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Lorenzo Lotto
"Ritratto di giovane gentiluomo", Venezia, Gallerie dell' Accademia (particolare)
"... il giovane gentiluomo dell' Accademia Veneziana, carattere estroso e segreto, di narici trasparenti e sensibili, nervosamente cavalline. Sulla gota d' avorio, appena incavata dalla virilità, si giurerebbe covi un subacqueo moto mascellare che accompagna un pensiero familiare all' animo, ma non innocuo allo spirito. Una lealtà meditata e pronta, i segni di una raffinatezza più necessaria che ostentata e goduta: nastri, mussole, nappine, un anello, e, sul tavolo, tra l' infolio e le lettere recenti, quel morbido scialle di donna, lembo di cielo, sopravi la simbolica salamandra e i petali di una rosa sfiorita." (dal "Lorenzo Lotto" di Anna Banti, edizione Sansoni)
In vacanza a Melano, un piccolo paese sul lago di Lugano, ho fatto amicizia con un gruppetto di folaghe, che con quei loro piumaggi neri, e con quella loro cuffietta bianca a forma di confetto sulla fronte, proprio sopra il becco rosa, sembravano vestite come le cameriere di una volta. Tutto il pane confezionato che avevo portato via, e che doveva bastarmi per qualche giorno, l’ ho dato a loro. Anche la scatola di dolcetti danesi al burro, che mio padre mi aveva regalato, per far colazione o merenda, è finita in acqua. Ho spezzato uno ad uno tutti i biscotti, per poi gettarli alle mie amiche pennute. Prima becchettavano i cristalli di zucchero, poi inzuppavano i pezzetti di biscotto nell’ acqua del lago, per ammorbidirli, li ingoiavano interi, e infine bevevano, becchettando ancora nell’ acqua, fra i piccoli pesci che risalivano dal fondo per mangiare le briciole.
Due delle mie amiche folaghe a Melano
La scatola di latta dei biscotti l’ ho poi gettata in pattumiera, anche se per un attimo ho desistito, perché aveva un piccolo disegno, sotto la scritta “danish”, che mi ricordava il marchio della casa editrice “Excelsior 1881”. E, curiosa coincidenza, venuta fuori mentre guardavo ancora una volta la scatola prima di buttarla via, “Danesi” era anche il nome di una vicina pasticceria, dove, qualche giorno avanti, ero entrato, con mio padre. Lui aveva ordinato un cappuccio, io niente, e mi ero limitato guardare, fra i banconi di vetro dei dolci, le torte, le crostate di ciliegie, e, sulle pareti, i pannelli decorati a trompe l’ oeil, con scene di campagna dipinte dietro a finte tendine bianche.
Alla pasticceria Danesi sono tornato, da solo, solo un’ altra volta, per comprare ancora un po’ di pane, che volevo fresco e morbido, e così chiedevo quattro pagnotte al latte alla commessa in grembiule e piercing : due per me, due per le folaghe.
Uscito dalla pasticceria, arrivavo al campeggio proprio mentre l’ odore delle salsicce grigliate si spandeva fra le roulotte degli svizzeri, dei tedeschi, degli olandesi. E correvo giù alla spiaggia deserta con il sacchetto del pane, lo aprivo, spezzavo un paio di pagnotte e le gettavo alle mie amiche folaghe, che si precipitavano trafelate verso di me, svolazzando goffamente e incespicando sull’ acqua increspata con le zampe palmate.
A colazione, invece di cedere alla tentazione di raggiungere la pasticceria, e farmi servire qualcosa da una delle giovani commesse, mi fermavo al bar del campeggio: evitavo il caffè, che faceva schifo, e ordinavo un cappuccino. Evitavo la brioche ripiena di marmellata, che faceva schifo, e ordinavo un kiefer. Evitavo di sedermi all’ interno, fra le pareti tutte ricoperte di legno d’ abete, e mi mettevo ad un tavolino, fuori, sotto la tettoia in PVC trasparente punteggiata di pioggia, ad ascoltare, a distanza di cortesia, le conversazioni di un gruppo di inglesi appassionati di parapendio.
Riva San Vitale visto da Melano
Il resto della giornata lo trascorrevo all’ aperto, a ripassare storia dell’ arte o a leggere, e spesso, se alzavo gli occhi dalle pagine del “Lorenzo Lotto” di Anna Banti o da quelle di “Peyton Place”, potevo vedere le giovani anatre, con le teste che si tingevano di verde ogni giorno di più, passarmi accanto, dondolandosi eleganti e stravaganti allo stesso tempo, come un gruppetto di dandies che deviavano la loro consueta passeggiata solo per farsi notare. E più in là, oltre i ciuffi d’ erba del prato che finiva nel lago, potevo vedere le folaghe che scivolavano, come sempre, sull’ acqua. E mi bastava sentirle strombettare un po' più forte per chiudere e mettere all’ ombra tutti i miei libri, alzarmi e correre da loro e vedere cosa stavano combinando.
Ogni sera, alle otto, ero già a letto, e al mattino, presto, all’ alba, ero già sveglio, e potevo sentire il clacson delle mie amiche che strombazzava a riva, nel traffico di cigni, anatre, gabbiani e aironi che intasava la spiaggetta ghiaiosa. Allora mi alzavo, mi vestivo, e infilavo una giacca per ripararmi dalla finissima pioggia che ogni mattina pizzicava e pungeva l’ acqua immobile del lago.
In cielo le nubi si annodavano a turbanti sulle cime dei monti, e nel silenzio, oltre al rumor di trombetta delle folaghe, si potevano sentire solo i treni, che passando per la vicina stazione di Maroggia, andavano a fermarsi a Lugano.
Raggiunta la riva, trovavo le folaghe già allineate sulle pietre, a filo d’ acqua, a sistemarsi il piumaggio, a sgranchirsi le ali e a sbadigliare. Appena mi vedevano, s' immergevano in acqua, nuotavano fino a raggiungermi, inclinando la testolina per guardarmi, da sotto in su. Se non avevo niente con me, né pane, né biscotti, restavo lì, solo, per passeggiare sulla riva, con le mani in tasca, e i piedi nell’ acqua. Allora le folaghe mi seguivano lentamente, e ogni tanto strombazzavano. Allora io mi fermavo, tiravo fuori una mano di tasca, e con un dito sulle labbra sibilavo “Sssst!”, per farle stare in silenzio e non rischiare di svegliare svizzeri, tedeschi, e olandesi: le folaghe facevano finta di niente, e per tutta risposta inarcavano il collo per guardare cosa succedeva, sott’ acqua, fra i piccoli pesci che scappavano al loro passaggio.
Due delle mie amiche folaghe a Melano
Mi lasciavano solo a proseguire la mia passeggiata mattutina, a seguire il filo dei miei pensieri, e tornavano sulle pietre ad arruffare le piume color petrolio, e a bagnarle con l’ acqua che scivolava via, come mercurio, dalle loro ali ripiegate. Chinavo anche io la testa, cercando con lo sguardo qualcosa di interessante fra i legni della spiaggia, e se una folata di vento mi bagnava passandomi sul volto, alzavo gli occhi, socchiudendoli sotto la pioggia, e vedevo i dorsi candidi delle foglie dei pioppi che splendevano, pallidissimi, sullo sfondo grigio delle nubi scure. Immagini che non rivedevo da molto tempo, e che ho lasciato accatastate, come vecchie diapositive, nei ricordi delle mie lunghissime vacanze d’ infanzia, trascorse per anni sul lago di Como, su su, sempre più su, proprio dove persino i satelliti di Google Maps non riescono ancora a guardar bene, dove finisce il Lario.
da parte di Oyrad
Camminare fra i palazzi ottocenteschi di via Dante, a Milano, fa venir voglia di aver un bastone da passeggio al proprio fianco, da far risuonare sui cubetti di porfido, per poi farlo roteare, e tener così alla larga la gente, i piccioni, e le mandrie di pascolanti turisti attratti, al trotto, dalle vetrine comprese fra la piazza del Duomo e il Castello Sforzesco. Ma d’ inverno sarebbe bene tirar fuori, dal baule delle nostalgie ottocentesche, anche il tabarro, perché via Dante è una delle vie più fredde di Milano: Elena si lamenta sempre del vento gelido che, fra ottobre e marzo, soffia fra i finti bugnati di via Dante, ogni volta che la imbocchiamo per bere un the da Garbagnati, nonostante sia un po’ scaduto nelle nostre preferenze, o per prendere saponi e creme alla Lush, e farmi spremere e annusare i “tester” dei nuovi prodotti. Dulcis in fundo, in fondo alla via, l’ “American Bookstore”, dove ho comprato vecchi libri d’ arte e di letteratura, spesso adocchiati nella vetrina dei libri antichi. Poi c’è largo Cairoli, e il Castello, e bla, bla, bla…
Vecchia veduta fotografica di via Dante, a Milano
Basta, o di questo passo, oltre a finir fuori rotta, andiamo anche fuori tema: giriamo di 180° gradi sui tacchi, torniamo indietro e spostiamoci sulla sinisistra. Più avanti ci sono le Librerie Riunite, un ottimo reminders, fornitissimo di libri d’ arte di varia qualità, e soprattutto di titoli Taschen, gay e non. E’ qui che ho trovato un volumotto intitolato “Itinerari d’ arte in Lombardia – dal XIII al XX secolo.”, ovvero una raccolta di quaranta saggi dedicati ad episodi d’ arte lombarda, offerti a Maria Teresa Binaghi Olivari. Specialità, dunque, per veri intenditori lombardi, da far leccare i baffi soltanto a quattro gatti, ma anche con alcuni saggi di respiro culturale più ampio, che possono coinvolgere l’ interesse anche di chi non è cresciuto a risotto, zafferano, bollito con senape o midollo d’ ossobuco.
Sul menù di professori, dottori e studiosi esibito già in copertina rintraccio nomi di gente che conosco direttamente, indirettamente, per sentito dire, o per pettegolezzo: prendiamo, per esempio, il prof. Fernando Mazzocca, grande esperto d’ arte fra Sette e Ottocento, che compare anche fra i curatori del volume. Proprio nel volume, verso la fine, c’è un suo bel saggio dedicato al ritratto di Alessandro Manzoni dipinto dal Molteni con, sullo sfondo, un paesaggio di mano del d’ Azeglio.
"Itinerari d' arte in Lombardia - dal XIII al XX secolo", Aisthesis
Cosa bella che c’è nel saggio del prof. Mazzocca è la ricostruzione dell’ atteggiamento di non particolare amore manifestato dal Manzoni nei confronti di questo suo ritratto: poco amore dovuto per lo più alle ambiziose intenzioni del Molteni di esporre il dipinto, in mezzo ad una caterva di altre opere sue, in occasione dell’ annuale esposizione braidense, con un evidente intento autopromozionale, smuovendo dunque l’ apprezzamento di pubblico e critica facendo leva sul prestigio del Manzoni.Tengo insieme i pezzi del mio post, e i fili del discorso, inserendo qualche estratto dal saggio in questione. Riassiumiamo dunque un po’ il tutto con queste parole di Mazzocca:
“Manzoni, e l’ eccezione si ripeterà solo un’ altra volta nel 1841 per il celebre ritratto di Hayez, era stato convinto dunque dal genero d’ Azeglio, marito dell’ infelice Giulietta, a farsi ritrarre dal Molteni nella tela ambientata su uno sfondo dipinto dallo stesso d’ Azeglio; ma la consueta insofferenza e forse anche il pentimento riafforano quando Molteni osa proporgli l’ esposizione dell’ opera alla rassegna annuale di Brera… “
Giuseppe Molteni
"Ritratto di Alessandro Manzoni", 1835, Milano
Nel saggio compare anche, a porger testimonianza del “pentimento” e dell’ “insofferenza” manzoniana verso il ritratto del Molteni , la trascrizione, che riporto qui di seguito, di una lettera del Manzoni stesso indirizzata all’ ambizioso ritrattista. Lettera che, come sottolinea lo stesso Fernando Mazzocca, “è un piccolo capolavoro di sottile fermezza e diplomazia”.
Chiarissimo e pregiatissimo Signore,
E’ per me un vero dispiacere il doverle disubbidire in che che sia; ma è il solo che io possa sentire in questa occasione. Quanto alla coscienza, me ne rido: e, a parlarle con quella libertà ch’ Ella mi concede, non so qual sia più singolare, o l’ errore della sua modestia che le fa credere avere i suoi lavori e la sua riputazione bisogno di aiuti estrinseci, o l’ errore della sua indulgenza ce le fa immaginare che un qualche aiuto possa venir da me a chi ne avesse realmente bisogno. Del rimanente, quando a d’ Azeglio venne il capriccio di volere su una tela un povero soggetto e un lavoro squisito, io gli protestai che la cosa doveva rimaner privatissima, e sempre che ne venne il discorso, ho escluso espressamente l’ esposizione . Certo, codesto ritratto è una gran bella cosa; ma che sono, di grazia, l’ altre ch’ Ella sta per esporre? Lo domandi agli altri, non a sé; si contenti di cedere alle mie troppo buone ragioni, e continui a gradire i sentimenti d’ alta stima coi quali mi pregio di rassegnarmele.
Dev.mo ubb.mo servitore,
Alessandro Manzoni.
Brusuglio, 6 settembre 1835
L’ arrivo di questa missiva diplomatica avrebbe convinto il Molteni, a malincuore, a non esporre il ritratto. Ritratto in seguito privato di ogni onore dall’ arrivo, sulla scena pittorica del 1841, della splendida immagine manzoniana di Hayez, conservato oggi a Brera, d’ amore e d’ accordo con il ritratto di Teresa Manzoni Stampa Borri: e nella sala XXXVII della pinacoteca milanese, allo scorger del Manzoni, subito le scolaresche sbuffano di noia e tedio, ma qualche secchione occasionale alza il collo e la sua vocetta stribula per dire “Ecco il Manzoni!”, per farlo sapere alla professoressa, nella speranza di sentirsi dire “Bravissimo!” o di ricevere un + sul registro. Per dir qualcosa sul ritratto di Hayez basterà tornare ancora una volta al saggio di Fernando Mazzocca.
“Fu dall’ inevitabile, e sottinteso, confronto con il capolavoro di Hayez che iniziava la sfortuna del ritratto molteniano, già per ragioni estrinseche poco amato dal suo destinatario. Rimaneva in fondo un ritratto idealizzato, quasi eroico, dove invece, come notava nel 1841 Gaetano Cattaneo, in quello di Hayez “vedi un Alessandro in una posizione naturale, e sua abituale, e con quella faccia che sarebbe tutta soave se non fosse terminata da una fronte nella quale si legge chiaramente tutta quell’ abbondanza di pensieri e di idee che racchiude. Insomma è un Alessandro senza quelle convulsioni che egli tanto aborre e teme, e che l’ arte non dovrebbe mai esprimere, perché contraffanno quell’ essere raro.”
Francesco Hayez
"Ritratto di Alessandro Manzoni", 1841, Milano, Pinacoteca di Brera
“Le riserve del Cattaneo si caricavano poi, nelle polemiche scelte dei nuovi familiari dello scrittore, la seconda moglie Teresa e il figliastro Stefano Stampa, committenti del ritratto hayeziano, di un aperto dissenso rispetto all’ immagine che Molteni aveva dato di Manzoni. Quindi, secondo i ricordi dello Stampa, erano stati lui e la madre a non volere “ch’ ei fosse ritratto con un libro in mano, né con l’ aria ispirata (come se non si fosse saputo ch’ ei sapeva leggere e scrivere e ch’ era un poeta ispirato), ma coll’ aria calma di chi ascolta per poi parlare […]; ma piuttosto, suggerendo l’ inserimento della famosa tabacchiera, che negli accessori si facesse nota di una di quelle famigliari abitudini, che poi appunto in grazia della loro famigliarità sfuggono, o sono dimenticate dalla Storia”.
Eppure quel povero ritratto del Molteni non è da stracciare, appallottolare e buttar via. No. Mi piace immaginare che, dopotutto, anche quelle sue rughe raggrumate fra le ciglia irsute, quegli scatti della testa verso l’ alto, di lato, come improvvisamente presa all’ amo dall’ Onnipotente in pesca d’ anime, e i capelli arruffati al vento, possano serenamente entrare a far parte dell’ immagine di Manzoni, come una manifestazione liberatoria di quelle inquietudini, di quelle “convulsioni” che, invece, restano tutte trattenute nel ritratto di Hayez e che l’ autore dei “Promessi Sposi” teneva a freno, dentro di sé.
E dietro il paesaggio del d’ Azeglio, che a prima vista par quasi riprodotto, per innesto o per talea, da “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno…”, ovvero dalla perifrasi periegetica più famosa fra le “hits” letterarie dei nostri anni di scuola, e che si ostina a restare, negli anni (come accade a certe vecchie canzoni da jukebox, che suonano ancora oggi fra le playlist degli MP3), l’ “overture” più letta della prosa italiana. E il paesaggio del d’ Azeglio, tanto per metter qui un argomento “di stagione”, mi ricorda le mie lunghe vacanze d’ agosto di un tempo, quando appena arrivavo a Lecco, prima di passare il ponte dell’ Adda, appiccicavo mani e labbra sul finestrino della macchina per scorgere il Lario.