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Grazie ad una soffiata della mia adorabile amica Elena, che viene a portarmi notizie artistiche sempre fresche e in anteprima, metodica e serafica come una messaggera divina, ho potuto visitare, con lei, una mostra interessante allestita nelle stanze inferiori dello stupendo Museo Poldi Pezzoli, ovviamente a Milano.
Piano inferiore del Museo Poldi Pezzoli
La mostra, tutt’ ora in corso, raccoglie le opere della collezione Borromeo, difficili, se non impossibili da poter vedere, custodite (se non sbaglio) fra le stanze private del Palazzo Borromeo dell’ Isola Bella, sul Lago Maggiore. Dunque un’ occasione ghiotta per vedere tanti pregevoli pezzi di tanti artisti, specialmente lombardi, e quasi tutti con la stessa iniziale: Butinone, Bergognone, Bramantino, Bambaia…
Bartolomeo Suardi (il Bramantino)
"San Giovanni Evangelista", collezione privata (collezione Borromeo)
E proprio fra questi artisti che cominciano per B, pesco il Bramantino, per metter qui il suo “San Giovanni Evangelista”, intento a scrivere il suo Vangelo, ed esposto in mostra fra i protagonisti più importanti di questa piccola, ma pregevole, esposizione. Immagino che a questo punto sia vostra curiosità anche sapere chi è Bramantino. Adesso chiamo la Garzantina-Arte a venirmi in aiuto…
“Garzantina-Arte, dove sei? Vieni qui… su! Cosa fai sotto il letto? Vieni subito fuori!”
Oh, i libri di MariaStrofa saranno pestiferi, ma anche i miei, quando fanno i capricci… soprattutto quando spariscono fra gli scaffali della mia libreria, e restano irreperibili per giorni e giorni.
“Garzantina Arte! Adesso vengo a prenderti per il dorso, eh? Ecco, brava, vieni qui, che ho bisogno di un po’ di informazioni sul Bramantino. Sì, lo so che tu sai sempre tutto e io non mi ricordo mai niente… lo ammetto. Perciò fai la brava, e lasciati sfogliare per bene. Ecco fatto, ho finito. Ora puoi anche andare… ma non tornare sotto il letto, eh !”
Torniamo a noi, e leggiamo:
“Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, pittore e architetto italiano. Pochi sono i dati certi della sua vita: tra questi il viaggio a Roma del 1508, che segna uno spartiacque nella sua carriera artistica. E’ noto soprattutto come pittore; meno facile giudicare la sua attività di architetto sulla base dell’ unica opera pervenutaci, per di più incompleta (Mausoleo Trivulzio a Milano, iniziato nel 1511-1512), sebbene le fonti antiche attestino una lunga pratica anche in questo campo presso la Fabbrica del Duomo (1503 e 1519), sino alla patente di architetto e pittore ducale rilasciatagli nel 1525 da Francesco II Sforza.”
Enciclopedia "Le Garzantine - Arte", Garzanti editore (2003)
“La maturazione di B. pittore si esplicò nella progressiva conquista di uno stile classico a partire dal linguaggio più disseccato e aspro degli esordi, desunto dai modi ferraresi di B. Butinone che fu probabilmente suo maestro (dopo un periodo di apprendistato presso un orafo milanese). Ma sin dalla prima opera nota (Madonna che allatta, 1485) il B. accentuò la monumentalità e sfruttò la costruzione prospettica in funzione di un’ accentuazione drammatica (Natività, Milano, Pinacoteca Ambrosiana). Il gusto architettonico e illusionistico è accentuato dal rapporto con Bramante (a Milano sino al 1499), di cui B., come indica il soprannome, fu stretto collaboratore (Argo, Castello Sforzesco)”
Adesso basta, taglio qui, altrimenti è troppo, anche per poter dire qualcosa di mio.
Bramantino confeziona i soggetti dei suoi dipinti inscatolandoli in un tetrapak stilistico fatto di luci e geometrie che, tetragono ai colpi di sfortuna critica, è giunto fino a noi: tanto che, ancora oggi, dopo così tanti secoli, basta un colpo di occhio, a far da cavatappi, per stappare un Bramantino, e ritrovarlo incredibilmente novecentesco, con quel suo retrogusto un po’ decò, con quell’ atmosefera da metafisica dechirichiana, e certi corpi che, almeno in alcuni dipinti, sembrano levigati da Arturo Martini.
Il nodo della veste (particolare dal San Giovanni di Bramantino)
Avvolto in panni da samurai, o da jedi, e annodati in vita come un kimono, San Giovanni, massiccio come un Budda di pietra, alza lo sguardo al cielo, che ricade a piombo fra le nubi, in cerca del dettato divino per scrivere. Sul dorso delle mani e sulle pieghe dei panneggi passano piallate di luce che levigano le forme in nitidi passaggi di forme e sfumature.
Borraccia e conchiglie (particolare)
“E’ bellissimo il particolare della conchiglia con l’ inchiostro, neh?” mi aveva detto Elena, davanti al quadro: un piccolo particolare che giunge fragile e inaspettato fra le forme massicce dell’ Evangelista, dell’ aquila, delle piante, delle architetture e delle rocce. La conchiglia sembra uguale a quella dove naviga la Venere di Botticelli, ma non lo è. Somiglia di più a quelle dove vengono servite, nei ristoranti con menù a base di pesce, le capesante come antipasto o le vongole nella pasta: è piena di inchiostro, ma guardando la moda made in Japan di San Giovanni, mi chiedo se non sia invece colma, fino all’ orlo madreperlaceo, di sake: giusto un sorso bollente, appena versato dalla borraccia lì accanto.
Il piede destro del santo (particolare)
Io invece avevo notato il grosso piede sinistro del San Giovanni, che scalcia fuori, di scatto, dal panneggio, e par spezzare, come un colpo di karate, la dura staticità dell’ intero dipinto. Mi piace azzardar di vedere, in questo gesto del San Giovanni Evangelista di Bramantino, forse forzando un po’ le cose, un modo per rimediare alla statica e scomoda “fatica” di dover stare ore e ore seduto a scrivere. E forse anche per questo San Giovanni sta alzando sguardo e testa al cielo: non per accogliere l’ ispirazione divina, ma per sgranchire un po’ il collo taurino.
Daniele Crespi
"La cena di San Carlo Borromeo", 1627 (?), Milano, Santa Maria della Passione
Qui umiliata e decurtata da una pessima riproduzione fotografica, questa splendida opera di Daniele Crespi è ai primi posti delle mie preferenze fra le pitture del Seicento lombardo. Una delle immagini più belle, intime e commoventi che abbiamo del santo cardinale di Milano, rappresentato nel contesto di un ambiente dimmesso, tutt' altro che lussuoso, e immerso nella lettura meditata e commossa delle sacre scritture, evidentemente con riferimento evangelico alla Passione di Cristo, episodio richiamato anche dal crocefisso che, ahimè, qui non si vede, e che si trova sull' estrema destra del dipinto. Il pane e la brocca d' acqua, più che riferirsi ad un vero e proprio pasto alludono all' Ultima Cena e alla pratica del digiuno, a completare e sottolineare l' immagine d' umiltà di San Carlo Borromeo.
Fra gli illustri visitatori che nell’ Ottocento son capitati fra le carte e i volumi della Biblioteca Ambrosiana, si ricorda innanzitutto, per dovere di cronica letteraria e prestigio artistico, il giovane Byron, in sosta a Milano (dove arriva nell’ ottobre del 1816), a metà strada fra la Svizzera e Venezia , con forse metà del "Manfred" sbozzato su carta, e con l’ altra metà ancora, romanticamente, fra mente e cuore.
Bartolomeo Veneto
"Presunto ritratto di Lucrezia Borgia"
Tra la partenza elvetica e l’ arrivo lagunare Byron troverà ben poco per entusiasmarsi. Ma è proprio a Milano, nella Biblioteca Ambrosiana, a trovare un inaspettato motivo di gioia e di interesse: la corrispondenza amorosa fra Bembo e Lucrezia Borgia, e, in particolare, una ciocca di biondi capelli appartenuti alla famosa giovane sorella del Valentino, che, forse, è stata ritratta, in tutta la sua fama, in un brutto ma noto dipinto di Bartolomeo Veneto, dove sembra che qualcuno (un parente?) le abbia versato in testa una spaghettata poco cotta, e molto al dente, di fusilli a far da capelli. Scomodo dalla sua polverosa letargia uno dei volumi della “Storia dell’ Ambrosiana” per costringerlo a dirmi qualcosa. Dopo un lungo interrogatorio delle testimonianze bibliografiche e dopo una accurata esplorazione, pagina per pagina, delle sue interiora libresche, sono riuscito a trovare un ottimo intervento di Gianfranco Ravasi, che ci permette di avere un’ idea di come si è svolto l’ incontro fra Byron e la ciocca bionda di Lucrezia.
“Pur ammirando la biblioteca, egli [Byron] è del tutto irretito dai fili dorati dei capelli di Lucrezia Borgia e dalla sua corrispondenza amorosa col Bembo. Ecco la testimonianza del poeta inglese (nella versione di Cesare Cantù) in una lettera all’ amico John Murray, datata 5 ottobre 1816:«Fui alla Biblioteca Ambrosiana, bella collezione, ricca di manoscritti editi ed inediti. […] Quanto a me, che vo là alla buona, fui molto più pago d’ una corrispondenza qui conservata, tutta di lettere amorose ed originali, fra Lucrezia Borgia ed il cardinal Bembo. M’ inchiodai sopra quelle e sopra una ciocca di capegli da donna, oh che bei capegli! Fo conto di leggere e rileggere quelle lettere, e se posso per qualche onersta via, procurarmi alcuno di quei capegli. Mi son fatto promettere dal bibliotecario una copia delle lettere: sono corte, soavi, e quali appunto devono essere. V’ ha pure dei versi spagnoli della stessa».
Ciocca di Lucrezia Borgia, Milano, Pinacoteca Ambrosiana
“Il prefetto di allora, Pietro Cighera, assiste impotente a questa passione quasi feticistica, che genererà un vero e proprio mito romantico (si pensi alle due "Ballate della Vita e della Morte" che Algernon Charles Swinburne dedicherà a quella capigliatura), mito coltivato poi anche da Gabriele D’ Annunzio. Byron scrive ancora che quei capelli sono «i più biondi che si possono immaginare e che mai ho visti di così biondi». E il desiderio di possederne una reliquia è appagato, se è vero che tre settimane dopo scrive da Verona sempre a Murray di conservare appunto «come una reliquia» proprio uno di quei capelli. Molto meno romantico sarà il prefetto Bernardo Gatti che nel 1859 ironizzerà su un Byron «pazzo e vanitoso d’ aver furato dalla Biblioteca un capello della Borgia».”
Mi piace ritrovare in questa “passione quasi feticistica” byroniana per la ciocca dei capelli di Lucrezia Borgia un esempio interessante e significativo di certo gusto (e cattivo gusto) ottocentesco. Un gusto cresciuto inubbiamente nell’ esaltazione erudita per l’ arte e per la storia rinascimentale italiana, favorito, anche e soprattutto nel contesto culturale europeo, dai visitatori stranieri che ritrovano nel viaggio in Italia, come prima di tutto accadeva in occasione del “gran tour” già settecentesco, non solo una importante esperienza formativa, ma anche occasioni di ispirazione poetica e artistica. Un gusto che, d’ altro canto, può, seppure ingenuamente, scadere a cattivo gusto, come rivela l’ entusiasmo giovanile di Byron, risvegliatosi non al cospetto di un’ opera d’ arte italiana, (“moderna” come un dipinto rinascimentale o antica come un reperto archeologico sbocconcellato), ma per una ciocca di vecchi capelli biondi impolverati appartenuta a Lucrezia Borgia: un entusiasmo che degenera presto in feticismo, spingendo Byron stesso a volersi impossessare "onestamente" di questa pseudo-reliquia rinascimentale.
Mi preme però anche rilevare che questa manifestazione episodica di cattivo gusto e feticismo "erudito" byroniano non è necessariamente negativa: è interessante infatti tener presente, a questo punto, proprio le osservazioni di Ravasi, che evidenzia come questo episodio di esagerato entusiasmo giovanile, abbia in seguito generato "un vero e proprio mito romantico", che da Byron passa per Swinburne, fino ad approdare (e la cosa non mi sorprende) a D' Annunzio.
"Storia dell' Ambrosiana-L' Ottocento", edito da IntesaBci
Dal 1934, forse proprio a sigillare anche l’ interesse dannunziano per la capigliatura di Lucrezia, la ciocca bionda è conservata fra i cristalli molati di una piccola teca realizzata da Alfredo Ravasco, con base rettangolare in malachite, stelo in metallo e pietre dure, preziose o quasi, e ornata con piccoli fregi e decorazioni di gusto neo-rinascimentale, come ad esempio le due cornucopie cariche di frutti e foglie di smalto, oppure i medaglioni sospesi a pendente, con gli stemmi dei Borgia, raffiguranti l’ araldico bovino rosso, che si ritrovano anche fra le astruserie astrologiche e astronomiche degli appartamenti papali di Alessandro VI, papa Borgia e papà di Lucrezia, affrescati dal Pinturicchio, in Vaticano, tra il 1492 e il 1494.
Con una costola strappata da un post dedicato a Thomas Mann - un post ancora troppo lievitato e ancora poco digeribile per poter essere servito nel mio blog - ho cucinato un antipasto a base di Dorfles e Svevo, che ho ritrovato insieme, in un unico ingrediente libresco, fra le conversazioni del grande estetologo triestino pubblicate nel volumetto “Dorfles e dintorni”, edito da Archinto. Come alcuni già sanno, io ho una vera adorazione per Gillo Dorfles, e ben sapendo che ogni tanto la mia amica e collega di studi Elena viene a legger queste mie pagine, mi piace dedicare proprio a lei questo piccolo post, dal momento che proprio Italo Svevo primeggia fra i suoi scrittori preferiti.
Italo Svevo, ritratto fotografico con (mia) cornice kitsch
Flavia Puppo - Ti propongo un salto nel passato. Fino a Italo Svevo, per essere più precisa.
Gillo Dorfles - Sì, lo conoscevo bene, anche se all' epoca non avevo più di sedici, diciassette anni.
F.P. - Come lo conoscesti?
G.D. - Ero amico delle ragazze della famiglia e di altri che facevano parte dello stesso gruppo. C' erano Bobi Blazen e Leonor fini, la pittrice argentina che trionfò a Parigi.
F.P. – E Svevo come lo vedevi?
G.D. - Come un vecchio, benchè non avesse più di settant’ anni. Tutti lo chiamavano affettuosamente zio Ettore.
F.P.- Che altro ricordi di lui?
G.D.- Be’, era piuttosto impacciato ma arguto, con un testone enorme e occhi sporgenti e maliziosi.
F.P. – Ma oltre a essere lì, ti capitava di chiacchierare con lui?
G.D – Naturalmente. Eravamo diventati molto amici; tra l’ altro era contrario a che mi iscrivessi alla facoltà di medicina, come avevo intenzione di fare.
F.P. – Per quale motivo?
G.D. – Mi diceva che avrei dovuto seguire le mie vere passioni. E non sbagliava…
F.P. – Ti penti di aver studiato medicina?
G.D. – No, non me ne pento. Fu utile, anche se non ho mai esercitato la professione.
F.P. – Ricordi qualche aneddoto su Svevo?
G.D. – Subito dopo la guerra, scrissi un articolo che venne pubblicato dalla rivista “La Lettura”, intitolato “A Trieste è crollata una villa”. Lo scrissi dopo aver saputo che l’ avevano bombardata.
F.P. – Parlava della villa di Svevo ?
G.D. - Sì, Villa Veneziani, residenza di Svevo e a sua volta sede della fabbrica di vernici della famiglia Veneziani, vale a dire di sua suocera.
F.P. – E che cosa diceva l’ articolo?
G.D. – Descriveva la villa, il tipo di vita che vi si conduceva, e inoltre raccontava che fondamentalmente era una casa antiquata e di pessimo gusto, che il povero Svevo aveva vissuto in un contesto lussuoso, dove però era del tutto incompreso e che nessuno lo considerava un grande scrittore.
F.P. – La sua stessa famiglia non credeva nel suo talento?
G.D. – A dire la verità, lo trattavano solo come un genero. Lui era entrato nell’ impresa e doveva occuparsene.
F.P. – Ossia Svevo lavorava nella fabbrica di vernici.
G.D. – Sì, andava spesso a Londra per cercare clienti; era un dipendente come gli altri e lo si rispettava in quanto tale.
F.P.– Ma lui ne soffriva?
G.Dorfles, F.Puppo, "Dorfles e dintorni", Archinto
G.D.- Era molto innamorato della moglie, che era bellissima, e avevano una figlia meravigliosa… ma la sua attività di scrittore era visto come un hobby che gli faceva perdere tempo. Per questo, quando finalmente giunse il successo e cominciarono ad arrivare alla villa personaggi illustri, tutti ne rimasero sorpresi.
F.P.- Torniamo al tuo articolo.
G.D. – Be’, la verità è che suscitò l’ ira di tutti i suoi familiari.
F.P.- C’ era dell’ altro?
G.D. – Sì, conteneva particolari sui rapporti fra Svevo e i componenti della famiglia, soprattutto con il suo enigmatico cognato Bruno.
F.P. – E loro si arrabbiarono?
G.D. – Molto. Scrissero a mia madre una lettera durissima, in cui dicevano che quanto avevo scritto era una vergogna, che avrebbe dovuto punirmi severamente per il mio comportamento.
F.P. – E come si conclude l’ aneddoto?
G.D. – Male, perché io, che intrattenevo ottimi rapporti con le ragazze della famiglia, più o meno mie coetanee mi vidi obbligato a litigare, a prendere le distanze.
F.P. – Non gli passò?
G.D. – ci vollero vent’ anni perché riannodassimo l’ amicizia. E tutto perché avevo detto che i mobili della villa erano di un gusto spaventoso, che era “kitsch” e che il povero Svevo viveva chiuso in una specie di gabbia dorata.
F.P. – Come la pensi ora, dopo tanti anni?
G.D. – Be’, in parte ho cambiato idea. Anche se tutto quello che raccontavo era vero, ero presuaso che quell’ ambiente fosse nocivo all’ opera letteraria di Svevo. Oggi credo che soprattutto “La coscienza di Zeno” sia in debito con quello stesso ambiente di passioni nascoste e conflitti di interesse, con quella dicotomia tra mondo letterario e famigliare. Villa Veneziani era strettamente legata al commercio, alle convenzioni mondane, ma è stata anche il fondamento di un’ opera come quella di Svevo.