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per il blog di Oyrad
"Introducendo dianzi il termine di «talento», quasi in contrapposizione a quello di «gusto», volevo indicare come forse solo la nostra epoca abbia assistito a un distacco così netto tra i due termini e tra i concetti che essi adombrano. Tale distacco viene quindi a riflettersi nella pratica corrente quando vediamo esistere tutta una schiera di artisti - musicisti e pittori, soprattutto, ma anche letterati o architetti - che pur possedendo qualità tecniche o creative non indifferenti - dunque notevoli doti di talento - risultano di un valore artistico discutibile... "
Gillo Dorfles, "Le oscillazioni del gusto", Skira editore
" ...e rientrano nell' orbita di quella che abbiamo definito "arte media" (mid-cult), e in definitiva sono lontani dal "gusto" più autentico; sono privi di una autentica carica geniale.Da quanto sopra deriva quella che potremo definire "pericolosità del talento": è, in un certo senso, rischioso possedere delle doti spiccate di abilità, quando queste non s' accompagnano a un gusto aggiornato, perchè è molto facile illudere il pubblico circa il valore di prodotti che, per contro, ne sono totalmente o parzialmente privi." (da Gillo Dorfles, "Le oscillazioni del gusto", Skira editore)
B. Bellotto
"Veduta di Dresda con la Frauenkirche", Gemäldegalerie, Dresa
"Forse sarebbe bene non restaurare la Frauenkirche - come invece si progetta - le cui rovine si ergono, fra macerie accumulate alla rinfusa, come un corpo sventrato o un viso dalle occhiaie vuote. La chiesa è stata distrutta nello spaventoso bombardamento del 13 febbraio 1945. [...] Sarebbe meglio non ricostruire, non riempire il vuoto di quegli squarci che, diversamente da quell' altro impalpabile vuoto, è pieno di cose, di ricordi, di sentimenti, di insegnamenti. Poco più lontano si vedono gli splendidi palazzi superstiti, che fanno capire cosa doveva essere la Dresda di una volta." (Claudio Magris, "L' infinito viaggiare", Mondadori)
Oggi la Frauenkirche è stata fortunatamente ricostruita, assieme ad altre stupende architetture, a Dresda, anche grazie allo studio delle vedute di Bernardo Bellotto.
Ho trovato “Mistero etrusco” alla libreria Rizzoli, sotto le volte della galleria Vittorio Emanuele, a Milano: libreria dove, fino a qualche anno fa, andavo spesso a bighellonare con un mio ex-amico metallaro. Ma, soprattutto, ero solito recarmi alla libreria Rizzoli, anche da solo, per il semplice motivo che, al secondo piano, una volta, c’ erano dei fantastici divanetti a due posti in pelletta color carne, dove poter accasciar le affaticate natiche dopo le erculee fatiche dello shopping.
Proprio su uno di quei divani, io e il mio ex-amico ci siam fatti beccare da Enzo Biagi immersi nell’ attenta osservazione di un fumetto pornografico di Serpieri.
Anche se, a dir la verità era lui, il metallaro, a voler polemicamente dimostrare, stando seduto a gambe larghe sul divano e con il porno sulle ginocchia, che aveva tutto il diritto di osar sfogliare oscenità, fregandosene dei clienti che salivano fin lì per cercare libri di musica o cucina, infilati in scaffali pericolosamente vicini, con Wagner che si confondeva coi wafer, o Beethoven addossato, ubriaco, ai regalatissimi “Beer books”, oppure Mozart che, se fosse balzato fuori dalla copertina del volume di Maynard Solomon a lui dedicato, avrebbe facilmente ritrovato, a poche centinaia di pagine di distanza, la ricetta delle sue “palle” al cioccolato.
Tre etruschi pop ...
Ricordo molto bene l’ occhiata di Enzo Biagi.“Che anime giovani…” sembrava dirsi, fra sè e sè: frase che di solito la mia amica Elena mi sussurra all’ orecchio, ogni volta che, nei negozi del centro, dei buzzurri ci passano davanti per pagare, o allungano avidamente le mani, per far man bassa delle occasioni in saldo. Una frase forse diffusa proprio dalle parti di Elena, fra Novara, Vigevano e Vercelli, ma non saprei dirlo con certezza.
Ma ora basta, bando alle ciance. Torniamo a "Mistero etrusco" in Rizzoli…
Quel mattino ero arrivato presto a Milano, con un anticipo di ben due ore, prima di andare a lezione di latino, a casa di Sara. Ed ero lì, in Rizzoli, perché, a quell’ ora, la Feltrinelli era ancora chiusa. Stavo guardando i volumi Adelphi adagiati con cura su un ampio ripiano, con la copertina rivolta verso l’ alto, e ripensando ad “Ascolto il tuo cuore, città” di Alberto Savinio, che avevo visto per la prima voltà proprio lì sopra. E nel voltarmi, “Mistero etrusco” mi colse di sorpresa, prendendomi per la coda dell’ occhio, e tirandomi così a sè: c’erano tre copie, buttate là, tutte e tre trattenute da un elastico, sulle pile dei fantasy e dei mistery. Erano un po’ malconci, purtroppo, forse perché giungevo in ritardo, dopo che già svariati lettori si erano impossessati di quelle tre copie, per leggerli a scrocco, attirati dal titolo, dal nome dell’ autore, dalla bontà della casa editrice, o, più semplicemente, dalla simpatica illustrazione in copertina. E altre copie dovevano essere già state vendute.
Passai le dita sulle copertine e sui fianchi di tutte e tre i libri rimasti: e incontrai orecchie a sventola, pagine stropicciate, dorsi screpolati. Era il giorno del mio compleanno: al pomeriggio dovevo correre a casa. Non avevo tempo per fermarmi in Feltrinelli e cercare almeno una copia in condizioni migliori. Per giorni non sarei più tornato a Milano, e a quel punto, la voglia di leggere il prima possibile il libro di Paolo riuscì a scavalcare il mio feticismo libresco.
Afferrai la copia messa meglio, ma decisi comunque di rivolgermi alla cassiera. Forse avevano, da qualche parte, altre copie di “Mistero etrusco”: forse, con un po’ di fortuna, potevo ancora sperare…
Paolo Ferrucci, "Mistero etrusco", edizioni Sylvestre Bonnard
“Mi scusi, non è che ne sono rimaste altre copie oltre alle tre esposte?” chiesi cortesemente alla cassiera, sventolando il libro di Ferrucci all’ altezza di un paio di piccoli occhi che mi scrutavano accigliati.
“No!”, rispose subito la cassiera, poggiando a terra il flacone di detergente che aveva usato per togliere le ditate dei clienti dal bancone: afferrò il “Mistero Etrusco”, per poi arrotolarlo orribilmente sullo smagnetizzatore, e offrendomelo fra due dita, manco fosse un osso da allungare a un cane – frase, quest’ ultima, che dopo aver digitato ieri mattina, tutto contento, sul mio PC, ho poi ritrovato con sconcerto ieri sera leggendo “Suite francese” di Irene Nemirovsky…
Un “no”, quello della cassiera, che alle mie orecchie suonava più come un “tiè”.
Ho ingoiato, tutto intero, un urlo di rabbia, pagandolo poi al prezzo di un insopportabile gonfiore alla pancia, e sfoderando uno dei miei candidi sorrisi di disgusto, strofinai i miei soldi sul bancone, con l’ intento di inzozzarlo (perché niente è più lercio dei soldi che passano di mano in mano…), poi afferrai resto, scontrino, sacchetto, libro, e mulinando sui miei tacchetti, mi avvicinai a grandi passi all’ uscita, spingendo la porta a vetri con la maniglia a forma di R.
“Qui non ci metterò mai più piede!”, mi dissi, una volta fuori, rovistando nel sacchetto per recuperare il “Mistero Etrusco”, o il “rotolibro” che ne restava: ma soltanto pochi giorni dopo sarei tornato ancora in Rizzoli, scodinzolante di felicità, per comprare un librone edito dal Victoria&Albert Museum e dedicato alla vita domestica nel Rinascimento in Italia.
Altri etruschi pop ...
Aperto “Mistero Etrusco”, lo richiusi solo quando, dopo tre fermate di metrò giallo, arrivai all’ atrio d’ ingresso della casa di Sara: un appartamento arredato con gusto in un palazzo d’ epoca, con deliziose finestre ovali in facciata, e non lontano dall' edificio con i timpani che dicono “Ascolto il tuo cuore, città.”
“Cosa leggi di bello?” mi chiese Sara, non appena vide “Mistero etrusco”, che avevo appoggiato sul tavolo del salotto, accanto a Catullo. “E’ il libro di un amico blogger, spesso ospite del mio blog: Paolo Ferrucci. L’ ho appena comprato in Rizzoli. Dovrebbe essere un giallo… io non ho mai letto gialli…”
“Ah sì? Io adoro i gialli…” mi disse sorridente, e mi raccontò di come fosse particolarmente appassionata, fra gli altri, dei libri di Carofiglio, autore che già conosceva e amava ancor prima del suo grande successo. Da qualche tempo anche io ho adocchiato Carofiglio, e adesso, seguendo i consigli di Sara, mi deciderò quanto prima a leggere qualcosa di questo autore contemporaneo.
Ora , dopo aver letto “Mistero etrusco”, devo riconoscere che proprio Sara, con la sua passione per le lingue classiche e per i libri gialli, potrebbe in effetti essere la lettrice ideale di questo libro di Paolo Ferrucci. Credo che potrebbe davvero piacerle, e molto anche. Penso che, anche per ringraziarla del grande aiuto che mi sta dando per preparare l’ esame di latino, potrei regalarle proprio una copia di “Mistero etrusco”: e penso anche che, nel leggere questo bel libro di Paolo, potrebbe in qualche modo sentirsi molto vicina al personaggio della giovane Vanessa, così come io, subito, già alle prime pagine, mi sono affezionato molto al personaggio di Fazzini: anche se, pensando alla mastodontica tesi di laurea che mi aspetta, spero sinceramente di non fare la sua stessa fine…
Appena arrivato, mi sono accovacciato in mezzo alla strada deserta, con un ginocchio appoggiato sull’ asfalto, per fotografare il cartello della via: via Esculapio. Una strada del quartiere Comasina, a ovest di Milano. Da piccolo leggevo a fatica quel nome: Esculapio. Il silenzio della via solitaria, piena di automobili parcheggiate, accentuava, con un eco di mistero, il suono di quella parola. Chi era Esculapio? Da piccolo non lo sapevo. E anche adesso, forse perché non ho fatto il classico, non ne so molto. Se non sbaglio, era il dio greco della medicina. E Socrate, poco prima di morire, ricorda di essere in debito di un gallo con Esculapio.
Via Esculapio, quartiere Comasina, Milano
Da piccolo, subito dopo il cartello misterioso, era il grande grattacielo arancione e ocra, con i balconi coperti da tende verdi, a farmi alzare la testa per guardare all’ insù, e scorgere, all’ ultimo piano, le finestre della casa della nonna. La casa della nonna e del nonno, naturalmente, ma io l’ ho sempre chiamata così, “la casa della nonna”, per infantile preferenza affettiva: mio nonno l’ ho sempre mal sopportato, e solo adesso, che è un po’ rimbambito dai molti anni e malanni, mi è più simpatico di quando, tempo fa, era ancora “in sé”.
Quando poi riabbassavo sguardo e testa, col collo un po’ dolente, per guardare dove mettevo i piedi e non inciampare nei solchi profondi dell’ asfalto screpolato, era facile incontrare il volto di mia madre che, davanti a me, si fermava e si voltava per gridarmi “Allora andiamo?”, mentre mio padre portava le borse con il mangiare: la pentola a pressione con il brodo e le carni bollite, o la teglia con l’ arrosto, qualche antipasto, o i panetti di patè che non vedevo l’ ora di assaggiare.
Veduta della Comasina
Io raramente portavo con me qualcosa, di solito piccole cose, spesso regali appena scartati, e che stringevo con due mani perché temevo di farli cadere. Per lo più, erano grandi scatole di Lego che, appena sveglio, andavo di corsa a scartare sotto l’ albero per giocarci subito, nella speranza di poter portare le mie costruzioni alla nonna, e farle vedere “come ero bravo”. E tutto questo accadeva perché, di solito, le visite alla casa dalle nonna si tenevano il giorno di Natale.
Allora salivo i gradini con in mano i miei regali, e guai a portarmeli via, per raggiungere il portone d’ ingresso, di metallo nero e con i vetri opachi rinforzati da un’ anima in metallo. Appena entrati, cercavo di non guardare lo spaventoso bassorilievo vetrificato che decorava il piccolo atrio delle scale e degli ascensori: gli occhi sporgenti dei caprioli che raffigurava mi terrorizzavano.
Attendevo, a occhi bassi, l’ ascensore con mia madre e con mia sorella: il papà di solito saliva da solo, con il suo carico di pentole, antipasti e con i preziosi lingotti di patè in gelatina. Gli ascensori un tempo erano ricoperti di legno dipinto di smalto verde, con antine di vetro a doppio battente, e maniglie ricurve in metallo satinato. Oggi, invece, sono nuovi, cambiati da pochi anni, e smaltati di colori puerili e ospedalieri: azzurro celeste, e rosa confetto.
All’ arrivo degli ascensori, all’ ultimo piano, la porta dell’ appartamento era sempre aperta, e il nonno e la nonna ci venivano incontro. Naturalmente, per preferenza affettiva, mi facevo subito abbracciare dalla nonna, che si asciugava le mani nel grembiule prima di accogliermi fra le sue paffute braccia.
Veduta della Comasina
La casa della nonna è sempre stata piena di roba kitsch, che, con il passare del tempo, si è fatta sempre più abbondante e invadente, in particolare negli ultimi anni, perché, da qualche tempo, durante la passeggiata mattutina, e se c’è il mercato, mio nonno cede spesso all’ acquisto di modesti gadget tecnologici esposti sulle bancarelle degli ambulanti orientali: uccelli che cinguettano frullando le ali di peluche, oppure orologi da tavolo in PVC che suonano e si illuminano. La casa della nonna è piena di orologi. Per lo più vecchie sveglie di metallo con ricarica a molla, ferme da molti anni.
Nell’ ingresso abbondano i souvenir di brevi viaggi: saluti da Roma, ricordo di Venezia. Oltre l’ ingresso, si entra in salotto, dove fino a qualche anno fa mi accoglieva, ancor prima del vistoso lampadario a gocce, il ticchettio del vecchio cucù. Quel tic tac, meccanico e a suo modo profondo, quasi “respiratorio”, da quando il cucù si è rotto, non c’è più: e la casa ha perso molto dell’ atmosfera che aveva. L’ ultima volta che l’ ho visto, il cucù aveva le lancette rotte, sostituite da uno stuzzicadenti spezzato a metà. Un giorno, il cucù è stato sostituito da un orologio con personaggi disneyiani, made in China, e con una stridula suoneria elettronica che scandisce il passare delle ore.
Su una parte del soggiorno, accanto al barometro con termometro e orologio “al quarzo”, ci sono commoventi quadretti in ceramica, decorati con fiocchetti rossi e dipinti in oro finto, dedicati “alla mamma e al papà”, con poesiole strappalacrime che mi rattristava leggere, da piccolo, quando mia madre era all’ ospedale o si sentiva poco bene.
E proprio quando ero piccolo, a Natale, entravo in quella stanza, dopo aver salutato la nonna sulla porta, e forse anche il nonno, e andavo a posare i miei regali natalizi sul tavolo già apparecchiato con le, e dopo aver curiosato fra i regali che aspettavo con ansia di poter scartare, andavo alle finestre della terrazza, e guardavo fuori, dove si vedeva tutto il quartiere, tutta la città e, nei limpidi giorni di sole, anche le montagne, bianche e rosa, all' orizzonte.
Veduta verso il QT8
Un tempo le case della Comasina erano intonacate di colori pallidi e neutri. Colori chiari che evidenziavano le tonalità terrose dei mattoni che ancora venivano esibiti in alcuni particolari architettonici. Oggi, dopo che i vecchi affittuari sono per lo più diventati padroni, tutte le case sono state riverniciate, con assurde tonalità troppo accese. Accanto ai soliti palazzi rettangolari a cinque e otto piani erano previste anche invenzioni edilizie più originali, come la “casa-stella”, oppure la chiesa “a damigiana”, soprannominata da tutti “il bottiglione”, o la fontana moderna dove, in estate, i bambini di un tempo ci facevano il bagno.
Nella mia famiglia, si parla ancora oggi della Comasina come di un quartiere all’ avanguardia per l’ epoca in cui era stato progettato, con il lusso del riscaldamento centralizzato, degli ascensori, dei balconi ampi e delle terrazze ariose. Nella stessa zona 8 di Milano, oltre la collinetta di San Siro, c’è il quartiere sperimentale della Triennale, conosciuto come QT8: un esperimento edilizio ancora oggi apprezzato, e che recentemente si è proposto anche di tutelare e di recuperare con lavori di riqualificazione e di ripristino. Per dirvi ancora qualcosa in più sulla Comasina, metto qui un trafiletto preso in prestito dall’ “Enciclopedia di Milano” di Franco Maria Ricci.
“Si estende nella zona 8 e ha come asse centrale di scorrimento la via Comasina che unisce Milano a Como. E’ situato tra Affori e Bruzzano, con un comprensorio di circa quindicimila abitanti appartenenti alla parrocchia di San Bernardo. Quartiere “dormitorio” fin dalla sua nascita (anni Cinquanta e Sessanta), ha sempre sofferto di carenze di servizi sociali, per cui i suoi abitanti gravitavano sulla città. Una volta aperta campagna, terra di fontanili, rogge e torrenti come il Seveso e il Garbogera, per la ricchezza dei suoi prodotti era sede di aziende agricole, anche di grandi dimensioni…”
Gli stambecchi che mi spaventavano da piccolo
La Comasina sorgeva in un’ area, a suo tempo, molto verde, e per chi ci passava, al posto delle piatte distese d’asfalto che si vedono oggi, c’erano campi da gioco piene di bambini e ragazzi che giocavano tutti insieme fra gli alberi che, piantati proprio allora, con le case ancora fresche di costruzione, sono oggi cresciuti a dismisura, e hanno riempito il quartiere di grandi platani e di abeti. Più tardi, fra quelle generazioni di bambini e ragazzi che tra gli anni Cinquanta e Sessanta giocavano tutti insieme, si sarebbero anche formate le aggregazioni politiche giovanili che hanno partecipato alle manifestazioni di piazza di Milano, negli anni Settanta.
Forse il vero lusso che poteva offrire la Comasina era il contesto, tutt’ attorno, ancora rurale e pieno di verde, di prati e luoghi dove i bambini potevano sentirsi ancora, in qualche modo, liberi di giocare all’ aperto, e di esplorare spazi ancora tutti “da conquistare”.Oggi tutto questo non esiste più. Tutt’ attorno, al posto dei campi, è cresciuta una malsana periferia. E a guardare dalle finestre, verso il centro di Milano, fra il profilo del Pirelli, del Duomo, le volte della Stazione Centrale, si vede una quantità spaventosa di gru, sospese su innumerevoli cantieri in costruzione: Milano si sta ancora una volta nutrendo, ciecamente, non tanto dei suoi abitanti, come fosse Saturno che si nutre dei suoi figli, ma mangiando intere parti di se stessa. Milano mangia Milano.