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visitato *loading* volte
Ero seduto sul tram, in fondo, dove di solito c’ è meno gente. Mi trovavo a Milano per studiare, per fare un po’ di shopping, o forse solo così, tanto per passare un pomeriggio in centro. Non ricordo: l’ unica immagine nitida che mi resta di quel giorno è una locandina pubblicitaria dedicato all’ arrivo in città de “L’Annunciata” di Antonello da Messina. Era allacciata con uno spago ad un sostegno tubolare del tram. Ogni volta che alzavo lo sguardo dal finestrino la guardavo distrattamente, come uno sconosciuto che mi parlava, ma senza ascoltare quello che aveva da dirmi. Poco prima di alzarmi per scendere alla solita fermata, avevo letto le date indicate sulla locandina. Il dipinto di Antonello non era più a Milano: era ormai ritornato a Palermo già da qualche settimana, e io non avevo fatto in tempo a rivederlo.
Antonello da Messina
"L' Annunciata", 1476, Palermo.
“L’ Annunciata” si trovava a Roma quando l’ ho vista per la prima e unica volta: era ospite delle Scuderie del Quirinale, dove era stata allestita la mostra dedicata ad Antonello da Messina datata ad un paio d’ anni fa. I suoi dipinti si erano ritrovati tutti insieme, quasi un ricongiungimento di famiglia fra parenti lontani che s’ incontrano, dopo molti anni, con la scusa d’ un matrimonio o un funerale: e allora era stato inevitabile fare confronti, come tra fratelli e cugini, vecchi e giovani, per poi accorgersi del tempo che passa e di come cambiano le cose. Persino i capolavori della pittura, precipitati nel vorticoso ritmo dei tempi moderni, viaggiano veloci per mezzo mondo: e prima o poi un restauro ci scappa, anche se non sempre ben fatto, anche se non sempre necessario. Così i dipinti cambiano sempre più in fretta: ringiovaniscono, si fanno fotogenici per gli scatti destinati ai cataloghi e alle cartoline; nella speranza di essere ricordati così, come più o meno potevano essere secoli fa, con addosso colori ancora freschi.
Catalogo Silvana della mostra dedicata ad Antonello da Messina
Il “San Sebastiano”, dopo un trattamento lifting fatto in Francia, arrivava a Roma pallido, smagrito e restauratissimo. Il “Ritratto Trivulzio” della Sabauda di Torino (chissà dov’ era stato!) si faceva rivedere più giovane di centinaia d’anni, ma con un occhio più grande dell’ altro - come Paris Hilton. Faticavo a riconoscere, nei due dipinti che mi ritrovavo davanti, i capolavori che così tante volte avevo visto sulle pagine dei miei vecchi libri: ma quale sollievo nel rivedere il “San Benedetto” del Castello Sforzesco, ancora avvolto nel candore burbero della vecchiaia. A lungo ero rimasto a guardare il “Cristo alla Colonna” del Louvre; e ancora adesso spero che a nessun restauratore venga in mente la sciaguratezza di lavargli i capelli.
All’ uscita dalle scuderie, riparandomi con una mano dal sole che si rifletteva sul Quirinale, pensavo alle cose che mi sarebbe piaciuto vedere nei giorni contati della mia ultima vacanza romana. Volevo andare al cimitero a-cattolico, anche soltanto per rendere omaggio a Keats, o alla casa-museo di Mario Praz in via Zanardelli, dove veniva proposta una piccola esposizione di squisiti acquerelli d’ interni tra Sette e Ottocento. Ma erano posti forse troppo funerei per i miei accompagnatori: al cimitero Giuseppe avrebbe cominciato a polemizzare ad alta voce contro tutte le religioni del mondo, molestando la romantica quiete del luogo - e la mia pazienza. A casa di Praz Elena si sarebbe messa a correre annaspando fra le stanze, alla ricerca di una finestra aperta dove affacciarsi e farsi aria, per non soccombere alla soffocazione di tutta la roba Impero collezionata dal celebre anglista.
Carlo Scarpa
Una delle immagini più suggestive dell' allestimento per la mostra di Antonello da Messina del '53
Non ricordo molto dell’ allestimento che ha ospitato la mostra di Antonello a Roma, ma riesco a immaginare ancora “L’ Annunciata” di Palermo sulla parete di fondo della grande sala al piano inferiore - da dove, senza darlo a vedere, sembrava tenere sotto controllo tutti i visitatori. Quando arrivò il mio turno per poterla guardare, e per ricevere l’ omaggio della sua bellezza, mi sforzai di non pensare a quanti sguardi l’ avessero sfiorata nel corso dei secoli: chissà quanti osservatori, zittiti dal gesto della sua mano appena alzata al di sopra del leggio, avevano sperato di incontrare i suoi incantevoli occhi sfuggenti, ma senza riuscirvi.
Carlo Scarpa
La sala consiliare con le due versioni de "L' Annunciata", rispettivamente a Monaco e Palermo
Antonello era stato molto meglio a casa sua, a Messina, quando vi era tornato nel 1953 in occasione della prima grande mostra a lui dedicata, magnificamente allestita da Carlo Scarpa nelle sale di Palazzo Zanca. Vediamo di metter qui qualcosa su questa storica esposizione: vado a prendere “Musei Effimeri” di Anna Chiara Cimoli, un volume pubblicato da Il Saggiatore dedicato ad alcune significative mostre italiane organizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento:
«La mostra su “Antonello da Messina e la pittura del Quattrocento in Sicilia” è stata, per l’ Italia del dopoguerra, un episodio importante tanto per la straordinaria qualità dell’ allestimento di Carlo Scarpa, quanto per la rilevanza culturale dell’ evento: per la prima volta erano allineate ventisette opere antonelliane e centocinque dipinti di artisti siciliani, che contribuivano a ricostruire il clima artistico e la trama delle filiazioni di un capitolo della pittura quattrocentesca all’ epoca ancora poco esplorato».
L' ingresso di Palazzo Zanca a Messina in occasione della mostra di Antonello
«Messina, città defilata dai circuiti culturali e artistici internazionali, conosce nel periodo di apertura della mostra (la cui chiusura viene prorogata di due mesi per il grande successo) uno straordinario andirivieni di intellettuali, storici dell’ arte, scrittori e giornalisti che ammirano le opere e, con esse, il loro allestimento. Le belle pagine del “Viaggio in Sicilia” di Bernard Berenson trasmettono intatto il sapore del faticoso percorso e del difficile approdo, ma anche la meraviglia di fronte alle opere, il piacere della conferma di alcune ipotesi storiografiche, il gusto dello scambio intellettuale con i curatori della mostra e con gli storici dell’ arte che intorno ad essa vanno definendo, in quegli anni, un nuovo profilo storiografico del Quattocento siciliano».
Anna Chiara Cimoli, "Musei Effimeri", Il Saggiatore
Fra gli storici dell’ arte accorsi a Messina non poteva certo mancare Roberto Longhi, in visita alla mostra assieme alla moglie Anna Banti: ho trovato una piccola riproduzione fotografica che documenta la visita dei due coniugi nel volume “Carlo Scarpa. Mostre e musei 1944-1976 - Case e paesaggi 1972-1978”, catalogo dell’ omonima esposizione organizzata nel 2000 fra Verona e Vicenza. Come vedete la scansione della fotografia non è venuta un granchè; perché l’ ho dovuta fare in fretta e furia, con lo scanner portatile, utilizzando la copia di questo libro che ho trovato nella biblioteca del mio istituto di storia dell’ arte. E a questo punto mi tocca confessare che non possiedo neppure uno dei tanti, bellissimi testi dedicati all’ architettura di Scarpa: qui in casa ho solo sparute illustrazioni pubblicate qua e là.
Anna Banti e Roberto Longhi in visita alla mostra
Forse la più interessante è una fotografia della “Tomba Brion” riprodotta in una pagina del “Su Mantegna I” di Giovanni Agosti, dove si vede il laghetto di ninfee che lambisce i moduli in cemento armato del complesso monumentale, accostata al particolare con lo stagno della “Minerva che scaccia i Vizi dal Giardino della Virtù” di Mantegna. Ma per adesso metto da parte questa fotografia, che potrà saltar fuori soltanto molto più avanti, quando avrò messo sui miei scaffali qualcosa su Scarpa; come il volume Electa dedicato all’ “Opera omnia” dell’ architetto, curato da Francesco dal Co e Giuseppe Mazzariol, arrichito con una scelta di interpretazioni critiche proposte da Giovanni Carandente, Bruno Zevi, Ignazio Gardella e tanti altri. Restiamo dunque a Messina, a guardare le sale della mostra in alcune delle splendide fotografie in bianco e nero riprodotte nel libro di Anna Chiara Cimoli. E lasciamo che sia ancora lei a far “da cicerone”:
Carlo Scarpa
Veduta delle plissettature usate nell' allestimento, e delle particolari soluzioni adottate per le porte
«Tutti gli ambienti dedicati alla mostra vengono rivestiti di calicot bianco – chiamato a Venezia, meno aulicamente, “cencio della nonna” – fatto tessere per l’ occasione e poi tinto con il tè per ottenere una tonalità più calda. Il tessuto è fissato a un telaio metallico montato in opera, forgiato, come i pannelli dei dipinti, da artigiani del luogo. Questo paramento drappeggia tutti i locali della mostra, vestendo e alleggerendo le pesanti strutture dell’ edificio, analogamente a quanto già proposto da Scarpa per la prima volta nelle sale dedicate a Martini, i Metafisici, Campigli e De Pisis alla Biennale del 1948, e poi in numerosi allestimenti successivi».
Il momento più alto dell’ allestimento di Scarpa si toccava nella sala consiliare del palazzo, riservata alle opere d’ autentica autografia antonellesca. Continuiamo ad ascoltare la nostra guida, con la quale ci caleremo nei dettagli inaspettati di questa sala, per comprendere fino a che punto si è spinta la squisitissima sensibilità di Scarpa.
Carlo Scarpa
La sala consiliare con le opere d' autentica autografia antonellesca
«I teli di calicot plissettato scendono a terra a sagomare una piramide tronca; il pavimento, diversamente dagli altri locali, è rivestito di feltro chiaro. L’ intuizione più alta consiste nella collocazione della “Pietà Correr” su un sostegno che stacca appena l’ opera da terra, a suggerire un punto di vista dall’ alto verso il basso. Altrettando commovente è la scelta di collocare la “Crocifissione” di Sibiu (poi a Bucarest) in prossimità della finestra orientata verso il mare, lasciando che i visitatori mettessero a confronto lo scorcio messinese raffigurato nel quadro con quello, vivo e palpitante, che si apriva davanti ai loro occhi».
Carlo Scarpa
La sala consiliare con le opere d' autentica autografia antonellesca
«Sublime tocco di raffinatezza, la luce del lato settentrionale è filtrata da un telo di seta rosa, quella del lato meridionale da uno azzurro, entrambi invisibili poiché nascosti dai teli di stoffa bianca plissettata. “La luce mediterranea” ricorda Giovanni Carandente “trapassando le cortine seriche s’ infrangeva sulle oblique pareti di calicot per riattraversarle divenendo acquea e iridescente come un opale”».
Mi chiedo se le finestre di Palazzo Zanca, velate di calicot intinto di tè, venissero lasciate aperte: come ad esempio era successo nell’ estate del 1951 a Palazzo Reale, a Milano, durante la grande mostra del Caravaggio; quando arrivava gente a non finire, fino a notte inoltrata, a vedere quasi tutte le tele del Merisi esposte insieme per la prima volta – un evento che oggi, con la complicità dei più svariati vincoli conservativi e museali, non può più accadere. Quanto sarebbe stato bello vedere le velature di calicot gonfiarsi all’ improvviso soffio d’ una folata di vento venuta dal mare; anche soltanto a causa della semplice distrazione d’ un custode che, avventurandosi dietro le plissettature di Scarpa, avrebbe potuto aprire un po’ le finestre per far andar via il caldo.
Pulp, "This is hardcore", singolo dall' album "This is hardcore" del 1998
Inauguro il mio primo intervallo musicale con questo eccellente video dei Pulp: una squisitissima ricostruzione citazionistica del cinema hollywoodiano fra anni '40 e '50, qui proposta come deliziosa "antitesi" al testo della canzone cantata da Jarvis Cocker. Assolutamente incantevoli le scene "da musical" della parte finali, con le coreografie costruite quasi soltanto sui movimenti coordinati dei ventagli in piume di struzzo. Splendida la presenza dell' attrice bionda che interpreta - compito non facile - la grandissima Lauren Bacall. Insomma, sento di poter dire che questo video è un capolavoro: e credo che potrebbe anche incontrare il gusto sublime e sofisticato del sommo ConteNebbia, al quale dedico questo mio primo "spettacolo". E' anche grazie al suo blog, e in particolare a Stevemcqueen, che ho finalmente imparato a postare i video di YouTube.
Oltreoceano, a Washington, è conservato il "Giovane gentiluomo in preghiera davanti alla Madonna" di Giovan Battista Moroni, pittore cinquecentesco nato ad Albino, vicino a Bergamo.
A dir così, sembra che questo dipinto sia emigrato dalla sua terra per morir là, in America, dimenticato da tutti; perso fra i neoclassicismi freddi di una capitale monumentale nata dal nulla sul nulla: ma in verità non è andata così, altrimenti non sarei qui a parlarvene. Per cominciare accontentiamoci di guardarlo bene, tanto quanto e come merita.
Giovan Battista Moroni
"Giovane gentiluomo in preghiera davanti alla Madonna", Washington, National Gallery
La semplicità non certo povera delle vesti e la gestualità quasi affabile della Madonna sembra far rapprendere, e trattenere, quel gran lusso esibito negli abiti del giovane devoto inginocchiato: inginocchiato con l' apparenza sorprendente di una presenza concreta, proprio accanto a noi, il giovane sembra volersi voltare da un momento all' altro per invitarci a star zitti, a contemplare l' immagine sacra, e ad innalzare preghiere al cielo. Facciamo quel che dice, smettiamo di guardare lui, e guardiamo lei: eccolo lì, il classicismo paffuto del naso della Vergine che sorregge le sopracciglia ad arco, quasi a tutto sesto; come se ci fosse ancora un po' di bellezza greca, ovattata, sotto l' adipe delle guance e del mento.
"Pittura a Bergamo, dal Romanico al Neoclassicismo"
Questo, naturalmente, è un dipinto di devozione privata, ma al riguardo c' è di più da dire. Per cominciare, sfogliamo un' altra volta il volume "Pittura a Bergamo - dal Romanico al Neoclassicismo" ed ecco cosa possiamo trovare, fra tanto altro, nella scheda dedicata a questo Moroni americano:
"La rappresentazione del devoto in primo piano in atteggiamento orante di fronte a un' immagine sacra è un tema moroniano come dimostrano altri esempi, ed esclusivamente suo. In questo caso è ambientata nell' interno di una stanza, così che risulta incerto se il gruppo della Madonna col Bambino sia un simulacro o l' emanazione di uno sforzo evocativo a cui gli "Exercisios" di Ignazio di Loyola stavano addestrando l' Europa cattolica negli anni durante e dopo il Concilio di Trento."
Catalogo della mostra dedicata a Moroni presso il Museo Bernareggi di Bergamo
Per non lasciarvi lì, miei cari ospiti, a ruminar "Chissenefrega!", vi dirò qualcosa in più, tanto per chiarire: ecco a voi un po' di scampoli del capitolo "Moroni in visione", tagliati e ricuciti su misura dal catalogo della mostra bergamasca "Giovan Battista Moroni, lo sguardo sulla realtà", a cura di Simone Facchinetti, conservatore del Museo Bernareggi di Bergamo.
"Moroni è chiamato ad esaudire le richieste di immagini legate alla devozione privata, dando corso a uno sviluppo iconografico del tema dell'orazione mentale. [...] L' orazione mentale si fa «senza sono di voce e senza parola, ma con la mente sola e con lo spirito», una pratica che presto verrà disciplinata negli esercizi spirituali di Sant' Ignazio di Loyola."
Ancora oltre, Facchinetti scrive:
"Le pratiche dell' orazione mentale trovano una rigorosa organizzazione negli "Esercizi spirituali" di Sant' Ignazio di Loyola (tradotti in italiano solo nel 1587). In una delle prime fasi, seguite al raccoglimento, si suggerisce di procedere alla «composizione», o «vista del luogo», secondo questi precetti : «composizione sarà vedere con l' occhio dell' immaginazione un luogo fisico in cui si trovi ciò che voglio contemplare. Per luogo fisico intendo per esempio, un tempio o una montagna dove si trovi Gesù Cristo, oppure Nostra Signora, secondo quanto desidero contemplare»."
"New York Interiors", pubblicato da Taschen
Questo dipinto di Moroni mi è capitato sottocchio, per la prima volta, sfogliando un libro dell' editrice Taschen dedicato alle case più famose di New York: il volume, intitolato "New York interiors", appartiene ad una serie di libri sugli interni di varie città, e mi era stato regalato a Natale, anni fa, da mia sorella.
Mi piace qui ricordare l'appartamento newyorchese di Isabella Rossellini, con la sua pregevole collezione di cappellini in bella vista, o la strepitosa casa di Leo Castelli, il grande collezionista nato a Trieste che, proprio a New York, ha acquistato e promosso la migliore Pop Art americana.
Sfogliando il libro, c'è da agghiacciare dal raccapriccio a vedere l' osceno appartamento pseudo-rococò di Donald Trump, mentre, d'altro canto, si rimane incantati ad osservare le fotografie dell’ intonsa Wilderstein Manor, una delle più antiche dimore vittoriane statunitensi, con la tappezzeria autentica sfilacciata, gli stucchi mai restaurati, e tutti gli antichi mobili al loro posto, senza eccezioni.
Il dipinto si trova fotografato, in un pagina del libro, appoggiato a un cavalletto della casa-studio di due artisti newyorchesi: David McDermott e Peter McGough.
Questi due artisti hanno scelto, proprio a New York, una casa ricavata in una vecchia banca d'epoca, per dedicarsi alla costruzione di una realtà strettamente ottocentesca in cui calarsi a vivere quotidianamente.
Il dipinto di Moroni nello studio azzurro
Il gesto rituale che inaugura la loro giornata, al mattino, è il vaso da notte vuotato, dalla finestra, direttamente in strada. In seguito, le ore di lavoro nello studio possono iniziare solo dopo aver indossato abiti del XIX secolo, e sono ammessi soltanto strumentazioni d'epoca: ovvero cavalletti e utensili vari adeguatamente tarlati.
La casa è molto grande: ci sono stanze dipinte di rosso piene di oggettistiche ottocentesche, esotismi fine secolo, teche di uccelli impagliati e impolverati, curiosità dall' oriente, il tutto sceneggiato in una scenografia di atmosfere bohemién, europee, e con un non so che di parigino; ma, per carità, qualche anno prima di Gertude Stein.
Lo studio, con le pareti colorate di azzurro e ingentilito da esili colonnine bianche di sostegno, è molto grande, pieno di sedie e cavalletti che compongono tante postazioni di lavoro, per inseguire la luce del sole che passa dietro gli ampi finestroni. Negli scatti fotografici, oltre al Moroni americano, si vede il famoso "Bacco" di Caravaggio, anch'esso al cavalletto: penso a queste due tele, forse ancora da finire, come ad esercizi accademici di copia; esercizi di stile e maniera, da ripassare, come nelle lezioni d' arte di un tempo.
Il "Bacco" di Caravaggio nella stessa stanza
Mi piace scoprire che proprio questo quadro devozionale di Moroni, sicuramente meno internazionale di Caravaggio, e finito in America in seguito a vicende collezionistiche che, forse, solo Henry James saprebbe squisitamente raccontare, sia stato scelto da questi artisti newyorchesi come soggetto da copiare e meditare: un dipinto apparentemente così semplice, così modesto e discreto, eppure allo stesso tempo degno di stare accanto a Caravaggio, nella stessa stanza.
Post risalente al 29 dicembre 2006, qui riproposto -sistemato e corretto - in attesa di nuovi argomenti in arrivo sul mio blog
in onda nel mio blog
Un certo giorno, accasciato pigramente fra i cuscini del letto disfatto, con una mano su una guancia e l' altra nelle pagine di un volumetto dedicato alla pittura murale in Italia, mi sono imbattuto in un anonimo straccetto d' affresco quattrocentesco, steso su non so quale muro di Pavia, che prima di perdere un po' di pezzi rappresentava l' Annunciazione.
Anonimo lombardo del XV° secolo
"L' Annunciazione", 1475, affresco, Pavia, collegio Branda Castiglioni
Come potrebbe accadere in una telenovela, poco prima di un drammatico colpo di scena, anche nel frammento di questa "fiction" regnano il lusso, la calma e la tranquillità. Maria, nella stanza, è sola, intenta a leggere, ma ancora non sa di essere la Madonna: e tutto sembra, tranne che una fanciulla. E in verità, ve lo devo proprio dire, a me questa Madonna pare quasi un donnone lirico; una famosa cantante che ripassa la sua parte, un' ultima volta, prima del melodramma.
Il costumista ha dimenticato sulla scena il cestino da cucito, per gli ultimi ritocchi al prezioso abito del nostro donnone: un donnone un po' vecchiotto, ingrassato, e con pure un po' di scogliosi, tutte buone ragioni per dover smettere d' interpretare il ruolo della più pura fra le sante fanciulle.
"Pittura murale in italia", a cura di Mina Gregori, Gruppo S.Paolo
Ma zitti, non ditele nulla, per carità: avrà già pronta la solita caterva di scuse da primadonna, da gettarvi addosso, tutte insieme, alla prima osservazione: tutta colpa dell' abito, del costumista, del trucco, del parrucchiere, dello scenografo, delle luci. Poverina, cercate di capirla: nata ancora tardogotica, questa grande interprete, un po' attrice, un po' cantante, un po' Madonna, è ora costretta a lasciarsi incastrare sgangheratamente nelle nuove spazialità rinascimentali, ancor più scomode di quelle di Mies van der Rohe - specialmente qui in Lombardia, tra quattro e cinquecento, dove le architetture vengono incatenate al reale praticando estremi sadomasochismi prospettici: e sarà anche peggio quando arriverà Bramante a borchiar circonferenze da inanellare come piercing l'una all' altra, sulla pelle delle sue architetture milanesi, come in Santa Maria presso San Satiro, o in Santa Maria delle Grazie.
Anonimo lombardo del XV° secolo
"Vergine Annunciata", particolare dell' affresco
Ma già qui, in questa scenografia, ritroviamo un bel rotolar di cerchi che scappano su e giù per la stanza, scivolando sulle linee della prospettiva a far da binari: e sulle fettucce di velluto del vestito corrono perle così rotonde da esibire, nel loro aspetto perfetto, la loro falsità. Nel libro c'è poco da spremer fuori per dir qualcosa di non mio su questo affresco, ma credo che questo poco, in quanto buono, possa qui anche bastare. E' Francesco Frangi a scrivere, e a richiamare questo affresco accanto a quella "timida ma non irrilevante ricezione delle novità foppesche" che rintocca, qua e là, nel frinire dorato della cappella Ducale nel Castello Sforzesco. Frangi definisce così il nostro straccio d' affresco:
" [...] opera di un pittore ancora anonimo che in certe acutezze prospettiche dimostra altresì di tenere in conto i suggerimenti che provenivano dalla coeva produzione vetraria della certosa pavese."
E qui ci vorrebbe qualche riga di Marco Tanzi, a concludere degnamente questi pochi accenni storici e critici. Peccato che queste righe siano rinchiuse fra pagine che non possiedo, e che adesso si trovano dall' altra parte di Milano, su uno scaffale che, almeno oggi, è troppo lontano per me. Mi dispiace, accontentavi di quel che vi ho detto.
E, per di più, ho il sospetto, se non la certezza, che su questo anonimo pittore qualche convincente ipotesi attributiva sia stata anche proposta. Pazienza, oggi va così: vediamo se trovo altrove altro da dirvi su questo pezzetto di Annunciazione, con questa Maria molto lirica immersa nella lettura - dettaglio, quest' ultimo, da non trascurare. Ecco, trovato! Vi metto qui come ultimo giro di valzer, o come ultimo vinile del giorno sul giradischi della sera, alcune belle osservazioni dedicate all' iconografia di Maria intenta a leggere, che ho grattato via da un testo di Tiziana Plebani intitolato "Il genere dei libri", edito da FrancoAngeli:
"E' stato notato, giustamente, che l ‘immagine di Maria che legge esprime un conflitto in atto poiché l' istruzione delle donne non era ritenuta universalmente auspicabile o necessaria; l' educazione femminile era in genere improntata sulle virtù, la castità, l' obbedienza, l' umiltà, e sui lavori domestici."
Tiziana Plebani "Il genere dei libri", FrancoAngeli editore
"Tale conflitto spiegherebbe la ragione per la quale i pittori risolvevano di dare al libro una posizione marginale nell' Annunciazione, semioccultata, spesso nascosta dalle mani di Maria al fine di depotenziare la minaccia insita nell' immagine di una donna letterata. Tuttavia vi sono scene dell' Annunciazione in cui il libro è ben visibile e in alcune la sua posizione è del tutto centrale: si pensi alla splendida Annunciazione di Antonello da Messina, che sembra esprimere una nota di disappunto per la lettura interrotta."
Ora facciamo i bravi, e lasciamo in pace questo donnone lirico a ripassare la sua parte, per recitare da protagonista fra le false perle e i finti marmi di un' Annunciazione andata ormai quasi del tutto perduta; su quella stessa parete pavese dove, per secoli, è andata in scena tutti i giorni.
Post fra i primi del mio blog, postato il 17 novembre 2006, e anche per questo rimasto fin da allora senza commenti