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“Toscanini è tornato due giorni fa dagli USA. Ha appena compiuto 87 anni. E’ di nuovo abbronzato, con la pelle liscia, senza nemmeno una ruga, e l’ aria abbastanza soddisfatta. Nei confronti di mia moglie Laura ha un atteggiamento davvero paterno e le riserva la sua consueta affettuosità. Lo trovo molto diverso, molto più umano che a Riverdale, dove viveva circondato dall’ atmosfera "nemica" e "assurda" dei "cloysters", a due passi dalla villa e prigione dorata in cui era stato costretto a produrre, registrare, controllare i dischi. Come sempre mi accade in casi come questo, instauro i consueti odiosi confronti: io che pure sono stato invitato in Inghilterra, negli USA, a Venezia, in Turchia, che ho appena ricevuto un premio per la critica, che cosa rappresento per questo ambiente? Soltanto il marito di Lalla [vedi nota] e, pare, una brava persona, un po’ timida e oscura. Wally – sempre cordiale e simpatica – mi chiede «Ma in America cosa hai visitato? Qualche grande ospedale?» Sono ancora convinti che la mia attività sia quella di medico. Naturalmente mi preme ben poco il riconoscimento di chi ignora persino che esistano Klee e Kandinskij e vede con sospetto, se non addirittura con disgusto, Webern e Alban Berg."
Umberto Boccioni
"Ritratto di Ferruccio Busoni", 1916
"E, del resto, quando sento gli incredibili discorsi attorno alla musica che si sentono fare in quest’ ambiente, dovrei consolarmi. Ecco, per esempio, che Toscanini racconta alcuni aneddoti su Busoni, che lui disprezza, tanto come uomo (era un posatore), che come musicista (invece di riconoscerne l’ indubbia grandezza e originalità, non solo come pianista). «L’ Arlecchino non vale niente», dice Toscanini, «cercava solo delle nuove armonie! Solo per ottenere un effettaccio. Del resto non era italiano, non ha mai composto delle belle melodie.» E lo stesso discorso vale per Bartok, per non parlare di Schonberg e di Berg. «La musica finisce con Debussy».
In effetti dimentico che Busoni davvero non era del tutto italiano: la madre era goriziana, il che spiega la sua amicizia per mio nonno. Anzi, la leggenda familiare vuole il vecchio Bösendorfer del nonno fosse in origine di Busoni. (Il Bösendorfer è poi andato distrutto durante l’ ultima guerra. Quando arrivammo a vedere cosa restava della palazzina di via dei Signori, trovammo solo qualche pezzo del servizio cinese di Canton).” (Gillo Dorfles, "Serata in casa Toscanini", da "Lacerti della memoria", Editrice Compositori)
[Nota: Gillo Dorfles ha sposato Lalla Gallignani, figlia del direttore del Conservatorio di Milano, Giuseppe Gallignani, grande amico di Toscanini.]
Massimo d' Azeglio
"Lo studio del pittore a Napoli", 1827, Torino, GAM
"La finestra si apre su Castel dell' Ovo, dipinto da d' Azeglio in una celebre veduta del 1836 commisionatagli dalla regina Cristina di Savoia. [...] Nel raffiguare lo studio d' Azeglio allude al duplice interesse per pittura e musica: violino e scatola dei colori stanno stanno l' uno vicino all' altra." (da "L' Ottocento italiano", Giunti)
Tanto per arginar i flutti di testosterone che trasudano dal mio viril profilo, metto qui questo frivolissimo "posticcino", per parlar specialmente alle mie care ospiti dell' ultimo regalo che ho fatto alla mia amica Elena: una stupenda borsa della collezione primavera/estate Kontessa! La borsa si chiama "Botticelli" e si ispira all' abito della "Primavera", il famoso e sofisticato dipinto degli Uffizi sul quale in tanti si son rotti il cranio per penetrarne i significati.
Borsa "Botticelli", Kontessa (www.kontessaccessori.it)
Il tessuto in organza color panna è cosparso di fiori e foglie di tessuto, rifiniti con perline: la tracolla si chiude in un nodo, e due violette sono applicate sui lacci della chiusura a sacco. Trovo che sia un accessorio deliziosamente kitsch... ed Elena l' ha adorata al primo sguardo, anche se l' ha ricevuta solo ieri, con ben due mesi di ritardo, e ormai fuori stagione... sigh! Peccato, dovrà aspettare la prossima primavera prima di poterla sfoggiare...
Oyrad, qui colto mentre interpreta il suo profilo migliore...
Mia madre aveva mal di testa, e mia sorella aveva le sue cose. Così, quel giorno, solo io e mio padre siamo andati a visitare San Pietro, poco prima di partire, lasciare Roma, e rimetterci in viaggio per tornare a casa. Camminavamo sotto i platani, accanto al muretto oltre il quale, molto più in basso, scorreva il Tevere: le automobili parcheggiate ostacolavano il passaggio, e camminavamo in fila, uno dietro l’ altro. Io procedevo ad occhi bassi, per non inciampare nelle radici degli alberi, e ogni tanto alzavo lo sguardo, per guardare l’ acqua verdastra, o le case che si nascondevano, fra le fronde dei platani, sull’ altra sponda del fiume.
G. B. Piranesi - San Pietro
Fra i desideri di quel viaggio, c’ era la voglia di poter vedere, finalmente, la facciata restaurata di San Pietro.Non vedevo l’ ora! Era un mattino di fine agosto, il sole sorgeva già un po’ più tardi del solito e persino gli orli delle foglie dei platani cominciavano ad ingiallire. Accanto al muretto che mi separava dal vuoto, sotto i platani, continuavo a camminare seguendo mio padre, e ad ogni passo mutavano i miei pensieri. Mi chiedevo quando sarei tornato a Roma, e, subito dopo, pensavo a chissà quante cose sarebbero cambiate, in me, entro quel giorno ancora lontano e indefinito. Ma quando infine quel giorno era finalmente arrivato, uscito dalla Stazione Termini, con Elena e Giuseppe, in me non era cambiato nulla, se non poche cose, e in peggio: Roma, invece, mi sarebbe sembrata molto diversa da come la ricordavo.
Saltando oltre la spessa radice di un platano, dove stavo quasi per inciampare, gettai ancora un’ occhiata al Tevere. E rimasi sorpreso nel vedere un uomo, con la barba lunga e i lunghi capelli ricciuti, vestito con una tuta grigia, sporca e consunta, che si stava avvicinando all’ acqua, sul bordo dell’ argine, e, anche lui, come me, guardava il fiume. Per un istante pensai che volesse buttarsi dentro, forse per suicidarsi, e per questo mi fermai all’ istante, spaventato, appoggiando le mani sul muretto coperto di piccole scritte, tracciate con indelebili colorati, che dicevano TVTB, I LOVE YOU, FORZA ROMA. L’ uomo si voltò, slacciò i pantaloni, e allargò le gambe, per cagare nell’ acqua. Subito allontanai le mani dal muretto, e per evitare di assistere a quella scena, alzai gli occhi al cielo, che brillava di luce e di blu fra i platani: abbagliato, sbattendo più volte le palpebre, abbassai lo sguardo al suolo, e riconobbi la punta delle mie scarpe. Allora ripresi a camminare, ad occhi bassi, e più in fretta di prima, per raggiungere mio padre. Quando rialzai di nuovo lo sguardo, vidi qualcosa che splendeva di luce dall’ altra parte del fiume, oltre le statue di pietra dei ponti. Era la facciata di San Pietro, in pieno sole, che scintillava candida fra gli obelischi di via della Conciliazione.
Mio padre, più avanti, si era fermato, e guardava giù, verso il fiume, dove due vecchi stavano pescando. Quando lo raggiunsi, mi disse “Vieni, andiamo!”, e riprendendo a camminare con passo veloce, lo vidi avvicinarsi alle scale di travertino bianco che scendevano al Tevere. Io non avevo alcuna voglia di scendere ed ascoltare l’ ennesima conversazione su lucci, cefali, e carpe, ma non potevo certo lasciarlo lì e andarmene da solo a San Pietro. Così, gettai un’ occhiata alla facciata del palazzo di Giustizia, come se mi rivolgessi a quell’ ammasso di marmi per ricevere un consiglio su cosa fare. Il sole scintillava sui vetri di un pullman che stava imboccando via della Conciliazione, colmo del suo carico di pellegrini polacchi, che agitavano nastri di colore rosso e bianco con le braccia sospese fuori dai finestrini scorrevoli, come vincitori festanti su un carro di trionfo che andavano a ricevere un prezioso bottino: l’emozione di poter finalmente rivedere, o vedere, almeno una volta nella vita, la basilica di San Pietro, a Roma.
Mi affrettai giù per gli scalini ricoperti di travertino: ma alla fine della scala, quando ormai ero quasi giunto a poter vedere da vicino il Tevere, mi ritrovai a passare su gradini sporchi di merda, dove era quasi impossibile metter piede. Le mura dell’ argine, in quel punto, erano imbrattate da scritte e disegni osceni, numeri di telefono, e slogan fascisti tracciati con spray nero sulla pietra bianca cosparsa di muschio.“Stai attento!”, mi diceva mio padre, ormai lontano, e in salvo, oltre i gradini di marmo e merda, come se non avessi occhi per vedere almeno dove mettevo i piedi: con un balzo, mi ritrovai alla fine della scala, e mi allontanai a grandi passi, verso l’ acqua. Mio padre aveva già raggiunto i due pescatori, e mentre io camminavo sui ciottoli, tra ciuffietti d’ erbacce incastrati fra i sassi, i pacchetti di sigarette e le lattine di Coca Cola vuote, lo vedevo mettere insieme e ripetere tutta una serie di gesti che, nel sofisticato linguaggio dei pescatori appassionati, significavano “Quel giorno avevo preso un pesce grosso così!”.
Restai in disparte, infilai le mani in tasca, tastando il flacone del broncodilatatore, e mi avvicinai al fiume: l’ acqua torbida scorreva lentamente, e trascinava a fatica rivoli di schiuma. Le mura di pietra che ricoprivano gli argini, e che avevano definitivamente diviso la città dal fiume, si riflettevano sull’ acqua, e sembravano altissime. I ponti di travertino e di mattoni rosa si innalzavano imponenti sul Tevere, e lame di luce tagliavano di netto l’ incavo delle arcate, nero come catrame.
G. B. Piranesi - Castel Sant' Angelo
“E Craxi, che stava per mettere la mani su villa Doria-Pamphili?” Queste parole, saltate fuori dalla conversazione fra mio padre e i due vecchi pescatori che, poco più in là, andava avanti, ed era finita in politica, mi colpirono al cuore, e immediatamente, ancora una volta, volsi lo sguardo al cielo azzurro, come per raccogliere con gli occhi qualcosa di salutare, come accade quando, per non svenire, si apre una finestra per riprendere a respirare, o si beve un bicchiere d’ acqua fresca. Oltre il cielo, al di là delle mura, si vedeva poco e niente, a parte i rami dei platani che sporgevano nel vuoto, e che alle mie spalle, sopra di me, si allargavano come grandi mani dalle dita sottili. Castel Sant’ Angelo sembrava ancora più grande, e spaventoso, come in alcune incisioni di Piranesi. Oltre le arcate semicilindriche dei ponti di pietra, che si inseguivano l’ una dopo l’ altra, come infilzate tutte insieme sullo spiedo, e messe a rigirare sullo stesso fuoco prospettico, si vedevano alcune baracche fatte con tessuti colorati e rettangoli di cartone.
Piccoli oggetti erano sparsi tutt’ intorno, ma difficili da identificare da quella distanza. Per poter vederlo meglio, appoggiai una mano aperta sulla fronte, per ripararmi dal sole. Forse erano giocattoli.Mi avvicinai ai due pescatori e a mio padre: uno dei due vecchi aveva raccolto le canne da pesca per tornarsene a casa.
“Sono gli ambulanti che stanno là sopra” disse il vecchio, indicando le statue montate sui parapetti di pietra del ponte. “Ma anche i turisti!” aggiunse l’ altro, che si era allontanato dal fiume, e teneva la canna da pesca sollevata al cielo, e infilava l’ esca sull’ amo, tenendo, con la stessa mano, la sigaretta fra due dita. “E poi ci sono anche quelli che stanno là, nelle baracche”. Avevo intuito di cosa stava parlando quel vecchio pescatore romano, e mi voltai a guardare le terribili scritte fasciste tracciate proprio sul muro dove, poco prima, avevo appoggiato una mano per poter saltare oltre la merda, coperta di mosche verdi, e sparsa sulla scala di travertino che mi aveva fatto scendere fin lì, ai piedi di Roma. Pensai agli splendori della città eterna, che laggiù sembravano non esister più, scomparsi dietro gli argini di pietra del Tevere, e tornando a guardare le baracche sotto i ponti mi venne in mente un pezzo, indimenticabile, de “Il Barocco in Italia” di Dino Formaggio, che avevo letto al liceo, grazie ai consigli preziosi del mio professore di storia dell’ arte: un pezzo che è anche una fra le più belle descrizioni di quel che è stata l’ età barocca romana.
“Monumentali chiese, meravigliosi palazzi incantati, deposti in mezzo a giardini da favola, capricciose ville suburbane tra immensi parchi e giochi d’ acqua delle fontane, parlano di una vita trionfante dell’ alta società secentesca romana, ma non riescono a disperdere i fantasmi di morte che vengon col vento dalle circostanti campagne malariche e fiammeggiano tra le povere catapecchie che, nelle stampe del tempo, si vedono accanto all’ imponenza delle chiese e dei grandi palazzi. La Roma barocca accende i suoi cupi splendori d’ incendio tra il nero volo di questi fantasmi. Millenni di morti scricchiolano nel suo sottosuolo, grandi pini neri si levano scarmigliati nel fuoco del tramonto, mentre un’ arsura strana vien su dalla terra e serpeggia al crepuscolo lungo i ruderi e le muraglie, crepita dentro gli intonachi delle case come una febbre o come un male nascosto.”
Ma chi aveva voluto tutto questo? Mio padre, forse? No, in verità non era stato lui a portarmi laggiù. Forse era stata proprio Roma. Forse perché voleva essere sincera con me, fino in fondo, e per dirmi di non ostinarmi a vedere, in lei, solo e soltanto la sua bellezza. Per ricordarmi che tanto fra le sue strade quanto nel mondo non c’è solo bellezza: c’è miseria, c’è sofferenza, e c’è un’ umanità che si rimescola nelle sue spaventose disgrazie. E questa umanità poteva essere anche davanti ai miei occhi, sotto i ponti di Roma, ed essere a due passi da San Pietro.
In quegli anni, la bellezza di Roma era potente su di me, e mi piaceva lasciare che questa potenza mi schiacciasse. Avevo bisogno di qualcosa di forte, di infinitamente più forte di me, che con la sua forza mi dominasse, fino a ridurmi, anche soltanto in un breve istante, ad un’ estatica condizione di calma e serenità, per placare i miei demoni. Volevo schiacciare i miei demoni, così come un malato febbricitante schiaccia la sua malattia sotto il peso di spesse coperte di lana. Per questo, ogni volta che mi trovavo a Roma, riuscivo a sentirmi bene. Per questo, già allora, e già da tempo, avevo scelto di preoccuparmi per le cose belle, e per le opere d’ arte, invece che per la sorte degli uomini.
G. B. Piranesi - il Ponte Molle
E in quel momento Roma voleva farmi capire, per il mio bene, che avevo sbagliato: per questo, quel giorno, proprio mentre mi stavo avvicinando a San Pietro, mi aveva afferrato per trascinarmi, lontano dai turisti, dai pellegrini, dai gruppetti di suore e di preti, giù per quelle scale di marmo e merda, fino al vecchio Tevere imbiancato da lunghe ciocche di schiuma, in quel luogo triste e colmo di miseria, abitato da poveri uomini, custodito sotto le mani aperte dei platani, con le foglie che si orlavano di giallo, e coronato con un’ aureola splendente, fatta con le statue candide che si affacciavano dai ponti.