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venerdì, 28 dicembre 2007

Postato da: oyrad a 04:58 | link | commenti (13)

mercoledì, 26 dicembre 2007
I dolciumi di Baschenis

Ogni volta che sfoglio le pagine de "La pittura a Bergamo - dal Romanico al Neoclassicismo", mi ritrovo a tenere il volume aperto più del solito , ma sempre meno del necessario, sulla fotografia del "Ragazzo con cestino di dolciumi", un incantevole dipinto del bergamasco Evaristo Baschenis.

 Evaristo Baschenis

"Ragazzo con cestino di dolciumi", collezione privata

L'aspetto di semplicità e abbondanza dei dolciumi che traboccano dal cesto stride e contrasta con il volto un po' emaciato del ragazzo: un volto cosparso di soffici ciprie candide appena increspate di rosa, come un ultimo tocco di pallore pennellato su guance già pallide.

 "Pittura a Bergamo-dal Romanico al Neoclassicismo", iniziativa editoriale Cariplo

E' come se esistesse, sospeso fra il cesto e il ragazzo, qualcosa che deve ancora accadere: circostanze a noi ignote sembrano voler impedire al giovinetto di assaggiare i dolciumi del suo cesto, e forse è per questo che ci guarda serio-serio, serrando le labbra, come se ci chiedesse con gli occhi di concedergli il permesso di  assaggiare un dolcetto, o di affidarci il suo cesto, troppo pesante per lui.

Ho ritrovato altri dolciumi di Baschenis in un suo dipinto conservato a Brera, nella sala XXXI. Leggiamo quel che dice la Guida Ufficiale di Brera, curata dal Touring Club Italiano.

 Evaristo Baschenis

"Natura morta di cucina", Milano, Pinacoteca di Brera

"Scelta da Ettore Modigliani per Brera dopo una attenta ricerca - era infatti la prima cucina firmata e quindi sicura dell'artista trovata a quella data - questa grande mensa in pietra con pollame, cacciagione, biscotti e formaggi, frattaglie e oggetti da cucina, considerata un capolavoro dell'avanzata maturità, documenta ed esaurisce l'altra produzione specializzata del Baschenis nell'ambito della natura morta."

Sul ripiano in pietra, le piume, le pelli e le carni di cacciagione fresca, e più in alto, appoggiato al bordo di una brocca, eccolo: è proprio lì, il piatto ricolmo di biscotti ricoperti di zucchero.
Quando avevo visto per la prima volta questo dipinto, mi era sembrato di riconoscere in quel piatto sollevato sulla brocca il sigillo di un gesto che, in obbedienza al buon senso di una semplice regola igienica, aveva preferito separare la cacciagione e le frattaglie di selvaggina dalla superficie zuccherata dei biscotti, innalzati lì, davanti ad un sipario di oscurità, a risplendere come oro nella luce.

Post datato 4 dicembre 2006, riproposto con correzioni e aggiustamenti

Postato da: oyrad a 04:52 | link | commenti (25)
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sabato, 22 dicembre 2007

Postato da: oyrad a 05:19 | link | commenti (19)

venerdì, 21 dicembre 2007
Dolcetto o scherzetto?

Un giorno, qualche anno fa, salmodiando a voce alta e molesta fra le sale della Pinacoteca Ambrosiana in compagnia di una cara amica (con la quale ho in seguito litigato furiosamente per orrende quisquiglie proustiane) mi sono imbattuto in questo quadro che, trovandomelo davanti, mi ha stupito con l'offerta di un' associazione mentale del tutto inaspettata.

 Bottega di Tiziano

"Deposizione del corpo di Cristo", Milano, Pinacoteca Ambrosiana


Per adesso non vi dico nulla. Voglio prima darvi qualche informazione su questa tela, talmente piena di luoghi comuni tizianeschi da parer, a prima vista, dipinta per davvero da Tiziano. Con un ultimo colpo di grazia alla copertina, ormai a pezzi, della mia "Guida ufficiale della Pinacoteca Ambrosiana", metto qui questa breve didascalia:

"In possesso del cardinal Federico già nel 1607 come opera di Tiziano, è in realtà una replica di bottega, con alcune varianti e forse con l' intervento di Palma il Giovane, della tela per l' Escorial (circa 1566) ora conservata al Prado di Madrid."

 Particolare del turbante sopra la spalla di Cristo

"Il Borromeo loda il quadro soprattutto per la "varietà di emozioni" espressa dai personaggi: lo struggimento dolente e amoroso della Maddalena, l' intensa carica affettiva di San Giovanni in primo piano, il profondo dolore di Maria avvolta nell' oscurità.

Basta così. Ora tornate su, se necessario, e guardate bene il dipinto: vedete quel turbante bianco che spicca poco sopra la spalla sinistra del corpo di Cristo? Ebbene, proprio quel copricapo si è presentato ai miei occhi, quel giorno, sotto le fattezze di un delizioso dolcetto alle mandorle, come quelli che ci offre la superba pasticceria tradizionale dell' Italia meridionale, in particolare siciliana (Gabrilù, se sbaglio, correggimi tu!), e con tanto di ciliegina candita sopra!

 Deliziosi dolcetti alle mandorle
Da allora, tutte le volte che mi ritrovo davanti questo dipinto in Ambrosiana, quello che vedo nel bel mezzo della scena non è più un turbante, ma un vero e proprio dolcetto alle mandorle: col rischio di ritrovarmi affamato e ingolosito; come quando, passando lungo la vicina via Torino, mi fermo a curiosare nella vetrina della rinomata pasticceria siciliana "Fratelli Freni" - dove mia madre, tanti anni fa, quando ancora lavorava in centro a Milano (e anche quando era in dolce attesa del sottoscritto), andava spesso a comprare la sua adorata frutta di marzapane.

Approfittero delle stracche feste natalizie per riportare alla luce, restaurare e riproporre alcuni miei vecchi post:
cominciamo con questo "posticcino" datato 20 novembre 2006, che era piaciuto molto a MariaStrofa e a Gabrilù

Postato da: oyrad a 13:44 | link | commenti (11)
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giovedì, 20 dicembre 2007
Intervallo pittorico: Bernardo Bellotto

 Bernardo Bellotto

"Veduta della Gazzada", Milano, pinacoteca di Brera

Questo incantevole dipinto di Bernardo Bellotto è entrato - ormai da qualche decennio - anche nella storia della letteratura italiana, perchè  il particolare dell' edificio in primo piano si stagliava sulla copertina bianca della prima edizione Einaudi (1963) de "La cognizione del dolore" di Carlo Emilio Gadda. Bellotto l' ho rivisto recentemente, visitando Brera con Solimano, Giuliano, Brian... e Gadda, ovviamente, è saltato subito fuori. Ma per la prima volta l' ho guardato con la dovuta attenzione, senza l' ansia di doverlo memorizzare soltanto per snocciolarlo in qualche esame. Con stupore mi sono accorto del lago di Varese (credo) che si vede a destra, e che quella montagna imbiancata è il Monte Rosa.

Postato da: oyrad a 17:57 | link | commenti (6)
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Le case a fungo della periferia milanese

«Qui dietro ci sono le case a fungo» disse mia sorella poco prima di scalare in seconda e rallentare. Forse aveva intuito che fin da quando eravamo partiti non avevo fatto altro che sperare di poterle rivedere, anche solo di sfuggita. Eppure non avevo dato segni evidenti di
quell’ attesa: ero rimasto tranquillo per tutto il viaggio, guardando la strada con le braccia incrociate, e mi ero mosso soltanto per abbassare l’ aletta parasole; perché la luce del mattino
mi infastidiva, e confondendosi alla soffice foschia che saliva dai campi mi impediva di distinguere chiaramente i contorni delle cose.

 Una casa a fungo alla periferia di Milano negli anni Cinquanta

Mentre la macchina rallentava io mi voltavo per guardare: i tetti a cupola, ricoperti con un materiale isolante color argento, spuntavano da dietro un cancello coperto d’ edera. Dai comignoli anneriti non usciva neppure uno sbuffo di fumo. Tutto sembrava in rovina; o forse era solo la vernice scrostata delle persiane chiuse a farmi pensare che quelle case erano abbandonate.

Quando ero piccolo non leggevo molto; anzi, diciamo la verità, non leggevo proprio nulla, niente di niente! Ma a volte prendevo un libro illustrato dagli scaffali del corridoio e mi sdraiavo sul pavimento a sfogliarlo, guardando le immagini. Ancora oggi mi piace sdraiarmi per terra, sulle piastrelle della mia camera: alzo gli occhi al soffitto, guardo il lampadario, l' armadio, la scrivania e rimpiango le ore di gioia trascorse a giocare, tanti anni fa, seduto al centro di un tappeto cosparso di mattoncini Lego.

Fra i libri illustrati che sfogliavo c’ era un volume dedicato alla ricostruzione di Milano dopo le distruzioni dei bombardamenti alleati. Vedevo la città dall’ alto, il Duomo con le guglie rotte, la cupola distrutta della Galleria Vittorio Emanuele e il Piermarini devastato; poi guardavo i quartieri moderni che sorgevano in periferia, e spesso mi soffermavo sulla foto di una casa a forma di fungo. Mi divertivo a fantasticare su come doveva essere bello vivere in quella casa, e alla sera andare a dormire al piano di sopra, sotto il tetto rotondo, rosso, dipinto a pallini bianchi. Penso che ancora oggi non mi dispiacerebbe abitarci, ma forse questo mio pensiero si giustifica solo con lo stato d’ infanzia eterna in cui mi trovo, ormai da troppi anni, e dal quale devo uscire al più presto. Da bambino non sapevo che quella casa era stata costruita, assieme ad altre case uguali, in una via non molto lontana dall’ appartamento milanese dei miei nonni materni.

 Le case a fungo, oggi, viste dall' alto con Live Search Maps

«Vuoi fermarti?» chiese mia sorella mentre metteva a folle: l' inclinazione della strada faceva scivolare la macchina in avanti, lentamente. Tenevo la fronte appoggiata al finestrino, con la cintura di sicurezza che mi premeva sul collo. Desideravo scendere e avvicinarmi all’ edera che separava le case dalla via, per poi guardare oltre le foglie e cercare di capire se in quei funghi di cemento viveva ancora qualcuno.
«No, lasciamo perdere. Andiamo via... » risposi, staccando la testa dal vetro.
Mentre rientravamo in carreggiata, tornavo a guardare la strada e cercavo un pretesto, una causa esteriore per giustificare, almeno a me stesso, la mia decisione.
«E poi dobbiamo sbrigarci: la nonna ci sta aspettando.»

Postato da: oyrad a 15:25 | link | commenti (12)
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