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venerdì, 26 ottobre 2007
Intervallo pittorico: Adriano Cecioni

 Adriano Cecioni

"Interno con figura", 1868, Roma, Galleria Nazionale d' Arte Moderna

Questo interno di Adriano Cecioni è una delle numerose delizie pittoriche di piccolo formato che la Galleria Nazionale d' Arte Moderna di Roma può offrire ai suoi visitatori. Le apparenti ingenuità prospettiche e proporzionali smuovono lo spazio della stanza, dove una domestica intenta a cucire si è addormentata appoggiando la testa al grande letto. Ma sono proprio queste eccezioni alle regole della prospettiva a certificare la modernità a questo dipinto, e a dirci che Cecioni (noto specialmente per le sue straordinarie sculture) era un pittore davvero squisito.

Postato da: oyrad a 05:54 | link | commenti (26)
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mercoledì, 24 ottobre 2007
Ritratto di giovane gentiluomo con il flauto

Per abitudine lasciavo i miei libri sul tavolo più lontano, poi appendevo la giacca alla sedia e andavo alla finestra. Se appoggiavo la fronte al vetro mi ritrovavo a sorvegliare la via per scrutare i passanti, nella speranza di riconoscere qualcuno. In quegli anni non pioveva quasi mai. Forse è anche per questo che i giorni mi sembravano sempre uguali: sempre lo stesso cielo che gettava pallidi scrosci di sole sul dorso bianco degli scaffali.

 Giovanni Gerolamo Savoldo

"Ritratto di giovane gentiluomo con il flauto", Brescia, Pinacoteca Tosio-Martinengo

Mi piaceva tamburellare le dita sulla finestra, annusando nell’ aria l’ odore dei libri. Di solito la sala era deserta: l’ unica eccezione alla mia solitudine era il ritratto di un giovane suonatore di flauto, riprodotto in un manifesto appeso al muro. Ogni volta che mi capitava di passargli accanto, anche quando la biblioteca era affollata, quel giovane sconosciuto cercava di ficcare il suo sguardo nel mio, come per chiedermi qualcosa. Io facevo finta di niente. Seduto al mio posto, se mi capitava di alzare la testa dai libri e mi ritrovavo i suoi occhi addosso, mi voltavo dall’ altra parte.

Non mi piace stare seduto. Chiuso nella mia stanza, studio camminando avanti e indietro, parlando ad alta voce contro i muri. Camminare aiuta la mia concentrazione e disciplina i miei pensieri; come un monaco che per rinforzare la propria fede in Dio non rimane inginocchiato in chiesa, ma sente la necessità di passeggiare e sussurrare preghiere fra le arcate del chiostro. Così anche allora, dopo un paio d’ ore trascorse sulla sedia, non potevo fare a meno di alzarmi: prendevo in mano i miei libri, e tenendoli aperti fra le braccia continuavo a studiare, vagando in mezzo alle file di scaffali. Come conseguenza di questa mia abitudine, fra i miei colleghi di studi si era diffusa la convinzione che fossi un povero pazzo abituato a camminare senza meta e a parlare da solo.

 Caravaggio

"Conversione di San Matteo", Roma, cappella Contarelli

Odiavo quel quadro: non conoscevo il pittore che lo aveva realizzato, e questa mia mancanza mi angosciava. Avevo pensato di attribuirlo a Lorenzo Lotto; per questo avevo sfogliato tutti i cataloghi lotteschi che mi capitava di trovare, ma senza trovare conferme ai miei sospetti. Non appena incontravo un collega lo salutavo distrattamente e lo prendevo per un braccio, per trascinarlo al cospetto dell’ ignoto suonatore di flauto; ma alla mia solita domanda la risposta restava sempre la stessa: “Di chi è questo dipinto?”, “Mi dispiace, non lo so…”

Cedevo al panico ogni volta che scorgevo, in fondo alla sala, il mio professore di storia dell’ arte: se ero in piedi mi sedevo, e abbassavo la testa per non farmi riconoscere; se ero seduto mi alzavo di scatto dalla sedia e correvo a chiudermi nel bagno. Lavavo la faccia sotto il rubinetto, sputavo sorsi d’ acqua nel lavandino, guardavo nello specchio le mie guance paonazze. Avevo paura: mi domandavo cosa avrei potuto dire se il mio professore, additando il giovane suonatore di flauto, mi avesse chiesto “Di chi è questo dipinto?”. Nello specchio, un sorriso ironico increspava le mie labbra ansimanti: in quei momenti mi sentivo ridicolo. Avevo paura… ma paura di cosa? Di sbagliare? Di non sapere abbastanza? Di non essere uno “di quelli bravi”?
Non appena mi sentivo più calmo, uscivo di soppiatto dal bagno e tornavo al mio posto, nella speranza di coprire il rumore dei miei passi con lo scroscio dello sciacquone.

 "Pittura del Cinquecento a Brescia", edizioni Cariplo-Intesa

Un giorno ero fermo, in piedi, vicino allo scaffale dedicato all’ arte lombarda. Accanto a me tutti quanti studiavano, seduti ai tavoli, chini sopra i libri aperti. Tenevo fra le mani l' utilissimo “Pittura del Cinquecento a Brescia”, sfogliandolo con curiosità. Ed ecco che fra le pagine di quel volume ritrovavo lo sguardo di quel musicista sconosciuto. La didascalia che correva sotto l’ immagine lo certificava come “Ritratto di giovane gentiluomo con il flauto”, dipinto da Giovanni Gerolamo Savoldo. E le parole dedicate a quest’ opera nelle schede in fondo al libro sembravano giustificare (almeno in parte) i miei sospetti su Lotto.

“Quando fu presentato alla Burlington House di Londra con una generica attribuzione a Giorgione, vi lesse per la prima volta la firma la Ffoulkes. L’ Ortolani bene vi individuò gli accenti lotteschi che ci riportano al Gentiluomo nello studio del bergamasco all’ Accademia di Venezia e soprattutto, a mio avviso, al Giovane con libro delle Civiche raccolte d’ arte di Milano, siglato oltre che da una simile movenza trasognata del volto anche da un finissimo trapasso di luce (col cappello che fa  visiera gettando l’ ombra sulla fronte) che non può non ricondurre al «Flautista» già Contini. In molti hanno posto l’ accento sulle valenze anticipatrici del dipinto, da A. Venturi che vi vede un preludio alle misteriose tenebre rembrandtiane, alla Bossaglia che dice l’ esecuzione «straordinariamente moderna» e al Christiansen che vi coglie un precedente del suonatore di liuto caravaggesco.”

Giovanni Gerolamo Savoldo, con Romanino e Moretto, appartiene a quella generazione di pittori operanti nel bresciano che nella storia si accomodano fra gli ori e gli incensi color tortora di Foppa e i piedi sporchi di Caravaggio. E proprio in quei giorni di studio intenso, smaltito il Quattrocento fiorentino, romano, lombardo e ferrarese, ero appena entrato nel XVI° secolo: partito dal Nord-Est, con Giorgione e Tiziano a Venezia, proseguivo verso Occidente. Con un dito infilato nelle pagine, portavo il libro via con me, in fondo alla sala, verso il manifesto appeso alla parete. Guardavo il dipinto e finalmente capivo: quel che il giovane mi chiedeva, quel che si aspettava da me era soltanto un segnale, o un gesto, per appoggiare il flauto alle labbra e cominciare a suonare.

 Foglio di carta da musica (particolare da Savoldo)

Ma c’ erano altre cose nel quadro, dettagli che fino a quel momento non avevo intravisto:
i due libri chiusi, appoggiati l’ uno sull’ altro, abbandonati là nella nicchia come fossero volumi scolastici dedicati ad altre materie da studiare; e lasciati in disparte perché nulla hanno a che fare con la musica. Quasi a compensare il peso visivo dei due libroni, Savoldo aveva appiccicato al muro un foglietto cosparso di piccole frasi musicali, ripiegato in quattro parti, che pareva messo lì per riempire il vuoto della parete grigia. Quel foglietto mi ricordava qualcosa, un’ immagine che dovevo aver visto altrove, da qualche parte. A poco a poco, anche alla mia immaginazione fu chiaro quel che la mia memoria aveva evocato: la piccola pagina che si sollevava dal muro, nell’ aria, mi ricordava l’ imposta di legno della “Conversione di San Matteo” di Caravaggio.

 Imposta in legno semiaperta (particolare da Caravaggio)

Non ho abbastanza pelo sullo stomaco per affermare che quel pezzetto svolazzante di carta da musica è l’ effettivo precedente dell’ imposta caravaggesca. C’è da affilare le armi sulla ruvida superficie dei documenti, e passare a fil di spada tutte le schiere bibliografiche caravaggesche prima di immolare in prima pagina ogni scoperta sul Merisi. E bisogna ricordare che a guardar Caravaggio siamo già altrove, nel tempo quanto nello spazio: non più nel Cinquecento lombardo, in quel di Brescia; bensì nel Seicento, a Roma, all’ alba del Barocco. Ed è tutta barocca la sottile ma cruciale distanza che distingue le diverse sensibilità di questi due artisti. La pagina di carta da musica di Savoldo e l’ imposta spalancata di Caravaggio qualificano lo spazio pittorico dei rispettivi dipinti, ma partecipando a ruoli scenici molto diversi. In Savoldo la delicata leggerezza del foglio ripiegato sussurra un timido velo d’ ombra sulla parete: e nell’ economia dell’ opera, recita un ruolo da dettaglio un po’ appartato, ma incantevole.

In Caravaggio quello che a prima vista appare un semplice elemento dell’ attrezzeria scenica, è in realtà la leva che smuove tutti gli ingranaggi del quadro. Come fosse un dj, il Merisi sembra caricare e mixare quel dettaglio savoldesco pompando i cursori del chiaroscuro: ma ho detto “sembra”, perché questo riferimento caravaggesco a quel particolare di Savoldo è fin troppo bello per essere vero. Con un biliardesco colpo di sponda, l’ imposta aperta affila la lama di luce che ferisce al volto, e nello spirito, il gabelliere di nome Matteo. Nella “Conversione” la realtà quotidiana si eclissa nella luce della Grazia: Caravaggio vuole dirci che la salvezza divina non ci casca addosso da cieli infiniti infestati d’ Angeli, Santi o Madonne; perché Dio s’ aggira per la strada, e colpisce ad altezza d’ uomo.

Postato da: oyrad a 16:41 | link | commenti (24)
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venerdì, 12 ottobre 2007

 perchè a volte bloggare stanca... 

Postato da: oyrad a 16:35 | link | commenti (45)

domenica, 07 ottobre 2007
La sedia italiana nei secoli

Con il sipario che si chiudeva sulla prima scaligera del “Rake’s Progress” di Stravinskij si poteva aver l’ impressione che, a Milano, l’ anno fosse finito con un certo anticipo. Era il dicembre 1951, e la città si era da qualche mese lasciata alle spalle la grande mostra longhiana dedicata al Caravaggio: la prima di una serie di iniziative straordinarie, che nel giro di pochi anni avrebbero trasformato Palazzo Reale in uno degli spazi più prestigiosi d’ Europa - prestigio che verrà sigillato dalla storico soggiorno milanese di “Guernica”, sotto gli stucchi bombardati della “Sala delle Cariatidi”, in occasione della mostra del 1953 dedicata a Picasso.

 "La sedia italiana nei secoli"

Veduta dell' allestimento della mostra: in evidenza la "penisola centrale" (Archivio storico della Triennale)


Ma il 1951 è stato anche l’ anno della IX Triennale d’ Arte Decorativa, con le consuete numerose esposizioni tematiche (dedicate all’ arte, all’ artigianato, al design) organizzate nei saloni del Palazzo dell’ Arte di Giovanni Muzio: l’ edificio che oggi, più semplicemente, è soprattutto noto come “La Triennale”. Se avessi fatto parte già allora del catalogo dei viventi, avrei fatto di tutto per visitare almeno “La sedia italiana nei secoli”; una bella mostra allestita con una ricca selezione antologica di antiche sedute italiane (fra sedie, poltrone, scranni e troni) proveniente da ambiti storici e regionali molto diversi: per intenderci, si partiva dalla sella pompeiana del 50 d.C e si arrivava alle sedie lombarde del XIX secolo.

Il comitato scientifico presieduto da Carlo Ludovico Ragghianti vantava nomi eccellenti: in particolare mi piace ricordare che nelle relazioni battute a macchina, scritte durante le serate di discussione in preparazione della mostra, compare anche Mario Praz, “assente giustificato”.Peccato non poter, almeno per ora, ricostruire il ruolo di Praz all’ interno del comitato scientifico, se non altro per poterne verificare la portata e l’ importanza, nella speranza che l’ "Anglista" non sia stato messo lì soltanto per dare un’ ulteriore spolverata di lustro alla mostra. Quali proposte può aver avanzato Praz? Quali consigli sulla selezione dei pezzi da esporre? Quali suggerimenti “prazzeschi” per l’ allestimento? Mi dispiace: a queste domande non saprei proprio come rispondere.

 "La sedia italiana nei secoli"

Veduta dell' allestimento della mostra: in evidenza le rampe di scale (Archivio storico della Triennale)


L’ architetto Franco Albini faceva parte della giunta esecutiva, ma chi si è effettivamente occupato di progettare l’ allestimento della mostra è stato Ignazio Gardella, noto ai più come l’ autore del bellissimo PAC (Padiglione d’ Arte Contemporanea, fortunatamente ricostruito dopo gli attentati del ‘93) edificato accanto alla Villa Reale di Leopold Pollack, a Milano.

L’ allestimento di Gardella scaturiva da un clangore di linee spezzate, quasi uno smottamento spaziale, che spaccava le superfici in dislivelli percorribili con brevi rampe a gradini: lo spazio espositivo sembrava un paesaggio di insenature e penisole, dove poltrone e sedie erano libere di interagire fra loro, permettendo così al visitatore più curioso di tracciare eventuali relazioni formali fra i molti pezzi esposti. Come il filo di Arianna che ha aiutato a far uscir l’ eroico Teseo dal Labirinto, un sottile corrimano scuro accompagnava il percorso del visitatore, defininendo lo spazio con la sua discreta presenza, evidenziandone il ritmo spezzato.

 "La sedia italiana nei secoli"

Le "gerle" e le pale da fornaio degli accademici della Crusca (Archivio storico della Triennale)

Fra i prestigiosi pezzi esposti in mostra, come la sedia siciliana proveniente dalla casa del Petrarca ad Arquà, non mancavano le curiosità: penso, in particolare, agli sgabelli “a gerla” degli Accademici della Crusca. Nell’ allestimento erano stati esposti due esemplari, accostati ad una parete dove erano state appese, una in fila all’ altra, le coloratissime pale da fornaio; purtroppo, nelle foto in bianco e nero, i colori perduti non torneranno a restituirci gli effetti pittorici di questi oggetti dipinti a figure e a motti, così come i tessuti preziosi, i legni o gli ori di sedie e poltrone resteranno celati dietro chiaroscuro fotografico fatto di grigi, luci ed ombre.

Un giorno, mentre rovistavo fra scaffali di roba vecchia nel bookshop della Triennale, mi è capitato fra le mani il catalogo originale di questa mostra: un volumetto ingiallito e vecchio di cinquant’anni che ho portato a casa al prezzo di una follia; tanto che il mio professore è rimasto un po’ sconcertato dall’ assurdità inaudita di questo mio acquisto. Ma come potevo resistere al fascino “anni ’50” della copertina azzurra e scolorita, decorata con una silhouette femminile comodamente seduta, in posa, sulla "T" maiuscola della Triennale?

 "La sedia italiana nei secoli", catalogo della mostra, Centro Studi Triennale

Porto via dal catalogo un pezzo di didascalia appunto dedicata alle “gerle” dei Cruscanti, e lo sistemo qui a descrizione di questi commoventi sgabelli sofistici, sofisticati e scomodissimi, dai quali ci si alzava (dopo ore ed ore di noiosissime discussioni) con le cosce rattrappite, le gambe formicolanti e le natiche quadrate.

“L’ Accademia della Crusca, sorta verso il 1582 in Firenze, assunse non solo per l’ istituzione, ma per i suoi membri, le loro insegne e suppellettili, nomi e fogge corrispondenti all’ arte del fornaio. Capriccio simbolico in voga a quei tempi: e lo spunto derivò dal nomignolo di Cruscone, usato per chi faceva le cruscate, cioè discorsi senza né capo né coda. Fu così che vennero ideate, all’ inizio del sec. XVII, anche queste paradossali creazioni della fantasia letteraria di umanisti sottili e ricercati: le sedie costituite da una gerla rovesciata, sulla quale è innestata, con un lungo manico, la pala del fornaio che serve da schienale."

 L' Accademia della Crusca

“Su questi viventi simboli della compiacenza di escogitazione di un Grazzini o di un Ridolfi, festosi nel vivido colore e nella stravagante leggerezza delle loro forme, sedevano per lunghe ore quei dotti uomini, ascoltando le cicalate sulla lingua di Dante e del Petrarca, i due numi tutelari dei quali ogni Accademico sceglieva un verso per motto: e non si può davvero presumere che fosse poca fatica la loro, stando così seduti su queste agresti e pure forme, di uno spirito quasi, avanti lettera, da pionieri.”

Basta così. Concludo qui questo post, ricordando soltanto che sfogliando il catalogo, proprio a una pagina di distanza da quanto ho qui appena trascritto, ho trovato anche un paio di illustrazioni che colgono dal vivo le discussioni degli accademici della Crusca, dove si possono vedere in scena anche gli sgabelli. Non sono riuscito a trovare l’ autore di queste illustrazioni, che a guardar bene, almeno a mio parere, sembrerebbero dei disegni: dunque, mancando nel catalogo ulteriori informazioni e per mia dichiarata ignoranza, restaranno purtroppo anonime.

Postato da: oyrad a 15:46 | link | commenti (29)
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