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Non ho ancora visto "Non bussare alla mia porta" di Wim Wenders, ultimo film di questo regista che fino a pochi anni fa apprezzavo molto. Qualche anno prima Wenders aveva girato un altro film dedicato agli Stati Uniti, "La Terra dell' Abbondanza", realizzato "a caldo" dopo gli attentati alle Twin Towers di New York. Credo sia utile vedere entrambi questi film e provare a metterli in relazione fra loro, e tenendo anche conto anche che sono film "americani" di un regista europeo.
Wim Wenders, "Non bussare alla mia porta"
... Villa Malaparte, di A. Libera (dal1939)
D. Kamp, L. Levi, "Dizionario Snob del Cinema", Sellerio
Visto stamane in Feltrinelli, e mi ha entusiasmato con quel particolare tratto da un' opera pop di Rosenquist, intitolata "Joan Crawford says...", e che è a sua volta ricavata dalla copertina di una rivista rosa americana dell' epoca. E il contenuto? Chissenefrega, lo comprerò solo per la copertina... e poi non credo che sia un brutto libro da leggere...
Oggi non son riuscito a scrivere granchè... Evabbè... Tanto per mettere qualcosa di nuovo, qui sul blog, ma una volta tanto qualcosa di "non mio", copio un passo suggestivo tratto da "Le Porte Regali", un saggio dedicato alla icona, di padre Pavel Florenskij.
Chi? Per saperlo, vi metto qui di seguito qualche informazione biografica che copio dal retro di questo suo saggio, pubblicato in Italia da Adelphi.
Pavel Florenskij, "Le Porte Regali", Adelphi
"Nato nel 1882, fucilato nel 1937 dopo essere stato deportato nell' estremo Nord della Russia, Florenskij è una soggiogante figura di mistico, filosofo, matematico e teologo, quale poteva apparire soltanto in quella prodiga fioritura di genialità che si ebbe in Russia nei primi anni di questo secolo."
E ora, ecco il passo che vi ho annunciato. Buona lettura.
"In realtà non è forse immediatamente ovvio che i suoni della musica strumentale, anche quelli dell' organo, come tali, cioè a prescindere dalla composizione dell' opera musicale, non possono inserirsi nella liturgia ortodossa? Questo dato immediato del gusto, immediato a parte le considerazioni teoriche, non collima in coscienza con lo stile liturgico stesso, turba la circolare unità della liturgia, perfino se considerata come semplice manifestazione artistica o sintesi delle arti. In realtà , non è forse immediatamente ovvio che questi suoni come tali, ripeto, sono troppo lontani dalla limpidezza, dalla «intellettualità», dalla filologia della meditativa liturgia della Chiesa Ortodossa, perché la loro materia sia utilizzata nella sua arte sonora? In realtà immediatamente non si avverte forse che il suono dell'organo è troppo indugiante, troppo vischioso, troppo lontano dalla trasparenza, dalla cristallinità, troppo legato al non luminoso fondo dell'umanità qual è nella sua presente condizione, nella sua naturalità, perché si possa usare nelle chiese ortodosse? E adesso non valuto in generale, ma considero soltanto l' unità stilistica, se essa lo accetti o lo respinga, non è affar mio.”
Jan e Hubert Van Eyck
"Gli Angeli suonatori", pannello dell' Altare dell' Agnello Mistico
"Ma stai parlando del suono, mentre hai cominciato parlando della materia delle arti figurative.La nostra conversazione, come ricordi, riguarda particolarmente la pittura di icone"
"E' perfettamente giusto; ma non ho trattato a caso del suono. Permettimi di concludere, anche tu ora comprendi perché il mio pensiero ha fatto questa divagazione. Sicché, parliamo dell'organo."
"E' uno strumento musicale essenzialmente legato ad un periodo storico , sviluppatosi a partire da ciò che chiamiamo Rinascimento culturale.Parlando della cattolicità, comunemente si dimentica che è tutt'altro la Chiesa d'Occidente prima e dopo il Rinascimento, che nel Rinascimento la Chiesa d'Occidente subì una grave malattia, dalla quale uscì dopo avere parecchio perduto e benché acquistasse una certa immunità, tuttavia rimase deformata la struttura stessa della vita spirituale, e rimane una grossa questione come avrebbero valutato la cattolicità post-rinascimentale i rappresentanti medievali dell' idea cattolica. Sicché la cultura occidentale procede da un cattolicesimo restaurato ed è essa che si è espressa nel campo dei suoni per mezzo dell'organo; non a caso la fioritura della costruzione d'organi ebbe luogo nella seconda metà del XVII e nella prima del XVIII - un tempo che espresse soprattutto, soprattutto svelò l' essenza intima della cultura rinascimentale. Perciò voglio non suggerire un' analogia, no, voglio stabilire un nesso più profondo e impegnativo."
"Un nesso fra il suono dell'organo e i colori ad olio?"
Jan e Hubert Van Eyck
"Altare dell' Agnello Mistico"
"Hai indovinato.La stessa consistenza dei colori a olio ha un rapporto intimo con il suono oleoso-vischioso dell' organo, e il tocco grasso e la succulenza dei colori della pittura a olio sono strettamente affini alla succulenza della musica organistica. E questi colori e suoni sono terreni, carnali. Storicamente la pittura a olio si sviluppa infatti quando nella musica fiorisce l' arte della costruzione degli organi e il loro uso. Indubbiamente la scaturigine dei due generi di cause materiali si trova in un' unica radice metafisica, perché entrambe si fondano sulla stessa concezione del mondo, pure in sfere diverse". ( Pavel Florenskij, in "Le Porte Regali-un saggio sull' icona", Adelphi )
Giovan Battista Moroni
"Il Cavaliere in Rosa", 1560, Bergamo
Quando sento parlare del "Rosenkavalier" di Richard Strauss mi viene sempre in mente questo ritratto maschile di Giovan Battista Moroni, conosciuto appunto come "Il Cavaliere in Rosa" per lo straordinario color crudo di carne dei suoi abiti. Mi piace segnalarvi che Moroni è stato allievo di Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, ovvero l' autore del bellissimo ritratto di Fortunato Martinengo che ancora si tedia e annoia nel mio precedente "intervallo pittorico".
A volte, fra i piccoli incarichi domestici che mia madre mi assegna, come apparecchiare il tavolo, svuotare la lavastoviglie, o buttare la pattumiera, s’ incastra l’ obbligo di dover mettere a posto la mia libreria: impresa impossibile e noiosa, ma che a volte mi permette di ricordarmi di libri, che, sepolti da tempo fra gli scaffali, avevo quasi dimenticato. Anche se non sempre il ricordo è piacevole, come quando riconosco fra le mie mani il manuale di un esame che ho detestato, un romanzo che non mi è piaciuto, oppure, e forse peggio, un libro ancora intonso, comprato, mai letto, e rimasto lì immobile per anni. Ma in particolare c’è un’ altra cosa , nella mia libreria, che a volte torna tristemente alla luce: sparso su fogli di carta spiegazzati, scritti a matita, infilati alla rinfusa fra i manuali di letteratura, di estetica, di storia dell’ arte, c’è un mio romanzo mancato, e dimenticato non tanto per caso, o per distrazione della memoria, ma per imposizione: un libro fallito che, in modo quasi paradossale, ho dimenticato perché, involontariamente, desideravo dimenticare.
Caspar van Wittel
"Veduta di Roma"
Era un romanzo con titolo, personaggi, trama e finale. Ma il suo posto, la sua destinazione, a parte qualche suo scarto, non è stata la carta: dove è nato, è morto, sepolto nella mia testa. E nella mia testa si è fatto polvere: polvere che forse impolvera ancora qualche proteina mnemonica, perchè riesco ancora a ricordarmi che si intitolava “Zolfo”, che era ambientato a Roma, e che voleva essere una sorta di autobiografia. Perché allora pensavo che un libro è veramente autobiografico quando il suo autore racconta come vorrebbe essere, e non come, in realtà, è veramente. Ma fra chi sono ora e chi immaginavo di poter essere, si sono intrufolate tante cose: la lettura di Proust, l’ interesse verso l’ arte contemporanea, i libri di Dorfles. E l’ intiepidirsi delle passioni, stemperate nel disgusto verso troppe cose che, accadendo attorno a me, sembrano assediarmi. Cosa sarebbe successo se, invece di morire fra la carta e le dita, questo mio romanzo fosse sopravvissuto fino ad oggi? Cosa sarebbe successo se fossi riuscito a completarlo e a pubblicarlo? E per di più, cosa sarebbe successo se, per chissà quale incantesimo, fossi riuscito a pubblicarlo con un grande editore, come Adelphi ?
Finta copertina del mio romanzo mancato, intitolato "Zolfo"
Immagino di vederlo riempire le vetrine delle librerie, con una copertina azzurra, con il mio nome, il suo titolo in maiuscolo, e la riproduzione di una veduta di Roma dipinta da Van Wittel, il padre di Vanvitelli, con quelle nuvole spruzzate di giallo, che sembrano nubi di zolfo … Ma, tutto questo, se fosse veramente accaduto, mi avrebbe davvero fatto felice? La risposta è no. No, perché questo romanzo, se fosse stato completato per davvero, tanti anni fa, oggi non corrisponderebbe più a quello che sono: sarebbe stato "contro" quello che ora sono, e sarei io stesso a rigettarlo, per intero, come un organo che non mi appartiene. E se oggi fosse accatastato nelle vetrine, entrerei a grandi passi nelle librerie, magari ricevendo tutti i falsi sorrisi che spettano ad un pessimo scrittore di successo, e scansando le richieste di autografi, salterei nelle vetrine, e prendendole, stritolandole una ad una, getterei per terra tutte le sue copie.
Caspar van Wittel
"Castel Sant' Angelo visto da sud"
Se tutto questo fosse accaduto, forse ora avrei smesso di scrivere. La sopravvivenza, l’ esistenza in vita di “Zolfo”, avrebbe certificato la morte della mia scrittura. Allora, quando tentavo di scrivere questo romanzo, esistevo altrove. Esistevo disperdendo il mio tempo in giornate trascorse, per ore, a passeggiare senza meta a Milano, nel solo guardare le cose: nell’ accontentarmi di guardare le cose dietro le vetrine o le opere d’ arte nei musei. Ora che le cose sempre più brutte che scintillano dietro il costoso lusso dei negozi mi sono sempre più indifferenti, ora che le opere d’ arte nei musei hanno smesso di dare qualcosa e hanno cominciato, insistentemente, a chiedere, ho smesso di esistere nell’ altrove di un tempo, per esistere in un altro altrove: per esistere, per adesso, nella scrittura.