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Ero seduto sul tram, in fondo, dove di solito c’ è meno gente. Mi trovavo a Milano per studiare, per fare un po’ di shopping, o forse solo così, tanto per passare un pomeriggio in centro. Non ricordo: l’ unica immagine nitida che mi resta di quel giorno è una locandina pubblicitaria dedicato all’ arrivo in città de “L’Annunciata” di Antonello da Messina. Era allacciata con uno spago ad un sostegno tubolare del tram. Ogni volta che alzavo lo sguardo dal finestrino la guardavo distrattamente, come uno sconosciuto che mi parlava, ma senza ascoltare quello che aveva da dirmi. Poco prima di alzarmi per scendere alla solita fermata, avevo letto le date indicate sulla locandina. Il dipinto di Antonello non era più a Milano: era ormai ritornato a Palermo già da qualche settimana, e io non avevo fatto in tempo a rivederlo.
Antonello da Messina
"L' Annunciata", 1476, Palermo.
“L’ Annunciata” si trovava a Roma quando l’ ho vista per la prima e unica volta: era ospite delle Scuderie del Quirinale, dove era stata allestita la mostra dedicata ad Antonello da Messina datata ad un paio d’ anni fa. I suoi dipinti si erano ritrovati tutti insieme, quasi un ricongiungimento di famiglia fra parenti lontani che s’ incontrano, dopo molti anni, con la scusa d’ un matrimonio o un funerale: e allora era stato inevitabile fare confronti, come tra fratelli e cugini, vecchi e giovani, per poi accorgersi del tempo che passa e di come cambiano le cose. Persino i capolavori della pittura, precipitati nel vorticoso ritmo dei tempi moderni, viaggiano veloci per mezzo mondo: e prima o poi un restauro ci scappa, anche se non sempre ben fatto, anche se non sempre necessario. Così i dipinti cambiano sempre più in fretta: ringiovaniscono, si fanno fotogenici per gli scatti destinati ai cataloghi e alle cartoline; nella speranza di essere ricordati così, come più o meno potevano essere secoli fa, con addosso colori ancora freschi.
Catalogo Silvana della mostra dedicata ad Antonello da Messina
Il “San Sebastiano”, dopo un trattamento lifting fatto in Francia, arrivava a Roma pallido, smagrito e restauratissimo. Il “Ritratto Trivulzio” della Sabauda di Torino (chissà dov’ era stato!) si faceva rivedere più giovane di centinaia d’anni, ma con un occhio più grande dell’ altro - come Paris Hilton. Faticavo a riconoscere, nei due dipinti che mi ritrovavo davanti, i capolavori che così tante volte avevo visto sulle pagine dei miei vecchi libri: ma quale sollievo nel rivedere il “San Benedetto” del Castello Sforzesco, ancora avvolto nel candore burbero della vecchiaia. A lungo ero rimasto a guardare il “Cristo alla Colonna” del Louvre; e ancora adesso spero che a nessun restauratore venga in mente la sciaguratezza di lavargli i capelli.
All’ uscita dalle scuderie, riparandomi con una mano dal sole che si rifletteva sul Quirinale, pensavo alle cose che mi sarebbe piaciuto vedere nei giorni contati della mia ultima vacanza romana. Volevo andare al cimitero a-cattolico, anche soltanto per rendere omaggio a Keats, o alla casa-museo di Mario Praz in via Zanardelli, dove veniva proposta una piccola esposizione di squisiti acquerelli d’ interni tra Sette e Ottocento. Ma erano posti forse troppo funerei per i miei accompagnatori: al cimitero Giuseppe avrebbe cominciato a polemizzare ad alta voce contro tutte le religioni del mondo, molestando la romantica quiete del luogo - e la mia pazienza. A casa di Praz Elena si sarebbe messa a correre annaspando fra le stanze, alla ricerca di una finestra aperta dove affacciarsi e farsi aria, per non soccombere alla soffocazione di tutta la roba Impero collezionata dal celebre anglista.
Carlo Scarpa
Una delle immagini più suggestive dell' allestimento per la mostra di Antonello da Messina del '53
Non ricordo molto dell’ allestimento che ha ospitato la mostra di Antonello a Roma, ma riesco a immaginare ancora “L’ Annunciata” di Palermo sulla parete di fondo della grande sala al piano inferiore - da dove, senza darlo a vedere, sembrava tenere sotto controllo tutti i visitatori. Quando arrivò il mio turno per poterla guardare, e per ricevere l’ omaggio della sua bellezza, mi sforzai di non pensare a quanti sguardi l’ avessero sfiorata nel corso dei secoli: chissà quanti osservatori, zittiti dal gesto della sua mano appena alzata al di sopra del leggio, avevano sperato di incontrare i suoi incantevoli occhi sfuggenti, ma senza riuscirvi.
Carlo Scarpa
La sala consiliare con le due versioni de "L' Annunciata", rispettivamente a Monaco e Palermo
Antonello era stato molto meglio a casa sua, a Messina, quando vi era tornato nel 1953 in occasione della prima grande mostra a lui dedicata, magnificamente allestita da Carlo Scarpa nelle sale di Palazzo Zanca. Vediamo di metter qui qualcosa su questa storica esposizione: vado a prendere “Musei Effimeri” di Anna Chiara Cimoli, un volume pubblicato da Il Saggiatore dedicato ad alcune significative mostre italiane organizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento:
«La mostra su “Antonello da Messina e la pittura del Quattrocento in Sicilia” è stata, per l’ Italia del dopoguerra, un episodio importante tanto per la straordinaria qualità dell’ allestimento di Carlo Scarpa, quanto per la rilevanza culturale dell’ evento: per la prima volta erano allineate ventisette opere antonelliane e centocinque dipinti di artisti siciliani, che contribuivano a ricostruire il clima artistico e la trama delle filiazioni di un capitolo della pittura quattrocentesca all’ epoca ancora poco esplorato».
L' ingresso di Palazzo Zanca a Messina in occasione della mostra di Antonello
«Messina, città defilata dai circuiti culturali e artistici internazionali, conosce nel periodo di apertura della mostra (la cui chiusura viene prorogata di due mesi per il grande successo) uno straordinario andirivieni di intellettuali, storici dell’ arte, scrittori e giornalisti che ammirano le opere e, con esse, il loro allestimento. Le belle pagine del “Viaggio in Sicilia” di Bernard Berenson trasmettono intatto il sapore del faticoso percorso e del difficile approdo, ma anche la meraviglia di fronte alle opere, il piacere della conferma di alcune ipotesi storiografiche, il gusto dello scambio intellettuale con i curatori della mostra e con gli storici dell’ arte che intorno ad essa vanno definendo, in quegli anni, un nuovo profilo storiografico del Quattocento siciliano».
Anna Chiara Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore
Fra gli storici dell’ arte accorsi a Messina non poteva certo mancare Roberto Longhi, in visita alla mostra assieme alla moglie Anna Banti: ho trovato una piccola riproduzione fotografica che documenta la visita dei due coniugi nel volume “Carlo Scarpa. Mostre e musei 1944-1976 - Case e paesaggi 1972-1978”, catalogo dell’ omonima esposizione organizzata nel 2000 fra Verona e Vicenza. Come vedete la scansione della fotografia non è venuta un granchè; perché l’ ho dovuta fare in fretta e furia, con lo scanner portatile, utilizzando la copia di questo libro che ho trovato nella biblioteca del mio istituto di storia dell’ arte. E a questo punto mi tocca confessare che non possiedo neppure uno dei tanti, bellissimi testi dedicati all’ architettura di Scarpa: qui in casa ho solo sparute illustrazioni pubblicate qua e là.
Anna Banti e Roberto Longhi in visita alla mostra
Forse la più interessante è una fotografia della “Tomba Brion” riprodotta in una pagina del “Su Mantegna I” di Giovanni Agosti, dove si vede il laghetto di ninfee che lambisce i moduli in cemento armato del complesso monumentale, accostata al particolare con lo stagno della “Minerva che scaccia i Vizi dal Giardino della Virtù” di Mantegna. Ma per adesso metto da parte questa fotografia, che potrà saltar fuori soltanto molto più avanti, quando avrò messo sui miei scaffali qualcosa su Scarpa; come il volume Electa dedicato all’ “Opera omnia” dell’ architetto, curato da Francesco dal Co e Giuseppe Mazzariol, arrichito con una scelta di interpretazioni critiche proposte da Giovanni Carandente, Bruno Zevi, Ignazio Gardella e tanti altri. Restiamo dunque a Messina, a guardare le sale della mostra in alcune delle splendide fotografie in bianco e nero riprodotte nel libro di Anna Chiara Cimoli. E lasciamo che sia ancora lei a far “da cicerone”:
Carlo Scarpa
Veduta delle plissettature usate nell' allestimento, e delle particolari soluzioni adottate per le porte
«Tutti gli ambienti dedicati alla mostra vengono rivestiti di calicot bianco – chiamato a Venezia, meno aulicamente, “cencio della nonna” – fatto tessere per l’ occasione e poi tinto con il tè per ottenere una tonalità più calda. Il tessuto è fissato a un telaio metallico montato in opera, forgiato, come i pannelli dei dipinti, da artigiani del luogo. Questo paramento drappeggia tutti i locali della mostra, vestendo e alleggerendo le pesanti strutture dell’ edificio, analogamente a quanto già proposto da Scarpa per la prima volta nelle sale dedicate a Martini, i Metafisici, Campigli e De Pisis alla Biennale del 1948, e poi in numerosi allestimenti successivi».
Il momento più alto dell’ allestimento di Scarpa si toccava nella sala consiliare del palazzo, riservata alle opere d’ autentica autografia antonellesca. Continuiamo ad ascoltare la nostra guida, con la quale ci caleremo nei dettagli inaspettati di questa sala, per comprendere fino a che punto si è spinta la squisitissima sensibilità di Scarpa.
Carlo Scarpa
La sala consiliare con le opere d' autentica autografia antonellesca
«I teli di calicot plissettato scendono a terra a sagomare una piramide tronca; il pavimento, diversamente dagli altri locali, è rivestito di feltro chiaro. L’ intuizione più alta consiste nella collocazione della “Pietà Correr” su un sostegno che stacca appena l’ opera da terra, a suggerire un punto di vista dall’ alto verso il basso. Altrettando commovente è la scelta di collocare la “Crocifissione” di Sibiu (poi a Bucarest) in prossimità della finestra orientata verso il mare, lasciando che i visitatori mettessero a confronto lo scorcio messinese raffigurato nel quadro con quello, vivo e palpitante, che si apriva davanti ai loro occhi».
Carlo Scarpa
La sala consiliare con le opere d' autentica autografia antonellesca
«Sublime tocco di raffinatezza, la luce del lato settentrionale è filtrata da un telo di seta rosa, quella del lato meridionale da uno azzurro, entrambi invisibili poiché nascosti dai teli di stoffa bianca plissettata. “La luce mediterranea” ricorda Giovanni Carandente “trapassando le cortine seriche s’ infrangeva sulle oblique pareti di calicot per riattraversarle divenendo acquea e iridescente come un opale”».
Mi chiedo se le finestre di Palazzo Zanca, velate di calicot intinto di tè, venissero lasciate aperte: come ad esempio era successo nell’ estate del 1951 a Palazzo Reale, a Milano, durante la grande mostra del Caravaggio; quando arrivava gente a non finire, fino a notte inoltrata, a vedere quasi tutte le tele del Merisi esposte insieme per la prima volta – un evento che oggi, con la complicità dei più svariati vincoli conservativi e museali, non può più accadere. Quanto sarebbe stato bello vedere le velature di calicot gonfiarsi all’ improvviso soffio d’ una folata di vento venuta dal mare; anche soltanto a causa della semplice distrazione d’ un custode che, avventurandosi dietro le plissettature di Scarpa, avrebbe potuto aprire un po’ le finestre per far andar via il caldo.
Sassetta (Stefano di Giovanni)
"Il viaggio dei Magi", 1435 circa, New York, Metropolitan Museum of Art
Chiudiamo le festività natalizie con questa squisitissima tempera su tavola del senese Sassetta, dedicata al viaggio dei Magi: è una parte della piccola "Adorazione dei Magi" della collezione Chigi-Saricini di Siena. In un primo momento avevo pensato di proporvi l' "Adorazione" di Gentile da Fabriano degli Uffizi, ma essendo piuttosto nota ho preferito scegliere questo dipinto meno conosciuto, ma non meno affascinante e suggestivo.
Lo studio di Barbara era pieno di libri. Avrei potuto prenderne uno e leggere qualche pagina prima di addormentarmi. Tanto Barbara e Paolo non se ne sarebbero accorti, dal momento che stavano trafficando in cucina con i piatti da lavare. Ma una sorta di pudore mi impediva di sfiorare il dorso dei romanzi che tappezzavano la stanza. Il terrore di non riuscire ad addormentarmi in un letto diverso dal mio mi aveva convinto a mettere in valigia anche un libro; per passare il tempo in caso d’ insonnia. Avevo scelto di portar con me “Genius Loci” di Vernon Lee: un Sellerio che avevo comprato semplicemente perché mi piaceva molto la stampa di Leonetto Cappiello del 1908 che aveva in copertina.
Vernon Lee, "Genius Loci", Sellerio editore Palermo
Quella sera, dunque, volevo leggere Vernon Lee prima di addormentarmi: ma per me, che di solito sono a letto già alle nove di sera, era tardi. Morivo di sonno. Dopo poche righe richiudevo il libro, poi allungavo una mano per appoggiarlo sul tappeto e per trovare l’ interruttore della lampada.
Spegnevo la luce, e già temevo di rimanere sveglio per ore e ore, con le braccia ripiegate sul petto e lo sguardo perso nel buio: stanchissimo, ma incapace di chiudere gli occhi. Per fortuna il divano-letto dello studio, che Barbara aveva preparato per ospitarmi quella notte, era accogliente. Il rumore dei vagoni ferroviari che passavano sotto la finestra cullava i miei pensieri, facendoli addormentare – assieme a me – nel desiderio di andare a Roma in treno. Così il mattino seguente mi svegliavo, convinto di aver viaggiato tutta la notte e di essere tornato alla stazione di partenza: l’ appartamento di Barbara e Paolo.
Nei giorni seguenti portavo con me “Genius Loci” per leggerlo sull’ autobus. Imboccata l’ autostrada, che procedeva dritta verso Milano, mi sistemavo meglio sul sedile e sfogliavo le pagine a casaccio. E fra quelle pagine mi è rimasto impresso, in particolare, un capitoletto dedicato a Mantova e ai suoi laghi.
“In un’ abbagliante giornata di giugno furono i laghi, la delizia dell’ acqua e del falasco che vidi dal treno, a spingermi per la prima volta a scendere a Mantova, e anche quest’ estate il loro pensiero mi ci ha portato di nuovo. Circondano la città da tre lati, formati come sono dal Mincio nel suo percorso dal lago di Garda al Po, laghi poco profondi che si riversano sulla grande pianura lombarda. Sono limpidi, increspati e orlati di canne, cosparsi di gigli d’ acqua come isolotti e vi ondeggiano le più lunghe e verdi erbe palustri. Qua e là si scorge una vela bruna che arriva da Venezia, i bambini che fanno il bagno sotto le torri del Castello, in una strettoia c’è un lungo ponte di pietra coperto dove le acque scorrono fra le ruote dei mulini e dove s’ intravedono ambienti freddi e scuri che sanno di frumento.”
Particolare de "La morte della Madonna" di Andrea Mantegna
Appena si entra nel Castello di San Giorgio, si arriva velocemente agli affeschi della “Camera degli Sposi” di Mantegna: e dopo una sorvolata descrittiva sul diroccato studiolo di Isabella d’ Este, salta fuori un’ esclamazione che condensa lo stupore d’ aver intravisto - non si sa bene in quale diruta stanza ducale - le cornici vuote del “Trionfo di Cesare”.
“Ma ciò che colpisce a Mantova è l’ incredibile combinazione, il fantastico duetto del palazzo e del lago. Naturalmente si visita prima la parte antica, il castello di mattoni rossi dei Marchesi di un tempo in una delle cui torri quadrate ci sono i meravigliosi affreschi del Mantegna: affascinanti cupidi, simili a soffici nuvole trasformate in puttini che giocano nel più bel cielo azzurro tra ghirlande di ortaggi, di aranci e di limoni che formano degli archi trinofali co i Marchesi di Mantova e tutti i giovani spavaldi Gonzaga. L’ intera decorazione, dove predominano l’ azzurro, il bianco e il verde smaltato è delicata seppure fredda nel suo splendore, ma di certo è la più integralmente godibile rispetto alla gran parte delle opere del Mantegna. Tuttavia le finestre incorniciano qualcosa di più bello e delizioso: uno dei laghi! Le acque di pallido azzurro orlate di canne verdi, i pioppi e i salici della retrostante pianura, la vaghezza bluastra delle Alpi e il tutto unito dal lungo ponte del castello con le torri di mattoni color geranio chiaro.”
Andrea Mantegna
"Morte della Madonna", Madrid, Museo del Prado
Dalla lettura di queste parole scaturisce, quasi per magia, il ricordo del paesaggio che appare alla finestra nella “Morte della Madonna” di Mantegna: un dipinto che, assieme ad altre tre tavolette riunite in un trittico farlocco conservato agli Uffizi, doveva far parte della decorazione della cappella nel Castello di San Giorgio. Invece di star qua a parlare dell’ opera in questione (appunto questa “Morte della Madonna” allestita a Mantova con la regia pittorica di Mantegna), preferisco farvi leggere un pezzetto del volume “Su Mantegna I” del prof. Giovanni Agosti.
“ […] la scena che impressiona certo di più è la Morte della Madonna del Prado, che registra con fedele poesia l’ impatto con Mantova, città allora completamente circondata dalle paludi e dai laghi creati dal fiume Mincio. La veglia funebre si svolge, di giorno e a lume di candela, in una sala del Castello di San Giorgio: non soffia un filo d’ aria e non si esclude che Maria, già anziana, sia morta di caldo. E’ come una madre vecchia, con tanti figli adulti che non si sono sposati. Dalla finestra si vedono le acque, sotto un cielo afoso striato di nuvole, con i riflessi degli edifici, il ponte coperto, le barche, le case, le chiese ei campi lontani a perdita d’ occhio. Di fronte a un’ immagine così, corrispondente al vero, persino a quello di adesso, vacilla nel ricordo anche il lago di Ginevra riprodotto da Konrad Witz nella sua Pesca miracolosa.”
Ah, che bella figura avevo fatto durante l’ esame di storia dell’ arte moderna! Quando il mio prof. mi aveva messo sotto il naso proprio il dipinto di Konrad Witz; ed io, a condire il solito antipasto d’ informazioni su autore, data e luogo di conservazione, avevo scolato lì il nome del monte più alto, trovato per caso leggendo la “Storia dell’ Arte” di Ernst Gombrich.
Konrad Witz
"La pesca miracolosa", 1444, Ginevra
Ma ora torniamo a noi e alla nostra Madonna morta: nessuno fra tutti quei santi osa voltare la testa verso la finestra, né per prendere una boccata d’ aria, né per nascondere la faccia rigata di lacrime. E’ come se tutti volessero tenere il bellissimo paesaggio lontano dagli occhi e dal cuore, quasi fosse un personaggio sgradito finito lì per sbaglio, fuori luogo, e indifferente alla morte e al dolore. Anche Mantegna muore, come la sua Madonna, fra le melme palustri di Mantova. E proprio con la cronaca di questa morte si chiude il primo capitolo del libro del prof. Giovanni Agosti: c’è di mezzo un mancato incontro con un giovane chiamato Albrecht Dürer, sceso in Italia a scaldarsi nell’ afa padana. Un incontro che “[…] adeguatamente sceneggiato, potrebbe stare tra Hofmannsthal e Strauss. Il titolo: «Albrecht und Andrea», o qualcosa del genere.”
“Un tormentato trentenne di Norimberga, affascinato dall’ Italia, gira per la valle del Po, in un’ estate che non finisce mai, dopo una lunga sosta veneziana tra notti alle osterie e visite ai mostri sacri e sacra diffidenza per il lavoro dei più giovani. Finalmente un giorno il signore della pittura italiana, che vive isolato da tutti nella corte persa tra le lagune e le paludi, fa sapere di essere disposto a ricevere l’ oltramontano, che in patria copiava ammirato le sue creazioni più folli in grandezza 1:1. Sta crollando un mondo, fatto di severità e rigore e assoluta discrezione di sentimenti; frusciano dappertutto grazia e delicatezza: e le dame della marchesa Isabella, alla piccola corte, si raccontano tutto il giorno: “Mi piace quello…”, “Mi ha guardata…”, “Questa musica mi intenerisce il cuore…”, “Fatti ritrarre con la cagnina…”, “Quale? Aura? Oriana?…” e il vecchio Mantegna, che si sente morire, confonde quelle conversazioni cretine sulla natura dell’ amore con i “moti dell’ animo” che Leonardo ha scoperto: e nel fare di tutt’ erba un fascio per una battaglia perduta cerca un giovane alleato.”
Giovanni Agosti, "Su Mantegna I", Feltrinelli editore
“Ma l’ incontro non avviene, perché il 13 settembre 1506 Mantegna muore. I suoi ultimi istanti sono narrati nei versi di Antonio Tebaldeo, il precettore di Isabella d’ Este, che tra non molto verrà ritratto da Raffaello: il vecchio pittore, “maxima picturae gloria”, è a letto, sente la vita che gli scappa e ha già perso la vista; gli portano una statuetta antica con un nume alato e lui, che ha appena dovuto cedere alla marchesa per ragioni di bisogno il prediletto busto dell’ imperatrice Faustina, riprende per un attimo un po’ di forza e brancola a tastoni sul marmo. Nel libretto del melodramma , che poi corrisponde proprio alla storia, Albrecht Dürer viene al proscenio a dire che quell’ appuntamento mancato con Andrea Mantegna è stato “il più grande dolore della mia vita”. Scrive al suo amico Willibald Pirckheimer a Norimberga: “Quanto freddo avrò dopo tutto questo sole…”, e riparte verso il Nord.”
Giovanni Bellini
"Incoronazione della Vergine" (Pala Pesaro), 1472-74, Museo Civico di Pesaro
Una decina di anni dopo, in quel di Venezia, muore anche il vecchio Giovanni Bellini. Fino all’ ultimo era riuscito a tener testa tanto a Giorgione quanto a Tiziano, i due nuovi pittori della Laguna venuti su proprio in quegli anni. Le cose della pittura cambiano, in fretta e di molto, proprio nel decennio che separa la morte di Andrea da quella di Giovanni: e ci penserà poi Raffaello a chiudere un’ epoca, spegnendosi proprio nel giorno del suo trentasettesimo compleanno - il 6 aprile 1520.
Ora basta parlare di morte, se no i miei ospiti scappan via tutti! Forza, tiriamoci un po’ su con “L’ Incoronazione della Vergine” di Giovanni Bellini. Qui ci sono tutti: la Madonna, i Santi, e si è scomodato persino Gesù Cristo. Ed ecco, c’è anche una finestra con paesaggio, come nel dipinto di Mantegna. Ma se nell’ allestimento mantegnesco la Madonna moriva in una stanza di Mantova, qui Bellini monta la scena all’ aperto, per un’ incoronazione “en plein air”.
San Luca Evangelista (particolare dal "Polittico di San Luca" di Andrea Mantegna)
Si può mettere fra Gesù e Maria un bel tavolino – ad esempio quello pseudo-Biedermeier che il giovane Mantegna aveva piallato nel marmo per il San Luca di Brera – e sembra che madre e figlio siano seduti a far colazione, tête-à-tête, nell’ ariosa veranda di un caffè. I Santi si accalcano come camerieri che devono prendere le ordinazioni. A prima vista sembrano impassibili, ma in realtà sono ansiosi di servire al meglio quei due famosissimi “vips”, ai quali è stato riservato il tavolo migliore: quello con l’ ampia vista sul castello da fiaba, così bella che “sembra un quadro”.
Oggi non son riuscito a scrivere granchè... Evabbè... Tanto per mettere qualcosa di nuovo, qui sul blog, ma una volta tanto qualcosa di "non mio", copio un passo suggestivo tratto da "Le Porte Regali", un saggio dedicato alla icona, di padre Pavel Florenskij.
Chi? Per saperlo, vi metto qui di seguito qualche informazione biografica che copio dal retro di questo suo saggio, pubblicato in Italia da Adelphi.
Pavel Florenskij, "Le Porte Regali", Adelphi
"Nato nel 1882, fucilato nel 1937 dopo essere stato deportato nell' estremo Nord della Russia, Florenskij è una soggiogante figura di mistico, filosofo, matematico e teologo, quale poteva apparire soltanto in quella prodiga fioritura di genialità che si ebbe in Russia nei primi anni di questo secolo."
E ora, ecco il passo che vi ho annunciato. Buona lettura.
"In realtà non è forse immediatamente ovvio che i suoni della musica strumentale, anche quelli dell' organo, come tali, cioè a prescindere dalla composizione dell' opera musicale, non possono inserirsi nella liturgia ortodossa? Questo dato immediato del gusto, immediato a parte le considerazioni teoriche, non collima in coscienza con lo stile liturgico stesso, turba la circolare unità della liturgia, perfino se considerata come semplice manifestazione artistica o sintesi delle arti. In realtà , non è forse immediatamente ovvio che questi suoni come tali, ripeto, sono troppo lontani dalla limpidezza, dalla «intellettualità», dalla filologia della meditativa liturgia della Chiesa Ortodossa, perché la loro materia sia utilizzata nella sua arte sonora? In realtà immediatamente non si avverte forse che il suono dell'organo è troppo indugiante, troppo vischioso, troppo lontano dalla trasparenza, dalla cristallinità, troppo legato al non luminoso fondo dell'umanità qual è nella sua presente condizione, nella sua naturalità, perché si possa usare nelle chiese ortodosse? E adesso non valuto in generale, ma considero soltanto l' unità stilistica, se essa lo accetti o lo respinga, non è affar mio.”
Jan e Hubert Van Eyck
"Gli Angeli suonatori", pannello dell' Altare dell' Agnello Mistico
"Ma stai parlando del suono, mentre hai cominciato parlando della materia delle arti figurative.La nostra conversazione, come ricordi, riguarda particolarmente la pittura di icone"
"E' perfettamente giusto; ma non ho trattato a caso del suono. Permettimi di concludere, anche tu ora comprendi perché il mio pensiero ha fatto questa divagazione. Sicché, parliamo dell'organo."
"E' uno strumento musicale essenzialmente legato ad un periodo storico , sviluppatosi a partire da ciò che chiamiamo Rinascimento culturale.Parlando della cattolicità, comunemente si dimentica che è tutt'altro la Chiesa d'Occidente prima e dopo il Rinascimento, che nel Rinascimento la Chiesa d'Occidente subì una grave malattia, dalla quale uscì dopo avere parecchio perduto e benché acquistasse una certa immunità, tuttavia rimase deformata la struttura stessa della vita spirituale, e rimane una grossa questione come avrebbero valutato la cattolicità post-rinascimentale i rappresentanti medievali dell' idea cattolica. Sicché la cultura occidentale procede da un cattolicesimo restaurato ed è essa che si è espressa nel campo dei suoni per mezzo dell'organo; non a caso la fioritura della costruzione d'organi ebbe luogo nella seconda metà del XVII e nella prima del XVIII - un tempo che espresse soprattutto, soprattutto svelò l' essenza intima della cultura rinascimentale. Perciò voglio non suggerire un' analogia, no, voglio stabilire un nesso più profondo e impegnativo."
"Un nesso fra il suono dell'organo e i colori ad olio?"
Jan e Hubert Van Eyck
"Altare dell' Agnello Mistico"
"Hai indovinato.La stessa consistenza dei colori a olio ha un rapporto intimo con il suono oleoso-vischioso dell' organo, e il tocco grasso e la succulenza dei colori della pittura a olio sono strettamente affini alla succulenza della musica organistica. E questi colori e suoni sono terreni, carnali. Storicamente la pittura a olio si sviluppa infatti quando nella musica fiorisce l' arte della costruzione degli organi e il loro uso. Indubbiamente la scaturigine dei due generi di cause materiali si trova in un' unica radice metafisica, perché entrambe si fondano sulla stessa concezione del mondo, pure in sfere diverse". ( Pavel Florenskij, in "Le Porte Regali-un saggio sull' icona", Adelphi )
E' quasi affetto quel che provo per i "Tre crocifissi" di Vincenzo Foppa : a guardarlo così, in fotografia, questo dipinto sembra molto grande , e invece è così piccolo che, in verità, a trovarselo davanti, vien voglia di prenderlo fra le mani, metterselo sotto braccio, e portarselo via. Ma gesti di questo genere, lo so bene, non si devono fare.
Vincenzo Foppa
"Tre crocifissi", 1450?, Bergamo, Accademia Carrara
Eppure, anche se non posso impadronirmi di questo dipinto, posso accontentarmi di affidare al mio sguardo un fagotto da viandante e chiedergli di passeggiare un po', al posto mio, nel paesaggio foppesco : io nel frattempo resterò qui, al di qua del quadro, o appena sotto quel portico ormai rinascimentale, con quei capitelli di cartilagini ancora tenere, che quasi tremano di vertigine, sulle colonne, sotto il peso di quella grande arcata sospesa così in alto.
Vincenzo Foppa
Allestimento della mostra "Vincenzo Foppa": in foto si vedono i "Tre crocefissi", e a destra il "San Bernardino"
La luce scivola fin qui, sulle pietre grigie e rosa, che, nel sostenersi l'una all' altra, quasi sudano per lo sforzo, e su ogni cosa s' infrangono gli strali fragili del tramonto, spezzandosi e sciogliendosi, dolcemente, nella polvere umida d'un pallido vapore.
E c'è da aver paura ad appoggiarsi a quelle colonne, pronte a crollare, da un momento all'altro : forse anche Foppa ha temuto l' imminenza di un crollo, e forse proprio per questo, e senza pensarci oltre, ha solcato con forza le linee costruttive della prospettiva, tracciate lì a reggere, ingabbiandoli in un traliccio di segni sottili, ben visibili ad occhio nudo, i marmi dell' arco, dei capitelli, delle colonne e del pavimento.
Vincenzo Foppa
Interno della Cappella Portinari a Milano
Solo più tardi Foppa farà palestrare le sue architetture, arrivando anche a punzecchiarle -quasi per saggiarne la muscolatura - con gli appuntiti coni visivi che si acuminavano in Padova e dintorni : e così, con le ossa ormai fatte, la prospettiva foppesca potrà osar persino tentar d' ardire temerarie esibizioni di superpotenza spaziale.
Penso ad esempio, qui e subito, ai cestelli prospettici dove girano e rigirano i Dottori della Chiesa, immersi, a candeggiare, come un bucato che schiuma in attesa dell' ultima centrifuga, nell' ammollo luminoso della cappella Portinari, in Sant' Eustorgio, a Milano.
E qui, per ora, siamo già oltre la metà degli anni sessanta del quattrocento.
Vincenzo Foppa
I dottori della Chiesa affrescati nella Cappella Portinari
E, ancora più tardi, ma al momento giusto, con un ultimo giro di vite, Foppa farà correre le sue architetture su e giù fra le profondità spericolate di quel famoso "personal trainer" prospettico chiamato Bramante , l' architetto giunto a Milano forse già nel 1478, che con l'aggressiva prestanza spaziale dei suoi massicci "Uomini d'arme" ( dipinti tra 1487 e 1488) allontanerà le ultime filiformità anatomiche rimaste, ancora attardate nel tardogotico, dalle passerelle della più aggiornata moda pittorica milanese - che, quasi senza saperlo, era ormai cresciuta in maturità rinascimentale.
Anche se, su Bramante a Milano, ci sarebbero tante e tante e tante altre cose da dire, torniamo, così, un po' su due piedi, a quel che fa Foppa : di suo e di bramantesco salterà fuori quel che affresca nella distrutta chiesa di Santa Maria di Brera, come, ad esempio, la Vergine fra i due San Giovanni, il Battista e l' Evangelista.
Vincenzo Foppa
"Madonna con il Bambino fra San Giovanni Evangelista e Battista"
Intanto, in questo frattempo che ho usato per dirvi un po' di cose per lo più prospettiche, il mio sguardo si è incamminato lungo il piccolo sentiero, scavato là , a destra, forse dal passaggio, passo dopo passo, degli altrui sguardi, venuti a inoltrarsi fin lì, in passato, nel kafkiano e impossibile tentativo di raggiungere quella città incastellata all' orizzonte : un orizzonte dietro il quale sembra esserci un altro orizzonte ancora, dove il sole è già precipitato, gettato là, fuori dalla scena, sotto il peso della notte e delle nubi, come la palla bianca di un biliardo imbucata, per ultima, a chiudere la partita.
La città, con quella torre che è stata rubata fra i pezzi d' avorio di una vecchia scacchiera, è inaccessibile; sembra il ricordo di un luogo andato perduto per sempre: una città assediata, espugnata e infine caduta sotto l' inesorabile conquista del tempo, che l' ha sollevata di peso dal presente, per portarla via con sé, lontano lontano, e rinchiuderla nel passato di una fiaba.
Oltre l' arcata del portico prospettico, paesaggio e città appaiono altro, quasi un altro mondo. Quella piccola valle, quella terra di nessuno, incanta e inquieta, nella sua seduzione tardogotica, e, allo stesso tempo, nella sua solitudine . Non c' è nessuno a far compagnia al mio sguardo mentre cammina ancora, laggiù, su quel sentiero, con accanto un filare di alberi : la luce fa tintinnanare d'oro, come sonagli, le foglie fra i rami, e d'oro è anche la fioritura del muschio cresciuto, quasi inspiegabilmente, sul fianco assolato dei tronchi.
"Vincenzo Foppa", catalogo Skira della mostra di Brescia (2002)
E' come se Foppa, in questo dipinto, messo piede sul pavimento prospettico, si volgesse subito a dare un ultimo sguardo a quel che lascia dietro di sè, forse un "addio ai monti" dei suoi paesaggi e della sua pittura, quasi nel doloroso timore che, una volta scelta la prospettiva, sia doveroso lasciar perdere le fiabe gotiche fatte di valli , foreste e torri , per poter restare a galla, e con i piedi per terra, nella modernità rinascimentale . Ma, con sollievo, questo timore, per Foppa, resterà infondato.
Qui, davanti a me, restano solo le tre croci: un ladrone, quello buono, è morto, poverino, con un' aureola di raggi sulla testa, ma "con una palla accidentalmente fuori". Cose che succedono: sono cose che capitano. L' altro, vivo e morente, è esasperato dal demonio che gli sta scompigliando i capelli, arruffandoli, per spulciarlo della sua anima, come se un' anima dannata non fosse altro che un pidocchio da trovare, fra altri pidocchi, e da estirpare con unghie demoniache.
Gesù, a occhi bassi, quasi chiusi (o forse chiusi davvero) guarda a terra, sotto di sè. Sembra guardare il mucchietto di polvere , quasi fosse sporcizia raccolta lì, sotto la croce, dopo che tutti se ne sono ormai andati a casa, prima del buio che già incombe, quando non c'è più niente da vedere, ma ogni cosa resta ancora da contemplare.E quel che Gesù sembra guardare è un mucchietto di polvere : altra polvere che si aggiunge alla polvere, per tornare alla polvere.
Un certo giorno, accasciato pigramente fra i cuscini del letto disfatto, con una mano su una guancia e l' altra nelle pagine di un volumetto dedicato alla pittura murale in Italia, proprio mentre sorvolavo sul già visto, mi sono imbattuto in un anonimo straccetto d' affresco quattrocentesco, steso su non so che muro, a Pavia, a ricordare che, prima di perdere un po' di pezzi, rappresentava l' Annunciazione.
Anonimo lombardo del XV° secolo
"L' Annunciazione", 1475, affresco, Pavia, collegio Branda Castiglioni
Come potrebbe accadere in una telenovela, poco prima di un drammatico colpo di scena, anche nel frammento di questa "fiction" regnano il lusso, la calma e la tranquillità. Maria, nella stanza, è sola, intenta a leggere, e ancora non sa di essere la Madonna : e tutto sembra, tranne che una fanciulla. E in verità, ve lo devo proprio dire, a me questa Madonna pare un donnone lirico, una famosa cantante che ripassa la sua parte, un' ultima volta, prima del melodramma.
Il costumista ha dimenticato sulla scena il cestino da cucito, per gli ultimi ritocchi al prezioso abito del nostro donnone: un donnone un po' vecchiotto, ingrassato, e con pure un po' di scogliosi, tutte buone ragioni per dover smettere d' interpretare il ruolo della più pura e santa fra le fanciulle.
"Pittura murale in italia", a cura di Mina Gregori, Gruppo S.Paolo
Ma zitti, non ditele nulla, per carità: avrà già pronta la solita caterva di scuse da primadonna, da gettarvi addosso, tutte insieme, alla prima osservazione : tutta colpa dell' abito, del costumista, del trucco, del parrucchiere, dello scenografo, delle luci. Poverina, cercate di capirla. Nata ancora tardogotica, questa grande interprete, un po' attrice, un po' cantante, un po' Madonna, è ora costretta a lasciarsi incastrare sgangheratamente nelle nuove spazialità rinascimentali, ancor più scomode di quelle di Mies van der Rohe, specialmente qui in Lombardia, tra quattro e cinquecento, dove le architetture vengono incatenate al reale praticando estremi sadomasochismi prospettici: e sarà anche peggio quando arriverà Bramante a borchiar circonferenze da inanellare come piercing l'una all' altra, sulla pelle delle sue architetture milanesi, come in Santa Maria presso San Satiro, o in Santa Maria delle Grazie.
Anonimo lombardo del XV° secolo
"Vergine Annunciata", particolare dell' affresco
Ma già qui, in questa scenografia, ritroviamo un bel rotolar di cerchi che scappano su e giù per la stanza, scivolando sulle linee della prospettiva a far da binari : e sulle fettucce di velluto del vestito corrono perle così rotonde da esibire, nel loro aspetto perfetto, la loro falsa sostanza. Nel libro c'è poco da spremer fuori per dir qualcosa di non mio su questo affresco, ma credo che questo poco, in quanto buono, possa qui anche bastare. E' Francesco Frangi a scrivere, e a richiamare questo affresco accanto a quella "timida ma non irrilevante ricezione delle novità foppesche" che rintocca, qua e là, nel frinire dorato della cappella Ducale nel Castello Sforzesco. Frangi definisce così il nostro straccio d' affresco:
" [...] opera di un pittore ancora anonimo che in certe acutezze prospettiche dimostra altresì di tenere in conto i suggerimenti che provenivano dalla coeva produzione vetraria della certosa pavese."
E qui ci vorrebbe qualche riga di Marco Tanzi, a concludere degnamente questi pochi accenni storici e critici. Peccato che queste righe siano rinchiuse fra pagine che non possiedo, e che adesso si trovano dall' altra parte di Milano, su uno scaffale che, almeno oggi, è troppo lontano per me. Mi dispiace, accontentavi di quel poco che vi ho detto.
E, per di più, ho il sospetto, se non la certezza, che su questo anonimo pittore qualche convincente ipotesi attributiva sia stata anche proposta. Pazienza, oggi va così: vediamo se trovo altrove altro da dirvi su questo pezzetto di Annunciazione, con questa Maria molto lirica immersa nella lettura. Dettaglio, quest' ultimo, da non trascurare. Ecco, trovato! Vi metto qui come ultimo giro di valzer, o come ultimo vinile del giorno sul giradischi della sera, alcune belle osservazioni dedicate all' iconografia di Maria intenta a leggere , che ho grattato via, con un colpo di rap, da un testo di Tiziana Plebani intitolato "Il genere dei libri", edito da FrancoAngeli:
"E' stato notato, giustamente, che l ‘immagine di Maria che legge esprime un conflitto in atto poiché l' istruzione delle donne non era ritenuta universalmente auspicabile o necessaria; l' educazione femminile era in genere improntata sulle virtù, la castità, l' obbedienza, l' umiltà, e sui lavori domestici."
Tiziana Plebani "Il genere dei libri", FrancoAngeli editore
"Tale conflitto spiegherebbe la ragione per la quale i pittori risolvevano di dare al libro una posizione marginale nell' Annunciazione, semioccultata, spesso nascosta dalle mani di Maria al fine di depotenziare la minaccia insita nell' immagine di una donna letterata. Tuttavia vi sono scene dell' Annunciazione in cui il libro è ben visibile e in alcune la sua posizione è del tutto centrale: si pensi alla splendida Annunciazione di Antonello da Messina, che sembra esprimere una nota di disappunto per la lettura interrotta."
Ora facciamo i bravi, e lasciamo in pace questo donnone lirico a ripassare la sua parte, per recitare da protagonista fra le false perle e i finti marmi di un' Annunciazione andata ormai quasi del tutto perduta, proprio là, su quella stessa parete pavese dove, per secoli, è andata in scena tutti i giorni.