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sabato, 26 aprile 2008

In foto: allestimento della mostra "POP INSOMNIA", a cura di Luca Mainini a.k.a. PopVoyeur  (continua)

Postato da: oyrad a 07:16 | link | commenti (18)

mercoledì, 16 aprile 2008
Antonello a Messina

Ero seduto sul tram, in fondo, dove di solito c’ è meno gente. Mi trovavo a Milano per studiare, per fare un po’ di shopping, o forse solo così, tanto per passare un pomeriggio in centro. Non ricordo: l’ unica immagine nitida che mi resta di quel giorno è una locandina pubblicitaria dedicato all’ arrivo in città de “L’Annunciata” di Antonello da Messina. Era allacciata con uno spago ad un sostegno tubolare del tram. Ogni volta che alzavo lo sguardo dal finestrino la guardavo distrattamente, come uno sconosciuto che mi parlava, ma senza ascoltare quello che aveva da dirmi. Poco prima di alzarmi per scendere alla solita fermata, avevo letto le date indicate sulla locandina. Il dipinto di Antonello non era più a Milano: era ormai ritornato a Palermo già da qualche settimana, e io non avevo fatto in tempo a rivederlo.

 Antonello da Messina

"L' Annunciata", 1476, Palermo.

“L’ Annunciata” si trovava a Roma quando l’ ho vista per la prima e unica volta: era ospite delle Scuderie del Quirinale, dove era stata allestita la mostra dedicata ad Antonello da Messina datata ad un paio d’ anni fa. I suoi dipinti si erano ritrovati tutti insieme, quasi un ricongiungimento di famiglia fra parenti lontani che s’ incontrano, dopo molti anni, con la scusa d’ un matrimonio o un funerale: e allora era stato inevitabile fare confronti, come tra fratelli e cugini, vecchi e giovani, per poi accorgersi del tempo che passa e di come cambiano le cose. Persino i capolavori della pittura, precipitati nel vorticoso ritmo dei tempi moderni, viaggiano veloci per mezzo mondo: e prima o poi un restauro ci scappa, anche se non sempre ben fatto, anche se non sempre necessario. Così i dipinti cambiano sempre più in fretta: ringiovaniscono, si fanno fotogenici per gli scatti destinati ai cataloghi e alle cartoline; nella speranza di essere ricordati così, come più o meno potevano essere secoli fa, con addosso colori ancora freschi.

 Catalogo Silvana della mostra dedicata ad Antonello da Messina

Il “San Sebastiano”, dopo un trattamento lifting fatto in Francia, arrivava a Roma pallido, smagrito e restauratissimo. Il “Ritratto Trivulzio” della Sabauda di Torino (chissà dov’ era stato!) si faceva rivedere più giovane di centinaia d’anni, ma con un occhio più grande dell’ altro - come Paris Hilton. Faticavo a riconoscere, nei due dipinti che mi ritrovavo davanti, i capolavori che così tante volte avevo visto sulle pagine dei miei vecchi libri: ma quale sollievo nel rivedere il “San Benedetto” del Castello Sforzesco, ancora avvolto nel candore burbero della vecchiaia. A lungo ero rimasto a guardare il “Cristo alla Colonna” del Louvre; e ancora adesso spero che a nessun restauratore venga in mente la sciaguratezza di lavargli i capelli.

All’ uscita dalle scuderie, riparandomi con una mano dal sole che si rifletteva sul Quirinale, pensavo alle cose che mi sarebbe piaciuto vedere nei giorni contati della mia ultima vacanza romana. Volevo andare al cimitero a-cattolico, anche soltanto per rendere omaggio a Keats, o alla casa-museo di Mario Praz in via Zanardelli, dove veniva proposta una piccola esposizione di squisiti acquerelli d’ interni tra Sette e Ottocento. Ma erano posti forse troppo funerei per i miei accompagnatori: al cimitero Giuseppe avrebbe cominciato a polemizzare ad alta voce contro tutte le religioni del mondo, molestando la romantica quiete del luogo - e la mia pazienza. A casa di Praz Elena si sarebbe messa a correre annaspando fra le stanze, alla ricerca di una finestra aperta dove affacciarsi e farsi aria, per non soccombere alla soffocazione di tutta la roba Impero collezionata dal celebre anglista.

Fotografia scansita dal volume A.C.Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore (2007), conservata in originale presso il Comune di Messina (Album Pugliatti) Carlo Scarpa

Una delle immagini più suggestive dell' allestimento per la mostra di Antonello da Messina del '53

Non ricordo molto dell’ allestimento che ha ospitato la mostra di Antonello a Roma, ma riesco a immaginare ancora “L’ Annunciata” di Palermo sulla parete di fondo della grande sala al piano inferiore - da dove, senza darlo a vedere, sembrava tenere sotto controllo tutti i visitatori. Quando arrivò il mio turno per poterla guardare, e per ricevere l’ omaggio della sua bellezza, mi sforzai di non pensare a quanti sguardi l’ avessero sfiorata nel corso dei secoli: chissà quanti osservatori, zittiti dal gesto della sua mano appena alzata al di sopra del leggio, avevano sperato di incontrare i suoi incantevoli occhi sfuggenti, ma senza riuscirvi.

Fotografia scansita dal volume A.C.Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore (2007), conservata in originale presso il Comune di Messina (Album Pugliatti) Carlo Scarpa

La sala consiliare con le due versioni de "L' Annunciata", rispettivamente a Monaco e Palermo

Antonello era stato molto meglio a casa sua, a Messina, quando vi era tornato nel 1953 in occasione della prima grande mostra a lui dedicata, magnificamente allestita da Carlo Scarpa nelle sale di Palazzo Zanca. Vediamo di metter qui qualcosa su questa storica esposizione: vado a prendere “Musei Effimeri” di Anna Chiara Cimoli, un volume pubblicato da Il Saggiatore dedicato ad alcune significative mostre italiane organizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento:

«La mostra su “Antonello da Messina e la pittura del Quattrocento in Sicilia” è stata, per l’ Italia del dopoguerra, un episodio importante tanto per la straordinaria qualità dell’ allestimento di Carlo Scarpa, quanto per la rilevanza culturale dell’ evento: per la prima volta erano allineate ventisette opere antonelliane e centocinque dipinti di artisti siciliani, che contribuivano a ricostruire il clima artistico e la trama delle filiazioni di un capitolo della pittura quattrocentesca all’ epoca ancora poco esplorato».

 L' ingresso di Palazzo Zanca a Messina in occasione della mostra di Antonello

«Messina, città defilata dai circuiti culturali e artistici internazionali, conosce nel periodo di apertura della mostra (la cui chiusura viene prorogata di due mesi per il grande successo) uno straordinario andirivieni di intellettuali, storici dell’ arte, scrittori e giornalisti che ammirano le opere e, con esse, il loro allestimento. Le belle pagine del “Viaggio in Sicilia” di Bernard Berenson trasmettono intatto il sapore del faticoso percorso e del difficile approdo, ma anche la meraviglia di fronte alle opere, il piacere della conferma di alcune ipotesi storiografiche, il gusto dello scambio intellettuale con i curatori della mostra e con gli storici dell’ arte che intorno ad essa vanno definendo, in quegli anni, un nuovo profilo storiografico del Quattocento siciliano».

Ringrazio sentitamente la Dott.ssa Anna Chiara Cimoli, che con squisita cortesia mi ha permesso di postare alcune immagini tratte dal suo libro.  Anna Chiara Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore

Fra gli storici dell’ arte accorsi a Messina non poteva certo mancare Roberto Longhi, in visita alla mostra assieme alla moglie Anna Banti: ho trovato una piccola riproduzione fotografica che documenta la visita dei due coniugi nel volume “Carlo Scarpa. Mostre e musei 1944-1976 - Case e paesaggi 1972-1978”, catalogo dell’ omonima esposizione organizzata nel 2000 fra Verona e Vicenza. Come vedete la scansione della fotografia non è venuta un granchè; perché l’ ho dovuta fare in fretta e furia, con lo scanner portatile, utilizzando la copia di questo libro che ho trovato nella biblioteca del mio istituto di storia dell’ arte. E a questo punto mi tocca confessare che non possiedo neppure uno dei tanti, bellissimi testi dedicati all’ architettura di Scarpa: qui in casa ho solo sparute illustrazioni pubblicate qua e là.

 Anna Banti e Roberto Longhi in visita alla mostra

Forse la più interessante è una fotografia della “Tomba Brion” riprodotta in una pagina del “Su Mantegna I” di Giovanni Agosti, dove si vede il laghetto di ninfee che lambisce i moduli in cemento armato del complesso monumentale, accostata al particolare con lo stagno della “Minerva che scaccia i Vizi dal Giardino della Virtù” di Mantegna. Ma per adesso metto da parte questa fotografia, che potrà saltar fuori soltanto molto più avanti, quando avrò messo sui miei scaffali qualcosa su Scarpa; come il volume Electa dedicato all’ “Opera omnia” dell’ architetto, curato da Francesco dal Co e Giuseppe Mazzariol, arrichito con una scelta di interpretazioni critiche proposte da Giovanni Carandente, Bruno Zevi, Ignazio Gardella e tanti altri. Restiamo dunque a Messina, a guardare le sale della mostra in alcune delle splendide fotografie in bianco e nero riprodotte nel libro di Anna Chiara Cimoli. E lasciamo che sia ancora lei a far “da cicerone”:

Fotografia scansita dal volume A.C.Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore (2007), conservata in originale presso il Comune di Messina (Album Pugliatti) Carlo Scarpa

Veduta delle plissettature usate nell' allestimento, e delle particolari soluzioni adottate per le porte

«Tutti gli ambienti dedicati alla mostra vengono rivestiti di calicot bianco – chiamato a Venezia, meno aulicamente, “cencio della nonna” – fatto tessere per l’ occasione e poi tinto con il tè per ottenere una tonalità più calda. Il tessuto è fissato a un telaio metallico montato in opera, forgiato, come i pannelli dei dipinti, da artigiani del luogo. Questo paramento drappeggia tutti i locali della mostra, vestendo e alleggerendo le pesanti strutture dell’ edificio, analogamente a quanto già proposto da Scarpa per la prima volta nelle sale dedicate a Martini, i Metafisici, Campigli e De Pisis alla Biennale del 1948, e poi in numerosi allestimenti successivi».

Il momento più alto dell’ allestimento di Scarpa si toccava nella sala consiliare del palazzo, riservata alle opere d’ autentica autografia antonellesca. Continuiamo ad ascoltare la nostra guida, con la quale ci caleremo nei dettagli inaspettati di questa sala, per comprendere fino a che punto si è spinta la squisitissima sensibilità di Scarpa.

Fotografia scansita dal volume A.C.Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore (2007), conservata in originale presso il Comune di Messina (Album Pugliatti) Carlo Scarpa

La sala consiliare con le opere d' autentica autografia antonellesca

«I teli di calicot plissettato scendono a terra a sagomare una piramide tronca; il pavimento, diversamente dagli altri locali, è rivestito di feltro chiaro. L’ intuizione più alta consiste nella collocazione della “Pietà Correr” su un sostegno che stacca appena l’ opera da terra, a suggerire un punto di vista dall’ alto verso il basso. Altrettando commovente è la scelta di collocare la “Crocifissione” di Sibiu (poi a Bucarest) in prossimità della finestra orientata verso il mare, lasciando che i visitatori mettessero a confronto lo scorcio messinese raffigurato nel quadro con quello, vivo e palpitante, che si apriva davanti ai loro occhi».

Fotografia scansita dal volume A.C.Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore (2007), conservata in originale presso il Comune di Messina (Album Pugliatti) Carlo Scarpa

La sala consiliare con le opere d' autentica autografia antonellesca


«Sublime tocco di raffinatezza, la luce del lato settentrionale è filtrata da un telo di seta rosa, quella del lato meridionale da uno azzurro, entrambi invisibili poiché nascosti dai teli di stoffa bianca plissettata. “La luce mediterranea” ricorda Giovanni Carandente “trapassando le cortine seriche s’ infrangeva sulle oblique pareti di calicot per riattraversarle divenendo acquea e iridescente come un opale”».

Mi chiedo se le finestre di Palazzo Zanca, velate di calicot intinto di tè, venissero lasciate aperte: come ad esempio era successo nell’ estate del 1951 a Palazzo Reale, a Milano, durante la grande mostra del Caravaggio; quando arrivava gente a non finire, fino a notte inoltrata, a vedere quasi tutte le tele del Merisi esposte insieme per la prima volta – un evento che oggi, con la complicità dei più svariati vincoli conservativi e museali, non può più accadere. Quanto sarebbe stato bello vedere le velature di calicot gonfiarsi all’ improvviso soffio d’ una folata di vento venuta dal mare; anche soltanto a causa della semplice distrazione d’ un custode che, avventurandosi dietro le plissettature di Scarpa, avrebbe potuto aprire un po’ le finestre per far andar via il caldo.

Postato da: oyrad a 19:46 | link | commenti (28)
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