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mercoledì, 25 luglio 2007

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Postato da: oyrad a 18:21 | link | commenti (2)

sabato, 21 luglio 2007
Un lavoro d' alveare

Le parole del mio professore di storia dell’ arte alleviavano il terrore che, in quel lontano pomeriggio di novembre, mi tormentava. Vagavo fra le stanze dell’ Ambrosiana mescolato ai miei compagni di classe, che sbadigliavano davanti al Luini, al Bergognone, o al Bramantino: solo con Caravaggio o con Botticelli o con il cartone de “La scuola di Atene” di Raffaello raddrizzavano la schiena, e reggendo il mento con due dita si sforzavano di sgranare gli occhi lucidi per il sonno e per la noia, perché quelli erano comunque dei capolavori “da vedere”.

 Frammenti del Bambaia in Ambrosiana

Anche io ero stanco, ma l’ angoscia per l’ interrogazione di chimica che mi aspettava il giorno seguente bussava alla soglia dei miei pensieri a ritmi regolari, misurati, e mi teneva sveglio. Da fuori, la voce del mio professore. Da dentro, una voce che continuava a ripetermi: “Domani sarai interrogato in chimica.”, “Cosa ci fai qui? Avresti fatto meglio a stare a casa, a ripassare chimica!”, “Appena torni a casa dovrai ripassare tutta chimica, e non farai in tempo: non ce la farai mai!”.

Già! Perché non ero rimasto a casa? Semplicemente perché la devozione che provavo per il mio professore era troppo grande perché io rinunciassi a poter visitare l’ Ambrosiana, con lui a far da cicerone. Volevo esserci. E anche se all’ andata e al ritorno, nel pieno del terrore, avevo tormentato tutti i miei compagni con la mia interrogazione in chimica, ero comunque felice di poter andare (anche se solo per un breve pomeriggio) a Milano: un luogo per me, allora, ancora sconosciuto.

 Agostino Busti, detto il Bambaia

Coppia di rilievi del monumento sepolcrale a Gaston de Foix, Ambrosiana, Milano


Il mattino seguente l’ interrogazione di chimica andò bene: anche se avevo commesso qualche grave errore l’ insegnante di chimica mi aveva guardato in faccia, con un sorriso accennato sotto i baffi, e mi aveva detto “Sai, io con te non riesco proprio ad arrabbiarmi…”

Di quel pomeriggio ricordo, in particolare, i marmi di Agostino Busti, murati in Ambrosiana, sulle pareti di uno stretto corridoio, sotto le occhiaie torve del Platone di Casa Piatti. Io e alcuni dei miei compagni ci chinavamo, avvicinandoci ai vetri, cercando di sfuggire il riflesso pallido e opaco dei nostri volti, per guardare a bocca aperta le piccole cianfrusaglie antiquarie che quell’ Agostino Busti - detto il Bambaia - aveva meravigliosamente scolpito nel marmo, fino a trasformare i blocchi di pietra in scatole piene di corazze, scudi, armi ed eroi.

Il professore si avvicinava; sventolando come ventagli le sue mani dalle dita sottili, ci parlava di questo straordinario scultore lombardo. E ad un certo punto diceva queste parole:

“Vedete… è come se fosse un lavoro d’ alveare…”

 Agostino Busti, detto il Bambaia

Rilievi del monumento sepolcrale a Gaston de Foix, Ambrosiana, Milano


Un lavoro d’ alveare. Queste parole andarono a impigliarsi, fra i filamenti neurali del mio cervello, dove le conservo ancora oggi. Oggi che non ricordo più niente di tutte le sofferenti ore trascorse a studiare chimica, chimica organica, biologia, fisica, matematica, geometria, biochimica …

Solo qualche anno dopo sarei tornato a passare in quel corridoio, per poi tornarci ancora, ancora e ancora. E ogni volta che cammino in quel corridoio, con il parquet chiaro che scricchiola sotto le scarpe, rivedo gli intagli del Busti, ripenso a quel che diceva il mio professore, e mi piace immaginare di passare accanto a delle arnie abbandonate. Come se nel cavo delle piccole corazze, fra i fragili raggi di ruota dei carri trionfali, o fra i tralicci intrecciati dalle cataste di insegne militari (ornate d’ acquile e orlate di fronde) fossero un tempo sigillate, con miele e cera, le larve delle api.

Chi l’ avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato, anni dopo, a dover dare esami di storia dell’ arte moderna proprio con il prof. Giovanni Agosti, autore del libro “Bambaia e il classicismo lombardo”, edito nei Saggi Einaudi...
Vado a prenderlo: è uno di quei libri che un tempo tenevo intonsi, in adorazione, sul più lontano dei miei scaffali; come fossero coppe d’ oro vinte in chissà quali gare, e che si mettono bene in vista sulle mensole più alte.

 Giovanni Agosti, "Bambaia e il classicismo lombardo", Einaudi

Al suo posto, oggi, sullo stesso scaffale, c’ è un altro librone di Giovanni Agosti: “Su Mantegna I” edito da Feltrinelli, che se volete potete sfogliare anche voi, a scrocco, in libreria, nei reparti dedicati alla storia dell’ arte.
Librone che può essere un ottimo “prequel” del “Bambaia”; utile dunque per capire come le passioni per l’ antichità hanno contagiato di rinascimentali febbri antiquarie l’ Italia del nord.

 Giovanni Agosti, "Su Mantegna I", Feltrinelli

Tutto è accaduto come se a Roma, fra i Fori, fosse scoppiato un ordigno atomico: come se pezzi e pezzi di colonne, di capitelli e di statue, scaraventati a manciate nell’ aria dall’ energia scaturita, sian poi piovuti dal cielo molto più a nord, proprio sulle pianure e le paludi fra Mantova e Padova. E il giovane Mantegna, scorribandando nei dintorni patavini e mantovani, dopo quella pioggia di anticaglia romana, sembra aver ritrovato in tutti quei pezzi di pietra precipitati a conficcarsi lì, nelle melme erbose, e lì abbandonati ad assorbire l’ umido delle paludi, proprio i dettagli cruciali che cercava per completare i paesaggi di quella che, secondo quella zucca dura e intransigente che teneva celata sotto i suoi boccoli scuri, doveva essere (ad ogni costo) la sua pittura.

Il “Bambaia”, invece, ora che sono andato a stanarlo da dove era andato a finire, a far da chignolo sotto una pila di cataloghi, sarebbe bene farlo correre, ad alta velocità, sui binari antiquari che, facendo all’ occorrenza anche una sosta a Firenze (come fanno i Milano-Roma ancora oggi, che dalla stazione Centrale finiscono alla stazione Termini passando accanto a Santa Maria Novella), portavano su e giù gli artisti, fra i quali molti tornavano al Nord con bagagli carichi di qualche souvenir, e schizzi su carte e valigie di cartoni.

 Agostino Busti, detto il Bambaia

Rilievo del monumento sepolcrale a Gaston de Foix, Ambrosiana, Milano

Altro libro da mettere on the road è il saggio Einaudi di Vincenzo Farinella dedicato a Jacopo Ripanda. E il segnalibro, come fosse un biglietto da obliterare, va inserito, all’ andata, nell’ “Introduzione”, sotto la scritta “Roma, gli antiquari e gli artisti”. Al ritorno, invece, è da infilare nel secondo capitolo del “Bambaia”, dedicato al gusto per l’ antico a Milano. Grazie per l’ attenzione e buon viaggio.

 Vincenzo Farinella, "Archeologia e pittura a Roma, fra '400 e '500", Einaudi

Agostino Busti, anche lui, è a Roma, al seguito di Leonardo e dei suoi giovani apprendisti. Era nato nel 1483, come Raffaello, ma in Lombardia, e prima del viaggio romano, aveva lavorato al Duomo di Milano. Leggiamo allora un pezzetto del “Bambaia”, per vedere come i due artisti, Leonardo e  Agostino, trascorrevano le loro piccole vacanze romane …

 Agostino Busti, detto il Bambaia

Salita al Calvario, provenienza  originaria discussa, Ambrosiana, Milano

“… Leonardo, chiuso nel Belvedere vaticano, ospite di Giuliano de’ Medici, in stanze adattate a laboratori per esperimenti misteriosi con specchi e fiale ed animali, senza preoccuparsi troppo delle statue antiche lì raccolte, delle Stanze di Raffaello o della Volta Sistina, appena inaugurate: disposto, semmai, a far sopralluoghi nelle paludi pontine o al porto di Civitavecchia, a raccogliere conchiglie fossili a Monte Mario. Si lamentava che i suoi ragazzi lo lasciassero solo per andare tra i ruderi a giocare con le Guardie Svizzere e a tirare di fionda agli uccelli. Il Melzi, per garbo ed educazione e presentabilità, gli sarà stato accanto nelle inevitabili occasioni sociali. Agostino, invece, che era un lavoratore e che voleva approfittare di quella occasione straordinaria, girava per Roma a studiare le antichità di cui aveva tanto sentito parlare, febbraio 1514.”

 Agostino Busti, detto il Bambaia

Gesù spogliato, provenienza originaria discussa, Ambrosiana, Milano

Febbraio 1514, ma poco più tardi farà fagotto, per tornar su, a Milano, a vestir di sepolcri antiquari la “very important people” dell’ epoca: era suo il monumento a Gaston de Foix, scolpito tra il 1515 e il 1521, oggi scomposto e sparso un po’ a Milano, un po’ a Torino, e con pezzi, in esilio londinese, anche presso il Victoria and Albert Museum. Quel che è successo, dopotutto, a quasi tutti i monumenti del povero Bambaia, venuti giù, al soffio della storia, come castelli di carte.

La cattiva sorte di questi marmi del Bambaia pareva inscritta, come una malattia di famiglia, tramandata di padre in figlio, nella loro stessa origine. Modellati sulle antiche rovine romane, erano destinati, fatalmente, a diventar rovina.Marmi che, soffocati dietro i cristalli del candido corridoio igienico dove sono oggi conservati, implorano aria e luce. E sembrano non desiderar altro che esser portati in un bel  prato verde, e come se fossero eremiti di pietra, essere lasciarli lì, da soli, fra l’ erba, le lumache, e la polvere.

Postato da: oyrad a 08:17 | link | commenti (21)
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