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giovedì, 30 novembre 2006
Vorrei, vorrei ...

 ... vivere in questa simpatica casa-fungo !

Postato da: oyrad a 11:13 | link | commenti (8)

mercoledì, 29 novembre 2006
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 Paul Morand, "Chanel", Novecento

"Bisogna parlare della moda con entusiasmo, ma senza demenza; e soprattutto senza poesia, senza letteratura. Un vestito non è una tragedia nè un quadro; è una deliziosa ed effimera creazione, non un' opera d'arte eterna."
Questo dice Coco Chanel nel capitoletto "Sulla moda" che quasi va a chiudere le pagine di questo libro di Paul Morand, nato da conversazioni d' albergo con la grande stilista. Non è solo una biografia di Chanel, e non è soltanto un libro sulla moda: è, per lo più, una confessione a volte anche insincera, con omissioni, falsità, e con qualche cattiveria che scappa qua e là a stilizzare, in pochi tratti, tanti personaggi che Chanel ha conosciuto, da Misia a Picasso, da Stravinskij a Cocteau, in un' epoca ancora "felice" ritagliata tra le due guerre mondiali, a Parigi.

Postato da: oyrad a 14:17 | link | commenti (6)
libreria

Fino all' osso

Il velluto rosso scivola carezzevole, sotto le dita, sul corrimano della scalinata del Museo Poldi-Pezzoli , per accompagnarmi, fino all' ultimo gradino, alle sale superiori.
Il parquet scricchiola sotto le scarpe mentre attraverso i corridoi velocemente, in cerca di una sala che, nonostante tutte le mie precedenti visite, non ricordo ancora dove sta.


 Scalone del Museo Poldi Pezzoli a Milano

Davanti agli occhi mi passano, veloci, capolavori che, uno ad uno, meriterebbero ore di attenzione. Ma non oggi. Ecco, l' ho trovata, finalmente, la "sala del Ghislandi": ed ecco il "Ritratto del Cavaliere dell' Ordine Costantiniano", il dipinto forse più famoso del grande pittore bergamasco.

 Vittore Ghislandi (Fra' Galgario)

"Ritratto di Cavaliere dell' Ordine Costantiniano", Milano, Museo Poldi-Pezzoli

Subito noto la luce che scivola sul panno azzurro dell'abito, sporcandolo di bagliori chiari. Nei nodi dei ricami si raggruma , raccogliendosi, la consistenza della pittura, che mi sembra di poter sentire, soltanto a guardarla, sulle mie stesse dita .
Ma aspettiamo, ora, ad andare avanti : non posso più far attendere Longhi, che anche qui, e specialmente qui, non può fare a meno che tornare, per dirci, a modo suo, la sua.
Smonto un pezzo longhiano dal catalogo della ormai mitica mostra dedicata a "I pittori della realtà in Lombardia", tenutasi a Palazzo Reale nel 1953, e lo aggancio qui, a interrompere il mio racconto e la mia descrizione .

"Ho sentito spesso dire distrattamente che il Ghislandi eccelle nel ritratto di parata, ma sarebbe già fraintenderlo. Certo, avviato il nuovo secolo e alteratosi da tempo il costume, di spagnolo in francese, cresciute le gale, le sciarpe, le parrucche, il paolotto Ghislandi vede anche queste e se ne vale; ma con che sprezzatura, con che genio, con che insolenza, vorrei dire!"

 Catalogo della mostra longhiana "I pittori della realtà in Lombardia", 1953

" Anche dentro codeste fioriture più sonanti che  mi rammentano, non so perché, la grande musica veneziana del tempo, il Ghislandi guarda i suoi modelli, le sue "tetes de caractère"(come già si chiamavano in Francia) con la stessa fedeltà dello stesso Moroni (ch' egli copiò più di una volta per utile esercizio) ma con nuovo estro e sapore perché ora le asperge di cristalli di sale rembrandtiano (sapeva scegliersi i suoi eroi, il Ghislandi!); e con nuovi miracoli di ottiche invenzioni", s'egli riesce a trasporre, sulle crespe fitte delle sciarpe, o sul traforo picchiettato dei merletti, il tocco, tra musicale e matematico, dei nuovi vedutisti veneti".

Ora che Longhi, con quel che ha detto, ci ha già dato molto ( forse già troppo ! ), guardiamo in faccia il ritratto : c'è un' inquietudine nel volto, quasi la coscienza di un venir meno, della vita e della carne, appena sotto la pelle . Imbustato in un'armatura di latta e incartato nei lacci e nei fiocchi d' un abito d' ostentata fierezza, la consunta epidermide del volto s' imborsa flaccida sotto il peso degli occhi, sciogliendosi lentamente, come tiepida cera . Le labbra livide s'incollano fra loro,in un' unica fiacca violacea, occludendo il respiro : il cavaliere sembra morirci davanti, per smettere, una volta per tutte, di essere uomo, e reincarnarsi, per sempre, nell'eleganza madida di luce, ma secca di vita, dei suoi abiti. Saltelliamo più giù, nel testo longhiano, e leggiamo ancora.

"Peccato che Voltaire o Diderot non venissero a sapere, oltre che del Goldoni, anche del Ghislandi (solito mal destino della pittura che non "va per le stampe"); chè proprio il Ghislandi, e in anticipo su tutta Europa (egli morì presto, nel 1743), ci lasciò una così completa galleria di "honnetes hommes" che solo Diderot avrebbe potuto commentare."

 Jean Baptiste Pigalle


"Ritratto scultoreo di Voltaire", Parigi, Museo del Louvre

Ecco, basta nominare Voltaire, e mi viene in mente il suo ritratto scultoreo realizzato da Pigalle dove la nudità cascante del corpo ormai invecchiato di Voltaire contrasta vivacemente con il volto sereno : avevo studiato quest' opera sul "Neoclassicismo" di Honour, un libro di qualità a mio parere discutibile, e in qualche modo sfidato e sconfitto dall' invincibile "Gusto neoclassico" di Mario Praz.

 H.Honour, "Neoclassicismo", Einaudi

 M.Praz, "Gusto neoclassico", Saggi BUR

 

La nuda decadenza "eroica" del Voltaire di Pigalle è il miglior antidoto a quel siero fatale che sembra aver infettato il corpo, e forse anche l'anima, del nostro cavaliere dell' ordine costantiniano .
Questo dipinto del Ghislandi, questo ritratto d' esibita mortalità,  mi ha fatto venire in mente, meccanicamente, certi soggetti macabri tipici del bergamasco, anch'essi del XVIII secolo .

Penso, ad esempio, ai "Macabri" di Paolo Vincenzo Bonomini, conservati, appunto a Bergamo, nell'abside della chiesa di Santa Grata inter Vites, che già conoscevo, e che ho rivisto qualche mese fa, in TV, in una puntata di PasspARTout di P. Daverio .
Accontentiamoci di leggere, in una ricca scheda de la "Pittura a Bergamo-dal romanico al neoclassicismo", queste poche parole:

 Paolo Vincenzo Bonomini

Tre dei sei "Macabri" conservati a Bergamo, in Santa Grata inter Vites


"I sei pannelli ( tre dei quali vi propongo in foto a colori ) , menzionati da una ricca bibliografia e oggi sistemati nel coro della parrocchiale, costituivano in origine l' apparato di un catafalco che si allestiva nelle ricorrenze dedicate alla commemorazione dei defunti."

Ed è interessante osservare come, in questi costumati scheletri coperti di vesti, la morte, ormai passata, come un qualcosa da lasciarsi alle spalle, o da riderci sopra, diventi un ironico divertissement.
Divertimento, sul più "serio"dei temi, che ritorna anche in altri macabri anonimi che ho visto, dal vivo (si fa per dire!) al Museo Bernareggi, ovviamente, a Bergamo : e che, ancora ovviamente, ritornavano anche nella trasmissione di P. Daverio .

 Anonimo pittore bergamasco

"Figura macabra", XVIII secolo, Bergamo, Museo Bernareggi

Interrompiamo qui quel "vivere nella morte", quel "living in death" , che anima il dipinto del Ghislandi. Interrompiamo la morte del cavaliere dell' ordine costantiniano : finchè gli teniamo gli occhi addosso, non farà altro che lasciarsi morire. Togliamo il disturbo, lasciamo la sua sala : non morirà oggi, sarà per un' altra volta . Dovrà aspettare. Lasciamolo al suo posto. E rimettiamo al suo posto anche la fama di Vittore Ghislandi, il Fra'Galgario, affidandoci ancora a Longhi, per concludere .

"... il posto è quello del maggior ritrattista del Settecento, non in tutta Bergamo, ma in tutta Europa."

 

Postato da: oyrad a 08:32 | link | commenti (1)
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domenica, 26 novembre 2006
Intervallo pittorico: Pietro Longhi

 Pietro Longhi

"Lo svenimento", 1744 circa, Washington, National Gallery of Art

Deliziosa opera di Pietro Longhi, piacevole pittore del settecento veneziano, rannicchiato più in una osservazione ironica delle quotidianità aristocratiche che perso nelle gloriose e sterminate volte di Tiepolo. Nel dipinto il racconto c'è tutto, cosparso nei piccoli particolari sparsi nella stanza:
il cappello sul divano, il tavolino rovesciato, con le carte scompigliate, il cuscino a reggere la fragile testa di porcellana della piccola e pallida dama. L' accaduto irrompe improvviso nella vita serena e carnevalesca di questo gruppo di damine e cicisbei in un interno veneziano.
Poi tutto tornerà alla normalità: sul tavolino le carte torneranno a giocare, le conversazioni e le eleganze torneranno a scandire i giorni e le notti. (Oyrad)

Postato da: oyrad a 19:34 | link | commenti (14)
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Stazione di Firenze

"Sono andato, nelle ultime due settimane, due volte a Firenze: una volta arrivando da Milano, un'altra da Roma. Sempre in treno. E chi arriva in treno si trova di fronte sempre lo stesso spettacolo, un' immagine simbolica di Firenze, l'abside nuda di Santa Maria Novella."

 Giorgio Manganelli

”Per chi viene da Milano, Firenze appare una città irta e compatta, non ha nulla della generosità delle strade efficienti e generiche di Milano; per chi viene da Roma, città frammentata e disarticolata, Firenze appare di una mostruosa centralità; in ogni caso, chi viene dalla grande città non  può avvertire la pressione che esercita questa trama di luoghi, fitta e coerente e conflittuale come in nessun’ altra città italiana; forse, un tessuto che non ha l’ eguale al mondo.” (Giorgio Manganelli, “La Favola Pitagorica”, Adelphi)

 Giorgio Manganelli, "La Favola Pitagorica", Adelphi

Immagino Manganelli scendere dal treno, uscire dalla stazione - magari dopo un caffè - e trovarsi davanti l'abside di Santa Maria Novella: poi girarsi, e, forse togliendosi il cappello per farsi aria, o usando una mano per ripararsi dall' impalcabile sole fiorentino, gettare un'occhiata alla stazione di Giovanni Michelucci. Cosa avrà pensato , guardandola ? Qui non è scritto.
La stazione scompare al confronto dell'abside di Santa Maria Novella: quell' " abside nuda", contrapposta alla preziosa facciata di Leon Battista Alberti, sembra sgusciar fuori da una delle architetture più famose della storia dell'arte, come un gluteo sul retro di una preziosa veste ricamata.

 Giovanni Baldwin

"La stazione di Firenze"

Guardando la stazione di Michelucci, in foto, mi ha sempre fatto pensare ad un grosso proiettore di diapositive, con quel suo grande finestrone, simile alla presa d'aria, dietro il quale mi piace immaginare una gigantesca ventola di raffreddamento: un proiettore che riproduce, davanti ai passeggeri e ai turisti in fuga verso la città, l'abside di Santa Maria Novella.

 Leon Battista Alberti

Facciata di Santa Maria Novella

Forse, appena usciti dalla stazione, lo spettacolo che ci viene offerto non ha più nulla di vero, ma  è solo l'immagine proiettata di una diapositiva: e diventa immediato chiedersi "Ma, tutto questo ... è veramente Firenze ?" Forse no: forse la città che vediamo oggi è soltanto un' immensa proiezione di se stessa, un enorme falso spettacolo ricavato soltanto da un'unica autentica diapositiva: la bellezza della sua arte, che, nonostante tutto - nonostante il traffico, le masse di turisti, le code agli Uffizi, le insegne al neon, le caterve kitsch di souvenir - ci viene ancora incontro e già sembra salutarci, appena fuori dalla stazione, con la sua migliore chiappa architettonica.

Postato da: oyrad a 16:47 | link | commenti (2)
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sabato, 25 novembre 2006

 Il blog di Oyrad

Postato da: oyrad a 16:17 | link | commenti (17)
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