labbra ansimanti: in quei momenti mi sentivo ridicolo. Avevo paura… ma paura di cosa? Di sbagliare? Di non sapere abbastanza? Di non essere uno “di quelli bravi”?
Non appena mi sentivo più calmo, uscivo di soppiatto dal bagno e tornavo al mio posto, nella speranza di coprire il rumore dei miei passi con lo scroscio dello sciacquone.
"Pittura del Cinquecento a Brescia", edizioni Cariplo-Intesa
Un giorno ero fermo, in piedi, vicino allo scaffale dedicato all’ arte lombarda. Accanto a me tutti quanti studiavano, seduti ai tavoli, chini sopra i libri aperti. Tenevo fra le mani l' utilissimo “Pittura del Cinquecento a Brescia”, sfogliandolo con curiosità. Ed ecco che fra le pagine di quel volume ritrovavo lo sguardo di quel musicista sconosciuto. La didascalia che correva sotto l’ immagine lo certificava come “Ritratto di giovane gentiluomo con il flauto”, dipinto da Giovanni Gerolamo Savoldo. E le parole dedicate a quest’ opera nelle schede in fondo al libro sembravano giustificare (almeno in parte) i miei sospetti su Lotto.
“Quando fu presentato alla Burlington House di Londra con una generica attribuzione a Giorgione, vi lesse per la prima volta la firma la Ffoulkes. L’ Ortolani bene vi individuò gli accenti lotteschi che ci riportano al Gentiluomo nello studio del bergamasco all’ Accademia di Venezia e soprattutto, a mio avviso, al Giovane con libro delle Civiche raccolte d’ arte di Milano, siglato oltre che da una simile movenza trasognata del volto anche da un finissimo trapasso di luce (col cappello che fa visiera gettando l’ ombra sulla fronte) che non può non ricondurre al «Flautista» già Contini. In molti hanno posto l’ accento sulle valenze anticipatrici del dipinto, da A. Venturi che vi vede un preludio alle misteriose tenebre rembrandtiane, alla Bossaglia che dice l’ esecuzione «straordinariamente moderna» e al Christiansen che vi coglie un precedente del suonatore di liuto caravaggesco.”
Giovanni Gerolamo Savoldo, con Romanino e Moretto, appartiene a quella generazione di pittori operanti nel bresciano che nella storia si accomodano fra gli ori e gli incensi color tortora di Foppa e i piedi sporchi di Caravaggio. E proprio in quei giorni di studio intenso, smaltito il Quattrocento fiorentino, romano, lombardo e ferrarese, ero appena entrato nel XVI° secolo: partito dal Nord-Est, con Giorgione e Tiziano a Venezia, proseguivo verso Occidente. Con un dito infilato nelle pagine, portavo il libro via con me, in fondo alla sala, verso il manifesto appeso alla parete. Guardavo il dipinto e finalmente capivo: quel che il giovane mi chiedeva, quel che si aspettava da me era soltanto un segnale, o un gesto, per appoggiare il flauto alle labbra e cominciare a suonare.
Foglio di carta da musica (particolare da Savoldo)
Ma c’ erano altre cose nel quadro, dettagli che fino a quel momento non avevo intravisto: i due libri chiusi, appoggiati l’ uno sull’ altro, abbandonati là nella nicchia come fossero volumi scolastici dedicati ad altre materie da studiare; e lasciati in disparte perché nulla hanno a che fare con la musica. Quasi a compensare il peso visivo dei due libroni, Savoldo aveva appiccicato al muro un foglietto cosparso di piccole frasi musicali, ripiegato in quattro parti, che pareva messo lì per riempire il vuoto della parete grigia. Quel foglietto mi ricordava qualcosa, un’ immagine che dovevo aver visto altrove, da qualche parte. A poco a poco, anche alla mia immaginazione fu chiaro quel che la mia memoria aveva evocato: la piccola pagina che si sollevava dal muro, nell’ aria, mi ricordava l’ imposta di legno della “Conversione di San Matteo” di Caravaggio.
Imposta in legno semiaperta (particolare da Caravaggio)
Non ho abbastanza pelo sullo stomaco per affermare che quel pezzetto svolazzante di carta da musica è l’ effettivo precedente dell’ imposta caravaggesca. C’è da affilare le armi sulla ruvida superficie dei documenti, e passare a fil di spada tutte le schiere bibliografiche caravaggesche prima di immolare in prima pagina ogni scoperta sul Merisi. E bisogna ricordare che a guardar Caravaggio siamo già altrove, nel tempo quanto nello spazio: non più nel Cinquecento lombardo, in quel di Brescia; bensì nel Seicento, a Roma, all’ alba del Barocco. Ed è tutta barocca la sottile ma cruciale distanza che distingue le diverse sensibilità di questi due artisti. La pagina di carta da musica di Savoldo e l’ imposta spalancata di Caravaggio qualificano lo spazio pittorico dei rispettivi dipinti, ma partecipando a ruoli scenici molto diversi. In Savoldo la delicata leggerezza del foglio ripiegato sussurra un timido velo d’ ombra sulla parete: e nell’ economia dell’ opera, recita un ruolo da dettaglio un po’ appartato, ma incantevole.
In Caravaggio quello che a prima vista appare un semplice elemento dell’ attrezzeria scenica, è in realtà la leva che smuove tutti gli ingranaggi del quadro. Come fosse un dj, il Merisi sembra caricare e mixare quel dettaglio savoldesco pompando i cursori del chiaroscuro: ma ho detto “sembra”, perché questo riferimento caravaggesco a quel particolare di Savoldo è fin troppo bello per essere vero. Con un biliardesco colpo di sponda, l’ imposta aperta affila la lama di luce che ferisce al volto, e nello spirito, il gabelliere di nome Matteo. Nella “Conversione” la realtà quotidiana si eclissa nella luce della Grazia: Caravaggio vuole dirci che la salvezza divina non ci casca addosso da cieli infiniti infestati d’ Angeli, Santi o Madonne; perché Dio s’ aggira per la strada, e colpisce ad altezza d’ uomo.
Lorenzo Lotto
"Ritratto di giovane gentiluomo", Venezia, Gallerie dell' Accademia (particolare)
"... il giovane gentiluomo dell' Accademia Veneziana, carattere estroso e segreto, di narici trasparenti e sensibili, nervosamente cavalline. Sulla gota d' avorio, appena incavata dalla virilità, si giurerebbe covi un subacqueo moto mascellare che accompagna un pensiero familiare all' animo, ma non innocuo allo spirito. Una lealtà meditata e pronta, i segni di una raffinatezza più necessaria che ostentata e goduta: nastri, mussole, nappine, un anello, e, sul tavolo, tra l' infolio e le lettere recenti, quel morbido scialle di donna, lembo di cielo, sopravi la simbolica salamandra e i petali di una rosa sfiorita." (dal "Lorenzo Lotto" di Anna Banti, edizione Sansoni)
Le parole del mio professore di storia dell’ arte alleviavano il terrore che, in quel lontano pomeriggio di novembre, mi tormentava. Vagavo fra le stanze dell’ Ambrosiana mescolato ai miei compagni di classe, che sbadigliavano davanti al Luini, al Bergognone, o al Bramantino: solo con Caravaggio o con Botticelli o con il cartone de “La scuola di Atene” di Raffaello raddrizzavano la schiena, e reggendo il mento con due dita si sforzavano di sgranare gli occhi lucidi per il sonno e per la noia, perché quelli erano comunque dei capolavori “da vedere”. Di quel pomeriggio ricordo, in particolare, i marmi di Agostino Busti, murati in Ambrosiana, sulle pareti di uno stretto corridoio, sotto le occhiaie torve del Platone di Casa Piatti. Io e alcuni dei miei compagni ci chinavamo, avvicinandoci ai vetri, cercando di sfuggire il riflesso pallido e opaco dei nostri volti, per guardare a bocca aperta le piccole cianfrusaglie antiquarie che quell’ Agostino Busti - detto il Bambaia - aveva meravigliosamente scolpito nel marmo, fino a trasformare i blocchi di pietra in scatole piene di corazze, scudi, armi ed eroi. “Vedete… è come se fosse un lavoro d’ alveare…”
Chi l’ avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato, anni dopo, a dover dare esami di storia dell’ arte moderna proprio con il prof. Giovanni Agosti, autore del libro “Bambaia e il classicismo lombardo”, edito nei Saggi Einaudi...
Tutto è accaduto come se a Roma, fra i Fori, fosse scoppiato un ordigno atomico: come se pezzi e pezzi di colonne, di capitelli e di statue, scaraventati a manciate nell’ aria dall’ energia scaturita, sian poi piovuti dal cielo molto più a nord, proprio sulle pianure e le paludi fra Mantova e Padova. E il giovane Mantegna, scorribandando nei dintorni patavini e mantovani, dopo quella pioggia di anticaglia romana, sembra aver ritrovato in tutti quei pezzi di pietra precipitati a conficcarsi lì, nelle melme erbose, e lì abbandonati ad assorbire l’ umido delle paludi, proprio i dettagli cruciali che cercava per completare i paesaggi di quella che, secondo quella zucca dura e intransigente che teneva celata sotto i suoi boccoli scuri, doveva essere (ad ogni costo) la sua pittura.
Agostino Busti, anche lui, è a Roma, al seguito di Leonardo e dei suoi giovani apprendisti. Era nato nel 1483, come Raffaello, ma in Lombardia, e prima del viaggio romano, aveva lavorato al Duomo di Milano. Leggiamo allora un pezzetto del “Bambaia”, per vedere come i due artisti, Leonardo e Agostino, trascorrevano le loro piccole vacanze romane …
La cattiva sorte di questi marmi del Bambaia pareva inscritta, come una malattia di famiglia, tramandata di padre in figlio, nella loro stessa origine. Modellati sulle antiche rovine romane, erano destinati, fatalmente, a diventar rovina.Marmi che, soffocati dietro i cristalli del candido corridoio igienico dove sono oggi conservati, implorano aria e luce. E sembrano non desiderar altro che esser portati in un bel prato verde, e come se fossero eremiti di pietra, essere lasciarli lì, da soli, fra l’ erba, le lumache, e la polvere.
Frammenti del Bambaia in Ambrosiana
Anche io ero stanco, ma l’ angoscia per l’ interrogazione di chimica che mi aspettava il giorno seguente bussava alla soglia dei miei pensieri a ritmi regolari, misurati, e mi teneva sveglio. Da fuori, la voce del mio professore. Da dentro, una voce che continuava a ripetermi: “Domani sarai interrogato in chimica.”, “Cosa ci fai qui? Avresti fatto meglio a stare a casa, a ripassare chimica!”, “Appena torni a casa dovrai ripassare tutta chimica, e non farai in tempo: non ce la farai mai!”.
Già! Perché non ero rimasto a casa? Semplicemente perché la devozione che provavo per il mio professore era troppo grande perché io rinunciassi a poter visitare l’ Ambrosiana, con lui a far da cicerone. Volevo esserci. E anche se all’ andata e al ritorno, nel pieno del terrore, avevo tormentato tutti i miei compagni con la mia interrogazione in chimica, ero comunque felice di poter andare (anche se solo per un breve pomeriggio) a Milano: un luogo per me, allora, ancora sconosciuto.
Agostino Busti, detto il Bambaia
Coppia di rilievi del monumento sepolcrale a Gaston de Foix, Ambrosiana, Milano
Il mattino seguente l’ interrogazione di chimica andò bene: anche se avevo commesso qualche grave errore l’ insegnante di chimica mi aveva guardato in faccia, con un sorriso accennato sotto i baffi, e mi aveva detto “Sai, io con te non riesco proprio ad arrabbiarmi…”
Il professore si avvicinava; sventolando come ventagli le sue mani dalle dita sottili, ci parlava di questo straordinario scultore lombardo. E ad un certo punto diceva queste parole:
Agostino Busti, detto il Bambaia
Rilievi del monumento sepolcrale a Gaston de Foix, Ambrosiana, Milano
Un lavoro d’ alveare. Queste parole andarono a impigliarsi, fra i filamenti neurali del mio cervello, dove le conservo ancora oggi. Oggi che non ricordo più niente di tutte le sofferenti ore trascorse a studiare chimica, chimica organica, biologia, fisica, matematica, geometria, biochimica …
Solo qualche anno dopo sarei tornato a passare in quel corridoio, per poi tornarci ancora, ancora e ancora. E ogni volta che cammino in quel corridoio, con il parquet chiaro che scricchiola sotto le scarpe, rivedo gli intagli del Busti, ripenso a quel che diceva il mio professore, e mi piace immaginare di passare accanto a delle arnie abbandonate. Come se nel cavo delle piccole corazze, fra i fragili raggi di ruota dei carri trionfali, o fra i tralicci intrecciati dalle cataste di insegne militari (ornate d’ acquile e orlate di fronde) fossero un tempo sigillate, con miele e cera, le larve delle api.
Vado a prenderlo: è uno di quei libri che un tempo tenevo intonsi, in adorazione, sul più lontano dei miei scaffali; come fossero coppe d’ oro vinte in chissà quali gare, e che si mettono bene in vista sulle mensole più alte.
Giovanni Agosti, "Bambaia e il classicismo lombardo", Einaudi
Al suo posto, oggi, sullo stesso scaffale, c’ è un altro librone di Giovanni Agosti: “Su Mantegna I” edito da Feltrinelli, che se volete potete sfogliare anche voi, a scrocco, in libreria, nei reparti dedicati alla storia dell’ arte. Librone che può essere un ottimo “prequel” del “Bambaia”; utile dunque per capire come le passioni per l’ antichità hanno contagiato di rinascimentali febbri antiquarie l’ Italia del nord.
Giovanni Agosti, "Su Mantegna I", Feltrinelli
Il “Bambaia”, invece, ora che sono andato a stanarlo da dove era andato a finire, a far da chignolo sotto una pila di cataloghi, sarebbe bene farlo correre, ad alta velocità, sui binari antiquari che, facendo all’ occorrenza anche una sosta a Firenze (come fanno i Milano-Roma ancora oggi, che dalla stazione Centrale finiscono alla stazione Termini passando accanto a Santa Maria Novella), portavano su e giù gli artisti, fra i quali molti tornavano al Nord con bagagli carichi di qualche souvenir, e schizzi su carte e valigie di cartoni.
Agostino Busti, detto il Bambaia
Rilievo del monumento sepolcrale a Gaston de Foix, Ambrosiana, Milano
Altro libro da mettere on the road è il saggio Einaudi di Vincenzo Farinella dedicato a Jacopo Ripanda. E il segnalibro, come fosse un biglietto da obliterare, va inserito, all’ andata, nell’ “Introduzione”, sotto la scritta “Roma, gli antiquari e gli artisti”. Al ritorno, invece, è da infilare nel secondo capitolo del “Bambaia”, dedicato al gusto per l’ antico a Milano. Grazie per l’ attenzione e buon viaggio.
Vincenzo Farinella, "Archeologia e pittura a Roma, fra '400 e '500", Einaudi
Agostino Busti, detto il Bambaia
Salita al Calvario, provenienza originaria discussa, Ambrosiana, Milano
“… Leonardo, chiuso nel Belvedere vaticano, ospite di Giuliano de’ Medici, in stanze adattate a laboratori per esperimenti misteriosi con specchi e fiale ed animali, senza preoccuparsi troppo delle statue antiche lì raccolte, delle Stanze di Raffaello o della Volta Sistina, appena inaugurate: disposto, semmai, a far sopralluoghi nelle paludi pontine o al porto di Civitavecchia, a raccogliere conchiglie fossili a Monte Mario. Si lamentava che i suoi ragazzi lo lasciassero solo per andare tra i ruderi a giocare con le Guardie Svizzere e a tirare di fionda agli uccelli. Il Melzi, per garbo ed educazione e presentabilità, gli sarà stato accanto nelle inevitabili occasioni sociali. Agostino, invece, che era un lavoratore e che voleva approfittare di quella occasione straordinaria, girava per Roma a studiare le antichità di cui aveva tanto sentito parlare, febbraio 1514.”
Agostino Busti, detto il Bambaia
Gesù spogliato, provenienza originaria discussa, Ambrosiana, Milano
Febbraio 1514, ma poco più tardi farà fagotto, per tornar su, a Milano, a vestir di sepolcri antiquari la “very important people” dell’ epoca: era suo il monumento a Gaston de Foix, scolpito tra il 1515 e il 1521, oggi scomposto e sparso un po’ a Milano, un po’ a Torino, e con pezzi, in esilio londinese, anche presso il Victoria and Albert Museum. Quel che è successo, dopotutto, a quasi tutti i monumenti del povero Bambaia, venuti giù, al soffio della storia, come castelli di carte.